[Studio pubblicato originariamente in “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” n. 2 (2023). Il fascicolo monografico è dedicato a “Il progetto sociale di Leone XIII a 120 anni dalla sua morte” – VEDI].

La figura di Gioacchino Pecci

Gioacchino Pecci nacque il 2 marzo 1810 ed ascese al Soglio pontificio il 20 febbraio 1878. Sessantotto anni nei quali il volto politico e sociale d’Europa subì una trasformazione ben più evidente e marcata di quella che patisce un uomo comune. Probabilmente, è solo con una metafora del genere che è possibile realmente spiegare cosa rappresentò il secolo XVIII, il secolo nel quale si trovò a vivere e ad agire papa Leone XIII.

La formazione che ricevette il giovane Pecci fu di impronta gesuitica, come testimoniano i suoi trascorsi dapprima al Collegio di Viterbo e poi al celebre Collegio Romano. Nel 1832 entrò nell’Accademia dei Nobili Ecclesiastici, al cui interno curò la formazione diplomatica e contestualmente si iscrisse presso l’Università La Sapienza, laureandosi in utroque iure (in Diritto civile e canonico), nel 1835.

Da questi brevi aspetti biografici è possibile apprendere alcune informazioni utili per approcciarsi alla personalità del futuro Pontefice. Appare chiaro, infatti, come non si parli di un puro teologo, ma piuttosto di un diplomatico, con profonde conoscenze giuridiche e politiche, non scevre peraltro da una sincera passione verso la lingua latina e la letteratura, che lo accompagneranno per tutta la vita.

Le esperienze nell’amministrazione della Chiesa

Non stupisce, pertanto, se i Papi presso cui si trovò ad operare (Gregorio XVI e Pio IX) lo chiamarono a districare situazioni politiche piuttosto delicate. Già l’anno successivo alla sua ordinazione sacerdotale, nel 1838, egli fu nominato delegato apostolico per la città di Benevento, enclave pontificia in seno al Regno delle Due Sicilie, stretta tra le rivendicazioni del governo borbonico e la presenza di sette carbonare che minacciavano la solidità delle istituzioni e instillavano malcontento nella popolazione. Nel 1841 fu nominato delegato apostolico a Perugia, dopo una brevissima permanenza a Spoleto, per poi essere nominato, già l’anno seguente, nunzio apostolico in Belgio e contestualmente vedersi ricevere la berretta vescovile.

È proprio a Bruxelles che mons. Pecci maturerà l’esperienza, anche in campo sociale, che risulterà decisiva per gli anni del suo pontificato. Nel Paese belga il futuro Pontefice si troverà ad affrontare una realtà sociale e politica di forte ostilità nei confronti della Chiesa, per via della Costituzione del 1831 e della penetrazione del pensiero del sacerdote scomunicato Félicité-Robert de La Mennais (1782-1854), con cui dovrà fare i conti.

Senza dimenticare gli effetti derivanti dalla prima rivoluzione industriale, i quali si avvertirono in Belgio prima ancora che negli altri Paesi dell’Europa continentale. Mons. Pecci non poté che assistere incredulo dinanzi a tali sconvolgimenti e in particolare dinanzi ad una realtà nella quale gli operai – osserverà nella sua enciclica più celebre – si trovavano «soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza»[1].

Tre anni durò il suo ministero in Belgio, dopo i quali verrà richiamato in Italia e destinato a prendere possesso della Cattedra di Perugia (1846), città che conosceva bene per esservi già stato da delegato apostolico. Egli manterrà la guida dell’Arcidiocesi umbra per ben trentadue anni, ovvero sino alla sua elezione al Soglio pontificio, avvenuta nel 1878.

Il Papa delle encicliche e della questione sociale

La situazione politica nella quale si trovò ad esercitare il ministero apostolico fu tra le più difficili. Il Papa, privo dell’autorità temporale, si trovava di fatto ad essere prigioniero all’interno delle mura petrine. Le uniche armi che restavano al Pontefice erano quelle della diplomazia e della fermezza, da esercitare tuttavia in ambiti ancora inesplorati e con metodi innovativi.

Quando si parla di Leone XIII, infatti, è facile che si mettano in risalto almeno due aspetti. Il primo tende ad evidenziare la sua prolificità nella redazione di documenti, tanto è vero che ad oggi è il Pontefice che ha scritto il maggior numero di encicliche (ben 86). Il secondo, invece, ricorda la sua operosità in campo sociale con la pubblicazione della Rerum Nnvarum (1891), enciclica – osservava Giovanni Paolo II nel 1981 «che non solo è stata una vigorosa ed accorata condanna della “immeritata miseria” in cui giacevano i lavoratori di allora, dopo il primo periodo dell’applicazione della macchina industriale al campo dell’impresa, ma ha posto soprattutto le fondamenta per una giusta soluzione di quei gravi problemi della convivenza umana che vanno sotto il nome di “questione sociale”»[2].

Il Papa polacco ricorda inoltre che Leone XIII fu colui che per primo cercò di dare «un carattere organico e sintetico» a quel «corpo di principi di morale sociale cristiana, conosciuto oggi come Dottrina Sociale della Chiesa»[3]. Parte integrante di questo “corpo di principi” e, al contempo, premessa indispensabile per rettamente approcciarvisi, è rappresentata dall’enciclica Immortale Dei «sulla costituzione cristiana degli Stati», pubblicata il 1° novembre 1885.

Attualità della Immortale Dei per la Dottrina sociale della Chiesa

Questo importante documento si situa nella direzione ben indicata dal Concilio Vaticano I, allorquando nel Decreto Christus Dominus, si ricorda che «nel piano di Dio Creatore le realtà terrene e le istituzioni umane sono finalizzate anche alla salvezza degli uomini e possono perciò contribuire non poco all’edificazione del Corpo di Cristo»[4].

Da questo punto di vista, dunque, occuparsi di questioni che solo in apparenza potrebbero apparire lontane dalle “cose del Cielo” non solo è legittimo, ma risulta persino doveroso. Ed è tanto più doveroso occuparsene laddove vi sono situazioni sociali e politiche particolarmente calamitose per la fede e il bene comune, come si registrano attualmente. Giacché «l’insegnamento e la diffusione della dottrina sociale fanno parte» a pieno titolo«della missione evangelizzatrice della Chiesa»[5], affermava Giovanni Paolo II.

Ed è proprio partendo dalla consapevolezza di ciò che Leone XIII trasse forza nello scrivere l’enciclica Immortale Dei. All’origine della decisione vi era inoltre l’urgenza e la necessità che venissero dissipate le «accuse e denigrazioni», che in nome di un «nuovo diritto», erano/sono rivolte contro la Chiesa e in particolare avverso il suo magistero politico-sociale.

In ragione di ciò si spiega la suddivisione dei temi operata dal Pontefice nella redazione del documento. Nella prima parte dell’enciclica Leone XIII si propone di descrivere «l’organizzazione cristiana della società civile […] dedotta da supremi e verissimi principi che sono altresì confermati dalla ragione naturale»[6]. Nella seconda parte, invece, denuncia le principali minacce che la ostacolano, indicandone le cause. Infine, nella terza parte papa Pecci invita i fedeli ad impegnarsi in campo politico, dando loro dei criteri d’azione a cui conformarsi.

Le fonti che il Pontefice indica nell’illustrare le principali cognizioni della dottrina cristiana in materia socio-politica risultano essere anzitutto la ragione e la natura, sulla scorta del pensiero tomista[7] e delle solenni affermazioni del Concilio Vaticano I[8].

La società temporale e il debito di giustizia verso Dio

Il Papa spiega che l’uomo è chiamato per natura a vivere in società, tanto in quella domestica quanto in quella civile. Dal momento che l’uomo è chiamato a vivere in consorzio con altri uomini, Dio ha disposto che vi fosse un’autorità che provvedesse a governare la società in vista del bene dei cittadini.

Ne deriva che la sua fonte ultima è posta in Dio e che il bene o fine della società non può prescindere dal rendere a Questi il dovuto, poiché «gli uomini uniti in società non sono meno soggetti a Dio dei singoli individui, né la società ha minori doveri dei singoli verso Dio […]»[9], osserva Leone XIII.

Se la Chiesa, al pari dello Stato, è una societas perfecta, in quanto possiede tutti gli strumenti necessari al suo esistere e al suo operare, il Papa ricorda che la potestas ecclesiae è gerarchicamente superiore alla potestas temporale, per via del fine spirituale cui tende. Entrambe, sottolinea il Papa, sono chiamate a collaborare poiché insistono sui medesimi sudditi, fermo restando l’autonomia delle sfere di competenza di ognuna.

Papa Pecci ricorda inoltre che in passato esistette un’organizzazione cristiana della comunità politica, in un tempo in cui «la filosofia del Vangelo governava la società»[10]. Essa, tuttavia, iniziò a declinare sotto l’influenza di un «diritto nuovo», frutto dello «spirito innovatore che si sviluppò nel sedicesimo secolo»[11] in campo teologico, a causa del protestantesimo, ma che ben prestò arrivò a sconvolgere tutti gli ordini della società civile.

Esso costituirà in germe ciò che poi porterà al liberalismo, il quale afferma la piena sovranità dell’individuo in nome del primato della libertà. Ma di che tipo di libertà si tratta? Il Pontefice approfondisce il discorso in un’altra enciclica, scritta qualche anno dopo, ovvero nella Libertas Praestantissimum «sulla libertà e il liberalismo», la quale nelle righe iniziali riprende le fila del discorso iniziato proprio con la Immortale Dei.

La modernità nasce all’insegna di nuova forma di libertà

Innanzitutto, vi è una “libertà naturale o psicologica”, che è comune a tutti gli esseri umani in quanto dotati di intelletto e volontà. L’uomo, osserva il Pontefice, è considerato responsabile delle proprie azioni poiché come guida ha la ragione, a differenza degli animali che sono preda degli istinti. Essa può essere dunque definita come «la facoltà di scegliere i mezzi idonei allo scopo che ci si è proposti, in quanto chi ha la facoltà di scegliere una cosa tra molte, è padrone dei propri atti»[12].

Tuttavia, accade di frequente che l’intelletto proponga alla volontà ciò che ha soltanto l’apparenza del bene. All’origine di tale limitazione vi è la realtà del peccato presente in noi; realtà – non manca di evidenziare Leone XIII – “che era stata individuata chiaramente anche dagli antichi filosofi, e soprattutto da coloro che per principio ritenevano essere libero soltanto il sapiente; definivano sapiente, come è noto, chi avesse appreso a vivere costantemente secondo natura, cioè onestamente e virtuosamente”[13].

La realtà della legge, e in modo particolare della legge naturale scolpita nel cuore dell’essere umano, risponde dunque a questa necessità di accordare la ragione dell’uomo alla Ragione creatrice di Dio. Siffatto connubio svela all’uomo la sua autentica natura, mostrandogli l’autentico volto della libertà. Arriviamo in tal modo alla definizione della “libertà morale”, la quale corrisponde alla «libertà nel vero senso della parola, [che] non è riposta nel fare ciò che piace, […] ma consiste nel vivere agevolmente in virtù di leggi civili ispirate ai dettami della legge eterna»[14].

Ma accanto alla libertà naturale o psicologica e a quella morale, vi è anche la libertà fisica, che indica la capacità di agire senza essere impediti da alcun tipo di costrizione, sia esso di ordine morale che naturale. Si tratta della libertà fatta propria dal pensiero liberale, alla cui base vi è la libertà definita come “negativa”.

Negativa poiché postula un desiderio di liberazione o indipendenza dall’ordine stesso della creazione in nome della “sovranità” della volontà[15]. Ebbene, sarà proprio l’assunzione della libertà negativa (o gnostica) a modello di libertà che contraddistinguerà il pensiero liberale e, più in generale, la modernità assiologica.

Il principio della sovranità popolare quale fondamento dell’autorità

Il principio della sovranità popolare denunciato da Leone XIII ha alla base tale forma di “libertà”, applicata però alla società pubblica. Esso, coerentemente con le sue premesse, propugna la separazione fra Stato e Chiesa e affida alla sovranità popolare, per l’appunto, ovvero alla volontà del popolo (tramite delegati appositamente eletti) non la scelta della “forma di governo” (sulla quale il Magistero ecclesiastico lascia completa libertà) bensì la fonte stessa o fondamento dell’autorità. «Appare evidente – osserva Leone XIII – che in tal modo lo Stato non sarebbe nient’altro che la moltitudine arbitra e guida di se stessa; e poiché si afferma che il popolo contiene in sé stesso la sorgente di ogni diritto e di ogni potere, di conseguenza la comunità non si riterrà vincolata ad alcun dovere verso Dio»[16].

L’assunzione della libertà negativa come modello di libertà conduce all’affermazione che la sovranità della moltitudine sia la fonte di ogni autorità. Di conseguenza, le leggi che essa promulga non hanno necessità di essere giustificate, in quanto esse lo divengono per il solo fatto che sono poste in essere, ossia che sono rese “effettive”, rendendo di fatto “la moltitudine arbitra e guida di se stessa”.

L’autentica libertà, la libertà positiva, è invece «virtù che perfeziona l’uomo» e che pertanto «deve applicarsi al vero e al bene»[17], ribadisce Leone XIII. La potestas temporale è chiamata perciò a non essere indifferente dinanzi a ciò che è contrario alla virtù e alla verità, bensì a censurarlo o al limite a tollerarlo per evitare un male maggiore, tenendo anche a mente che «non è fine ultimo della congregata moltitudine di viver secondo virtù, ma di ascendere, mediante la virtuosa vita alla divina fruizione»[18].

Il Papa, in conclusione, invita i fedeli a non cedere al disimpegno politico e soprattutto sottolinea l’orizzonte che si staglia dinanzi ai loro occhi. Da una parte vi è il Naturalismo o Razionalismo, che mira a distruggere «dalle fondamenta la concezione cristiana e di stabilire nella società il primato dell’uomo»[19], dunque la Modernità assiologica; dall’altra, l’integrità della professione cattolica, che ricorda all’uomo il suo stato di creatura e il debito ontologico che egli ha con il Creatore, radicata in uno stimolo intellettuale che sospinge verso la ricerca della verità e in una apertura della ragione «al linguaggio dell’essere»[20].

Diego Benedetto Panetta

Collegio degli Autori dell’Osservatorio

Latina

(Immagini: (1)l nunzio Vincenzo Gioacchino Pecci in Belgio: Di Karl Benzinger – Trasferito da en.wikipedia su Commons da Giorgio Pallavicini (Testo originale: 1904 book on Pope Pius X ), Pubblico dominio – (2) Papa Leone XII, xilografia, getarchive.net, Pubblico dominio)


[1] Leone XIII, Lett. enc. Rerum Novarum, 15 maggio 1891, 2: ASS 23 (1891), p. 641.

[2] Giovanni Paolo II, Udienza generale, 13 maggio 1981: Insegnamenti di G.P. II 4/1 (1981).

[3] Ibidem.

[4] Concilio Vaticano II, Decr. Christus Dominus, 28 ottobre 1965, 12: AAS 58 (1966), p. 678.

[5] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollecitudo rei socialis, 30 dicembre 1987, 41: AAS 80 (1988), pp. 571-572.

[6] Leone XIII, Lett. enc. Immortale Dei, 1 novembre 1885: ASS 18 (1885), p. 167.

[7] Cfr. Leone XIII, Lett. enc. Aeterni Patris, 4 agosto 1879: AAS 12 (1879), p. 109.

[8] Cfr. Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, 24 aprile 1870, cap. II: DS 3005.

[9] Leone XIII, Lett. enc. Immortale Dei, 1 novembre 1885: ASS 18 (1885), p. 163.

[10] Ivi, p. 169.

[11] Ibidem.

[12] Id., Lett. enc. Libertas praestantissimum, 20 giugno 1888: ASS, 20 (1887), p. 595.

[13] Ivi, p. 596.

[14] Ivi, p. 598.

[15] Cfr. D. Castellano, Introduzione alla Filosofia della politica. Breve manuale, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2020, p. 136.

[16] Leone XIII, Lett. enc. Immortale Dei, cit., p. 170.

[17] Ivi, 172.

[18] Tommaso d’Aquino, De regimine principum, I, 14.

[19] Leone XIII, Lett. enc. Immortale Dei, cit., p. 179.

[20] Benedetto XVI, Discorso al Parlamento Federale della Repubblica Federale di Germania, 22 settembre 2011: L’Osservatore Romano, 24 settembre 2011, pp. 6-7.

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