Un recente articolo del dott. Robert Malone è utile per riflettere sulla qualità dell’informazione e sui paradossi che essa rappresenta nel nostro tempo (su Substack). Farò solo alcuni cenni utili a inquadrare la questione.

Malone è uno scienziato, pioniere della tecnologia MRNA, che ha sostenuto una forte campagna antagonista durante tutto il periodo delle vaccinazioni anti-Covid, che erano basate appunto su tecnologia MRNA. Questo suo schieramento gli ha meritato su Wikipedia e altrove l’accusa di fare cattiva informazione. Oggi Malone è stato chiamato nella task force del Ministro della Salute R. F. Kennedy Jr. come membro di un ristretto e importante pool di medici ed esperti di salute. Come è possibile che un esperto di livello scientifico e politico tanto alto, sia passibile dell’accusa di disinformazione?

In tale contesto nasce la riflessione di Malone.

Più precisamente Malone prende in analisi tre termini apparentemente sinonimi: misinformation, disinformation e malinformation. Vista la specificità di queste parole, delle quali non conosco l’equivalente in italiano corrente, le citerò in lingua originale.

Come breve nota storica, notiamo che il termine misinformation è attestato fin dall’Età moderna, sebbene abbia trovato un uso rinnovato dal secondo Dopo Guerra e in particolare con lo sviluppo della rete negli anni Ottanta; disinformation risulta derivato intorno al 1920 dal russo dezinformatsiya; malinformation invece è vocabolo di recente conio, apparso nel 2017.

Qual è la differenza tra i tre nomi?

Misinformation è una informazione errata, senza volontà intenzionale di inganno. Viene usato nel contesto delle fake news e dei social media. La sua caratteristica principale è il fatto di portare contenuti che differirscono dalla narrativa approvata. Il termine misinformation non dice molto circa la verità o anche solo la qualità di una informazione, quanto circa la pervasività del controllo politico sulla circolazione delle teorie.

Disinformation implica un inganno deliberato. Sviluppato, si diceva, in ambito sovietico, tale vocabolo indica lo sforzo deliberato di diffondere una falsa informazione per fini strategici. Ha a che vedere quindi con tecniche di propaganda e manipolazione dell’informazione pubblica. Compare nell’ascesa del Comunismo, cresce in periodo di guerra fredda e non pare per nulla esser retrocesso nell’epoca dell’Infosfera attuale: a buon intenditor! La disinformation è insomma una sorta di misinformation però deliberatemente diffusa per scopi politici. Il termine dice dunque di una informazione oggettivamente falsa, errata o almeno confusa, nonché della potenza politica con la quale essa viene diffusa a danno degli utenti.

Veniamo all’ultimo termine: malinformation. Nato in ambienti accademici nel 2017, esso si è particolarmente diffuso durante l’Infodemia Covid-19. Lo definiamo come una qualsiasi informazione, che può essere vera o falsa, la quale produce nella popolazione un crollo di fiducia nei confronti delle politiche governative. Il termine malinformation non dice nulla del contenuto dell’informazione, ma dice molto della preoccupazione che il Governo ha di tenere il consenso. Ora, dal momento in cui non è specificata la qualità dell’informazione (che può essere vera o falsa), risulta non specificata la qualità della politica governativa (che sarà, per converso, cattiva o buona).

Fin qui Malone. Basteranno poche parole di commento. Anzitutto è chiaro che davanti al proliferare di informazioni non abbiamo più a che fare con problemi di natura scientifica, bensì di natura politica. È così. Il tempo odierno sottopone sistematicamente il valore di un’informazione all’approvazione di un’autorità politica (misinformation), ai suoi interessi di comando (malinformation), ai suoi obiettivi tattici (disinformation). Lasciandomi catturare dal vezzo dei neologismi, battezzerei questa situazione col nome di polinformazione: un ploriferare di informazioni, molte e tutte politicizzate. È il principio di una schiavitù generale e di una riduzione dell’uomo ad apparecchio, insomma una delle tante vie del transumanesimo.

Abbiamo bisogno di liberarci da questa morsa. Il filosofo Josep Maria Esquirol vi ha riflettuto in un recente saggio (La escuela del alma, 2024), dove ha denunciato il prevalere di un pensiero economico nella scuola (competenze, progressi, crediti, rendimento, etc.) ed esaltato lo studio come ozio in diretta contrapposizione al negozio economico. Si intende con ciò che l’alleanza economia-politica sarà esiziale per la formazione delle nuove generazioni e che solo una educazione libera e vera potrà liberarci dalla morsa della politicizzazione delle informazioni.

Non problemi del tutto nuovi, ma nuova è l’intensità e la capacità di penetrazione della politica odierna. Necessitiamo di una consapevolezza altrettanto lucida e di un’azione educativa ed istruttiva altrettanto forte e mirata. Educare le coscienze e mantenere un contatto con la vita concreta e con la vita degli altri, sinteticamente sembra un ottimo binario da valorizzare.

Don Marco Begato

(Foto: Di Raphael Ferraz su Unsplash)

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