[Articolo pubblicato nel “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” 2 (2024): VEDI QUI]

Il termine democrazia è un esempio evidente di termine attaccapanni, come definiva alcune parole Ludwig Wittgenstein: un termine sul quale ognuno attacca un significato. Dai pensatori greci fino ai giorni nostri si parla di democrazia con accezioni differenti e perfino contraddittorie.

La filosofia politica ha cercato di comprendere il concetto di democrazia, un ideale con un intrinseco ritmo che si muove tra il già e il non ancora. La democrazia dovrebbe mettere insieme tre elementi la cui armonizzazione è difficile: garantire il singolo cittadino visto nella sua vera identità naturale di persona; superare la dicotomia tra governanti e governati in una dinamica che salvaguardi autorità e la dignità personale; coinvolgere i singoli cittadini nel vita della res publica.

Di democrazia parlano gli antichi pensatori: Erodoto, Tucidide, Polibio, Platone, Aristotele. Ognuno lo fa partendo, com’è inevitabile, da una sua visione legata ai tempi e alla sua concezione. Essi considerano l’uomo come un animale politico che vive e si relaziona moralmente nella e con la polis. In essi è già presente l’antico rischio che corre la democrazia: la svolta oligarchica.

S. Tommaso si colloca all’interno del solco del pensiero classico e, alla luce del pensiero cristiano, tratta del modo di organizzare la società senza scegliere un particolare regime a beneficio dell’altro. Anche se teorizza i benefici della monarchia per una serie di motivi nei quali non entriamo. Per S. Tommaso, come per il pensiero cristiano successivo, l’attenzione è data al fine del regime politico e non al mezzo. Il fine è garantire il raggiungimento del bene comune storico e metastorico degli uomini.

Con lo sfaldamento medievale della respublica christiana e il sorgere delle monarchie moderne che hanno una struttura assolutistica del potere, le cose cambiano. Orami il potere non è più legato al possesso della terra e non è più suddiviso tra diversi centri di potere (feudi, città libere, istituzioni religiose). Non esiste più un potere civile superiore a quello del re (imperatore) e neanche un potere morale-religioso esterno (papa). Si diffonde, sulla scia del pensiero di Averroè, l’idea di uno Stato come società perfetta, autosufficiente e indipendente da ogni potere esterno. Il re assoluto rivendica nel suo regno l’imperium dell’imperatore e, per certuni versi, il pontificatum papale (si pensi a certe teorie giusnaturalistiche, alle Comunità nazionali protestanti in specie anglicane e alle tendenze gallicane che spesso emersero nel periodo moderno). Il monarca si considera investito da un diritto divino a governare e fa suo il principio romano: quod placuit principi habet vigorem legis.

La liberal-democrazia

Dal XIV secolo, in tutta l’Europa, si diffondono questa visione e prassi politica. Il cristianesimo aveva messo un limite al potere civile con il richiamo costante alla dimensione etica, ma adesso la cosiddetta ragion di Stato rischia di superare questa impostazione. Lo stesso feudalesimo garantiva diritti e spazi di libertà maggiori.

In questo periodo l’ideale della democrazia è completamente assente. Lentamente viene fuori una reazione all’assolutismo regio. Si vuole sottrarre l’economia e la sfera privata all’influenza dello Stato e creare spazi di potere di là dalla Corte. Nasce quella che possiamo chiamare la liberal-democrazia. Una teoria che fa suoi gli ideali liberali e, in nome della democrazia, propugna una riduzione del potere regio che vuole ritagliare spazi di potere per nuovi attori sociali in base al censo e all’istruzione (borghesia). Su questa linea si pongono Locke (1623-1704), Montesquieu (1889-1755), De Tocqueville (1805-1859), ma anche i contemporanei Rawls (1921-2002), Nozick (1938-2002), Hayek (1899-1992).

La teoria e l’esperienza della liberal-democrazia si realizzeranno nello Stato liberale, dove la borghesia avrà un ruolo fondamentale. Esso dovrebbe garantire la libertà e l’eguaglianza giuridica dei cittadini. Allo Stato (Stato minimo) si demandano pochi compiti quali la tutela dei diritti dei cittadini e la difesa del territorio da aggressori esterni. Lo Stato liberale si presenta anche come Stato a-confessionale perché i valori trascendenti sono relegati nell’ambito della coscienza individuale. Ma nel concreto della storia tale Stato è degenerato in posizioni agnostiche e anticlericali che hanno fatto dilagare la secolarizzazione. Anche nello Stato liberale la svolta oligarchica è stata un limite.

Democrazia e socialismi

Già nel Settecento inizia la critica alla liberal-democrazia perché garantirebbe la libertà solo di alcune classi, specie quella borghese, e non realizzerebbe l’uguaglianza tra i cittadini. Il primo a criticare tale impostazione è Rousseau. La soluzione si trova nel contratto sociale che dà origine a un corpo politico (lo Stato) inteso come un io comune con propria volontà, la volontà generale. Alcune posizioni di Rousseau, insieme alle critiche alla liberal-democrazia, furono fatte proprie dal socialismo. Tra i tanti socialismi, quello che s’impose sopra di tutti fu il marxismo-leninismo che attraverso la rivoluzione proletaria voleva distruggere lo Stato borghese che garantiva, a loro parere, solo gli interessi borghesi e sfruttava i contadini e gli operai. La vera democrazia sarà quella che abolirà ogni classe. Nella società comunista non vi sarà differenza tra governanti e governati, ma sola distinzione di mansioni e funzioni volte a far funzionare l’apparato produttivo nell’interesse di tutti.

La democrazia sognata dal marxismo-leninismo, che voleva realizzare libertà e uguaglianza per tutti, si è resa concreta in uno Stato, guidato dai burocrati del partito, oppressivo e totalitario. Scriveva Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus: “L’errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico. Esso considera il singolo uomo come semplice elemento(…) dell’organismo sociale (…) scompare il concetto di persona come soggetto autonomo” (n. 23).

Il personalismo democratico

Nella prima metà del Novecento, come reazione alla liberal-democrazia, al socialismo e al comunismo, attingendo anche al pensiero sociale cristiano, si sviluppa sia nella teoria sia nella pratica politica, il personalismo. I suoi principi sono i seguenti: la dimensione politica è connaturale alla persona umana; lo Stato è una realtà naturale e necessaria per il perfezionamento terreno della persona umana; lo Stato per permettere alla persona umana di raggiungere i fini che trascendono l’ordine politico non si deve porre fuori dall’ordine morale naturale; la persona è superiore per dignità sullo Stato; l’esistenza e l’azione dello Stato è finalizzata al bene comune; lo Stato deve intervenire anche nel settore dell’economia per sostenere i diritti di giustizia delle persone e delle società intermedie; lo Stato ha carattere laico perché deve garantire il diritto di ogni persona a seguire il dettami della propria coscienza religiosa.

I personalismi ebbero diverse accezioni e alcuni aspetti, specie nella prassi politica (vedasi il rapporto tra Stato, religione vera e morale), portarono a qualche deriva secolarista, ma ebbero il pregio di correggere, specie nella teoria, i limiti dei precedenti approcci culturali e politici.

Il pragmatismo in democrazia

Specie dopo la seconda Guerra mondiale si consolidano realtà sociali che vengono a condizionare la democrazia: estensione del suffragio universale; sviluppo dei partiti di massa; crescita degli apparati burocratici che garantiscono il governo ordinario dei cittadini; delega dell’attività politica ai “professionisti della politica”; moltiplicazione delle visioni del mondo in forza di un atteggiamento soggettivista-relativista. Tutto questo ha trasformato, come scrive Burdeau, la democrazia da governante a governata.

Da qui una vasta corrente di pensatori quali Mosca (1858-1941), Pareto (1848-1923), Weber (1864-1920), Schumpeter (1883-1950), Dahl (1915-2014) teorizza che la democrazia come autogoverno del popolo sarà sempre un ideale irrealizzato. Per costoro una forma di democrazia diretta è impossibile per la complessità culturale e sociale delle nostre società. L’unica domanda sensata è: quando funziona la democrazia? Quando in una società statale esiste un meccanismo (elezioni) che assicura la scelta di un’élite che possa governare. Siamo innanzi alla cosiddetta democrazia elitaria che riduce il sistema democratico a meccanismo che qualcuno fa funzionare e non entra in altre questioni.

La democrazia procedurale

La teoria elitaria prepara il passaggio alla teoria procedurale o legale. Quest’ultima è molto diffusa sia nella teoria sia nella prassi politica di oggi. Essa fa suoi i seguenti assunti: non è possibile teorizzare un ideale di sistema politico anche democratico perché i valori e fini della convivenza politica  non sono razionalmente (scientificamente) conoscibili e perciò condivisi; non essendo conoscibile una morale vera va tollerato tutto nel vivere politico; non esiste un bene comune oggettivo da perseguire come oggetto della convivenza; bisogna solamente individuare delle procedure per individuare governanti, maggioranza legittima e altre procedure che permettano di agire.

Supposto e asserito che è impossibile avere una conoscenza giustificata dei principi e ideali, la democrazia consiste nell’individuare le regole del gioco (procedure) per dare ordinamento alle preferenze presenti nella società, secondo il principio del governo della maggioranza. Su quest’orizzonte si collocano: Kelsen (1881-1973), Popper (1902-1994), nonostante la loro diversità e perfino opposizione.

Reazione neo-classica

Molti pensatori hanno reagito a questa impostazione politologica e di prassi politica diffusa. Alla luce del pensiero classico hanno cercato di recuperare una dimensione etico-razionale alla politica anche alla luce delle tragedie legate ai sistemi e alle ideologie totalitarie del Novecento. La teoria neoclassica esprime la convinzione che la rigenerazione della politica e, quindi della democrazia, è legata al recupero dell’etica e della comunicazione di valore alla luce della ragione che può esserci tra le persone. È il tentativo di recuperare il buon senso razionale nelle relazioni tra persone che vivono in comunità. Il popolo può tornare a essere soggetto attivo della politica usando la ragionevolezza che può cogliere nella persona e nella società elementi autentici e comuni, come avveniva nelle antiche poleis e in esperienze similari. I pensatori che si pongono su quest’orizzonte sono: Strauss (1899-1973), Arendt (1906-1975), Habermas.

Il magistero sociale e la democrazia

In rapporto alle teorie e prassi finora ricostruite si pone il Magistero della Chiesa specie dalla metà Novecento in poi. È sostenuto il regime democratico alleggerito da rischi teorici e pratici ben precisi e si considera portatore di un’esigenza etica per la politica.

Pio XII che ha in mente le terribili conseguenze dei sistemi totalitari attivi o già tramontati, nel Nuntius radiophonicus del 24 dicembre 1944 afferma: “I popoli (…) edotti da un’amara esperienza (…) resistono al monopolio che si arroga un potere dittatoriale incontrollabile (…) e reclamano un sistema di governo che sia più in accordo con la dignità e la libertà dei cittadini” (n.4). Da qui una chiara indicazione del regime democratico che abbia un’anima etica forte: “Una sana democrazia, fondata sugli immutabili principi della legge naturale e delle verità rivelate, sarà contraria a quella corruzione che attribuisce alla legislazione dello Stato un potere senza freni né limiti” (n. 12).

Da Pio XII, passando per il Concilio Vaticano II e Paolo VI, giungendo a Giovanni Paolo II si guarda alla democrazia come il regime politico che a certe condizioni garantisce la dignità della persona umana che vive in società. Al Magistero certamente, in linea con la tradizione del pensiero cristiano che guada più ai fini della politica che ai mezzi, non sfuggono i fraintendimenti morali che vogliono farsi passare per espressioni democratiche. A tal proposito, circa la democrazia, scrive Giovanni Paolo II nella Centesimus annus: “È uno strumento e non un fine. Il suo carattere morale non è automatico, ma dipende dalla conformità alla legge morale (…). Il valore di una democrazia sta o cade con i valori che essa incarna (…). Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e mutevoli “maggioranze” d’opinione (…) lo stesso ordinamento democratico sarebbe scosso nelle sue fondamenta, ridotto a un puro meccanismo di regolazione empirica dei diversi e contrapposti interessi” (n. 81).

Da qui si può partire per una nuova interpretazione della teoria democratica anche in prospettiva pratica.

Conclusioni

I limiti delle teorie e della prassi democratica sono molti: degenerazione del pluralismo culturale, secolarizzazione, massificazione, scadimento della dimensione politica e sociale, ingiustizie sociali, crisi della rappresentanza, tecnocrazia e burocratizzazione, poteri invisibili, partitocrazia e disfunzioni varie. Questi guasti rendono evidente la necessità di una rimeditazione dei lineamenti veri della democrazia. La democrazia, nell’attuale situazione storica, rimane il regime politico più opportuno, ma richiede una rivitalizzazione culturale che le può dare il soggettivismo-relativista di oggi. La democrazia necessita di un sussulto intellettuale e morale che spinga a un recupero della razionalità anche in politica e dei suoi fondamenti ideali. Il monito di Giovanni Paolo II indica la necessità che il regime democratico abbia un’anima culturale: “Il valore di una democrazia sta o cade con i valori che essa incarna”. Solo così si può avviare un processo positivo che faccia passare da una democrazia dell’apparenza a una democrazia sostanziale.

Don Calogero D’Ugo

Società Domani, Palermo

Collegio degli Autori dell’Osservatorio

(Foto di Pyae Sone Htun su Unsplash)

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