Pubblichiamo un nuovo intervento del prof. Salvatore Vitiello sulla “questione Rahner”: una risposta alla risposta di Stefano Fontana pubblicata ieri. Ringraziamo il Professore e riteniamo con ciò concluso questo scambio di osservazioni. Da esso ci sembrano sufficientemente emerse le diversità di valutazione non solo del pensiero rahneriano ma anche della filosofia moderna [SF].
Egregio Direttore, Dott. Stefano Fontana,
La ringrazio per aver accolto la richiesta di pubblicazione della mia lettera e per l’articolata risposta che ha voluto inviarmi, precisando il Suo pensiero. Siccome nella Sua mail ci sono alcuni punti che ritengo esigano un chiarimento ulteriore e poiché da domattina sarò impegnato nella guida di un pellegrinaggio che mi impegnerà per tutta la settimana, mi permetto di provvedervi subito. Prima di addentrarmi nelle questioni da Lei sollevate, vorrei dirLe che, qualora lo ritenesse utile e opportuno, sono disponibile anche ad un confronto pubblico, che possa presentare e sviluppare, in modo semplice, dialogico e costruttivo, il rapporto della philosophia perennis – e della Chiesa – con la modernità.
Ciò detto, vengo alla Sua mail. Lei ribadisce tanto l’interpretazione marechaliana del titolo “Rahner oltre Rahner” quanto l’accusa di “diplomazia metafisica” nei miei confronti. Il titolo andrebbe inteso comunque come un voler superare Rahner “con” Rahner – la qual cosa sarebbe impossibile –, per il solo fatto che mi propongo di individuare elementi positivi in questo autore e di suggerirne una correzione. La “diplomazia metafisica”, invece, dipenderebbe dal fatto che in due frasi del libro – due frasi su 380 pagine di testo – affermo che due “proposte filosofiche” di Rahner – una in realtà è di Maréchal rappresenterebbero un contributo allo sviluppo del tomismo.
Rispondo. Il fatto di individuare degli elementi positivi in un pensiero problematico quale quello di Karl Rahner, non può significare automaticamente di volerne assumere i presupposti. Si parva – o parvissima – licet componere magnis, la stessa metafisica tommasiana, di cui siamo tutti sempre discepoli, semplicemente non “sarebbe” se l’Aquinate non fosse entrato in un profondo e complesso dialogo con Aristotele – dal quale assume il principio di causalità –, Platone – dal quale assume il principio di partecipazione ontologica –, Averroé e Avicenna – dai quali assume, purificandole, alcune distinzioni ontologiche, cosmologiche e gnoseologiche –, pur senza assumere integralmente i presupposti teoretici di questi giganti della filosofia.
Da quanto Lei afferma, sembra che una motivata «radicalità nell’affrontare questi temi» Le impedisca di concepire anche solo la “remota possibilità” che vi sia un qualche elemento positivo nel pensiero Karl Rahner. Mi consenta di dissentire: se non vi fossero stati elementi positivi, o l’apparenza di elementi positivi, o quanto meno delle istanze positive nel suo pensiero, Rahner non avrebbe avuto il “successo” che gli è stato tributato, con tutte le gravi conseguenze che Lei cita anche in rapporto alla DSC. Ritengo un mio preciso dovere di teologo individuare queste istanze o questi elementi, delimitarne attentamente le positività e virtualità, per poi correggerne, laddove possibile, la gravi problematicità, anche a costo di proporne una completa rifondazione metafisica, come ho tentato di fare nello studio del Simbolo reale. Vorrei, in questo modo, favorire un certo “disincanto” nei lettori e un approccio scientifico “sanamente critico” nei confronti di questo autore, che senza contrapposizioni preconcette sia capace di individuarne alcune linee di forza e di distinguerle tanto dai presupposti filosofici quanto dalle conseguenze ultime, spesso problematiche, che egli stesso o i suoi discepoli hanno voluto trarne.
A differenza di quanto Lei conclude nella Sua mail, questo mio intento non comporta affatto «di entrare in Rahner e trovarvi una chiave che permetta di uscirne, superando quelle posizioni», così come l’intento del medico di visitare il paziente affetto da un’infezione batterica non comporta ch’egli pretenda di trovare nel corpo di questo paziente anche la cura necessaria, anziché somministrargli “dall’esterno” la penicillina. Mantenendo questa immagine, con tutti i suoi limiti, il paziente, nel mio libro, è il Simbolo reale, l’infezione batterica – giunta quasi alla setticemia – è l’impostazione analitico-trascendentale, che attraversa l’intero pensiero rahneriano, e la penicillina è la metafisica tomista, sostituendo il Vorgriff soggettivo con l’actus essendi oggettivo.
Lei potrebbe chiedersi in che modo il Simbolo reale, se basato su presupposti analitico-trascendentali, possa avere un nucleo positivo compatibile con la metafisica tommasiana. È molto semplice. Nel mio libro è spiegato diffusamente – sebbene non in questa modalità dialettica – e dipende da una duplice ragione: il Simbolo reale non “nasce” dalla filosofia trascendentale, ma affonda le radici nella patristica, nello pseudo-Dionigi ed è sviluppato, almeno in nuce, in vari pensatori del secolo scorso; la seconda ragione risiede nel fatto che l’applicazione originaria che Rahner ne fa è fondamentalmente “teologica” e, poiché Dio è Atto puro, la teologia è l’unico ambito in cui, pur con le dovute precisazioni, può trovare applicazione il presupposto fondamentale di tutta la filosofia trascendentale, vale a dire la coincidenza tra “essere” e “pensiero”. Se tale reciproca identificazione non può mai essere vera per gli enti creati – eccetto che per le persone angeliche –, è vera però per Dio, pur dovendosi conservare, anche in divinis, una precedenza logica dell’essere sul pensiero. Se è vera per Dio, può essere vera, ricorrendo però all’actus essendi e all’analogia entis, anche in rapporto agli enti creati, non senza quella luce di verità che viene dal Mistero dell’Unione ipostatica, il quale, a mio avviso, rappresenta l’unica, vera e compiuta applicazione del Simbolo reale.
Tutto ciò viene affrontato e ulteriormente sviluppato nel libro, alla lettura integrale del quale devo qui di nuovo rimandare. Come vede, Dottor Fontana, individuare delle virtualità in Rahner non comporta, automaticamente, l’assumerne i presupposti o cercare nel suo pensiero la chiave per oltrepassarlo. “Rahner oltre Rahner” non significa questo.
Quanto, infine, alla presunta “diplomazia metafisica” che mi attribuisce, rispondo succintamente: circa la citazione di pag. 221, apprezzare convintamente un “tentativo”, non significa apprezzarne l’esito, così come è possibile apprezzare uno sforzo anche quando questo non abbia raggiunto l’esito sperato; il fatto che la prospettiva tommasiana e quella rahneriana siano ultimamente inconciliabili, non significa che il pensiero di Rahner – o più in generale la modernità – sia assolutamente incompatibile con il realismo metafisico. Le due citazioni di pag. 144 e 148, che Lei presenta in un modo errato, dando l’impressione che io intenda promuovere Karl Rahner a “fine tomista” per cadere così in una palese contraddizione, si riferiscono in realtà la prima a Joseph Maréchal e solo la seconda a Karl Rahner. Il primo sviluppa, a suo modo, il concetto di una necessaria reciprocità tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto nella dinamica gnoseologica. Il secondo presenta il “simbolismo” come proprietà originaria dell’ente – Tommaso direbbe “trascendentale” –. Entrambe queste posizioni rappresentano, a mio avviso, un possibile sviluppo del tomismo – che per quanto straordinario è sempre perfettibile – e corrispondono a diversi approfondimenti scientifici attualmente in corso, tanto nella filosofia della conoscenza quanto nella riflessione tologico-trinitaria.
Penso a questo punto che abbia trovato risposta anche la Sua ultima domanda:
«Se le categorie da Rahner elaborate, specie quella del Simbolo reale – come afferma il cardinale Müller nella Prefazione – “posseggono un potenziale indiscutibile”, perché allora richiedono una rifondazione nella metafisica di stampo tomista per la quale non possono avere alcun “potenziale indiscutibile” ma devono essere solo negate?». Tutto ciò che di “buono” può trovarsi in un determinato pensiero è tale in virtù di un rapporto particolare con l’essere – con l’Essere di Dio, vale a dire il “dogma”, o con l’essere creato, vale a dire il “senso comune” – e, pertanto, può e deve essere radicato nell’essere, anche a costo di effettuare un trapianto, perché possa sopravvivere, vivere e svilupparsi compiutamente. In ogni caso, come dicevano i nostri nonni, “anche un orologio guasto segna l’ora giusta almeno due volte al giorno”. Ciò nonostante l’orologio non cessa di essere guasto, così come l’ora segnata non smette di essere giusta.
In conclusione, rinnovo la mia disponibilità ad un proficuo confronto anche pubblico su queste tematiche, La ringrazio per la pubblicazione che vorrà riservare alla mia Lettera, La autorizzo a pubblicare anche questa mia ulteriore risposta – nel caso in cui intendesse rendere pubblico questo nostro confronto – e auguro un buon lavoro e ogni vero bene nel Signore.
In Domino,
sac. Salvatore Vitiello
