Ai vespri dell’8 maggio 2025 è stato eletto e si è affacciato urbi et orbi il nuovo Pontefice della Chiesa Cattolica, Papa Leone XIV. Subito ha stupito la scelta di quel nome, che si collega all’insigne Leone XIII, il Pontefice che pubblicò la prima enciclica di Dottrina Sociale della Chiesa, Rerum Novarum, e combatté strenuamente l’avanzare della Massoneria nella società e tra i fedeli.

In tale contesto assume particolare interesse la lettura dell’ultima fatica di Paolo Gulisano, “Cercate prima il Regno di Dio”, biografia dedicata a uno dei padri del cattolicesimo sociale, Stanislao Medolago Albani (P. Gulisano, “Cercate prima il Regno di Dio. Stanislao Medolago Albani. Padre del cattolicesimo sociale”, Edizioni Ares, Milano 2025 – si veda anche la recensione di Fabio Trevisan già pubblicata dall’Osservatorio).

Gulisano ha curato questo studio intorno al centenario della morte di Medolago (1921), offrendo agli interessati un’importante testimonianza di vita cattolica schietta, militante e laboriosa, nella ricerca di un equilibrio tra l’emergere di tendenze moderne e la preservazione di valori tradizionali.

Medolago Albani (30 luglio 1851 – 3 luglio 1921) appartiene a un ramo nobiliare della cittadina bergamasca di Medolago, dove la famiglia possedeva e possiede una tenuta in cui il conte Stanislao nacque e visse.

L’esperienza familiare di Stanislao è tanto particolare e provata, quanto benedetta e luminosa. Medolago Albani pochi giorni dopo il parto rimane orfano della madre Benedetta; il padre Girolamo allora sposerà la giovanissima cognata Filomena; dopo poco tempo anche Girolamo muore e Stanislao, a quattro anni, si trova cresciuto dalla zia-matrigna. Il dolore di questi eventi è compensato dalle grandi qualità umane e spirituali di Filomena, la quale consacrerà la propria esistenza alla crescita del nipote-figlioccio, accompagnandolo fino al matrimonio e scegliendo poi per sé stessa la consacrazione monastica. Filomena insegnò a Stanislao a “non essere neghittoso e timido nel servizio di Cristo” e a “domandare a Gesù di morire piuttosto che offenderlo col peccato mortale”. Per inciso, da parte materna il nostro rimane imparentato col conte Joseph Marie de Maistre, di cui assimilerà lo sguardo militante e il piglio operativo, in “un periodo storico in cui si cercava di impedire l’influenza culturale cattolica sulla società civile che stava nascendo” (p. 47).

Stanislao si sposa a ventidue anni, diventando erede in giovanissima età degli oneri e degli onori che il suo lignaggio nobiliare comportava, il che gli permetterà d’altra parte di fare incontri di grande valore sia dal punto di vista civile (i.e. la principessa Sissi) che religioso (i.e. san Giovanni Bosco e San Pio X).

Quanto ai tempi in cui Medolago Albani è vissuto, sono tempi difficili per il cattolicesimo, come accennato poco sopra. Gulisano sintetizza bene la situazione cattolica di quel periodo, di quel Risorgimento che fu piuttosto una Rivoluzione Italiana. Rispetto a ciò, lasciando al lettore di approfondire altri dettagli del testo, riprendo qui solo una constatazione utile a precisare le circostanze in cui operò il conte e il ruolo che svolse tra i suoi contemporanei: l’autore sottolinea ed evidenzia una significativa adesione di gioventù bergamasca alla celeberrima Spedizione dei Mille di garibaldina memoria, il che porta a chiedersi per quale ragione “una città profondamente cattolica come Bergamo avesse aderito con tale passione a una causa ferocemente anticlericale”, e la spiegazione proposta nello studio è che “la Bergamo cattolica come l’abbiamo conosciuta nel Novecento” non esisteva al tempo del Risorgimento, bensì fu piuttosto “il risultato dell’azione sociale, culturale ed ecclesiale di Medolago Albani” (p. 82).

Ma cosa fece dunque concretamente il conte Stanislao in favore della causa cattolica sociale italiana? Il suo impegno inizia a diciassette anni aderendo al Circolo San Luigi, una porzione di quella che a breve sarebbe diventata la Azione Cattolica Italiana. Si tratta di una scelta di coraggio, in una stagione in cui le reazioni degli anticlericali erano violente e simili associazioni venivano duramente etichettate come “espressione di una congiura austro-borbonico-clericale”, bollate di “fanatismo religioso” e perseguitate fino al carcere (p. 90). Siamo del resto nell’epoca che vide nascere “quelli che potremmo definire i cattolici con gli aggettivi: conservatore, progressista, liberale, socialista, reazionario, intransigente e via dicendo” (p. 18). È questo il contesto che vede muovere i passi del giovane Stanislao e di altri validi laici e sacerdoti, i quali tramite i Congressi Cattolici, i Comitati, l’Opera dei Congressi etc., animeranno la grande “opposizione cattolica” in Italia (p. 91).

Il contributo specifico della missione di Medolago Albani lo vediamo poi realizzato nel modo di affrontare la cosiddetta Questione Sociale. Siamo sul finire dell’Ottocento, quando “la vecchia Questione Romana diventò Questione Sociale” e alle tensioni create con la presa di Porta Pia (1870) si sostituiscono le problematiche generate dalla Rivoluzione Industriale. Nel 1891 Leone XIII avrebbe pubblicato la Rerum Novarum, facendo tesoro dei consigli ricevuti dall’Unione di Friburgo, gruppo di studio cui aderiva anche Medolago Albani. Per il nostro era evidente la necessità di unire le forze cattoliche su questo nuovo fronte e anche il dovere di chiarire gli aspetti teorico-pratici della cultura emergente. Quanto al primo aspetto però l’opposizione cattolica mostrerà fin da subito una debolezza intrinseca, in quanto “non tutti pensavano come Medolago” che fosse opportuno per le associazioni cattoliche “aiutarsi e sostenersi scambievolmente” (p. 114). Triste fragilità che da allora fino a oggi non smette di affliggere il campo cattolico. Relativamente al secondo punto (la riflessione sugli aspetti culturali moderni), Stanislao prende fin da subito le distanze dalle deviazioni socialiste e capitaliste, andando a censurarne la radice: contro il principio moderno dell’ugualitarismo, Medolago sosteneva “l’esistenza di tale disuguaglianza delle varie classi sociali”, negando qualsivoglia rivendicazione classista con annesso prurito di rivoluzione; ma una volta ammessa la disuguaglianza naturale, egli ricordava che fra le classi “dovranno esistere relazioni costanti” (p. 121), intese come un soccorso dei superiori verso gli inferiori, definendo così tanto la condanna delle forme di individualismo capitalista quanto delle prospettive di lotta di classe socialista.

E per questa via si va a delineare sempre meglio la visione politica del Medolago. Lucidamente equidistante dagli estremi su esposti e però analista finissimo del mutare di un’epoca, il conte ritiene fermamente che “il nemico numero uno” sia il Liberismo (p. 139), più che il socialismo, mostrandosi così particolarmente incline a un movimento inclusivo delle masse di lavoratori, nonostante il parere contrario di tanti cattolici “sospettosi di qualsiasi iniziativa che sapesse di rivendicazioni operaie” (p. 141). Ma la lettura del nostro è ben motivata e pubblicamente difesa. Egli sa che “la sovversione procede dall’alto verso il basso, che la corruzione delle élite si comunica alle masse” (p. 128), perciò punta il dito anzitutto contro la condizione dell’aristocrazia la quale “fino dal principio del XVIII secolo… abbandonava il posto dalla Divina Provvidenza assegnatole” (p. 126), cedendo a mollezze e comodità che portarono “il cuore di quei signori, corrotto dai vizi” a occultare la luce “di quella Fede che era il più prezioso tesoro a loro recato dagli avi” (p. 127). Così la nobiltà di un tempo cede il posto a una aristocrazia rilassata e poi a una nuova leva di imprenditori borghesi, che Medolago descrive come “una sorta di sovrani assoluti, che tutto possono nella loro azienda”, incluse numerose forme “di meccanismi di sfruttamento, persino di vessazione” (p. 130). Di qui la controproposta di Stanislao, il suo slancio per l’impegno sociale, teso a conquistare le masse alla Fede, quale pegno di riscatto umano integrale.

Medolago Albani attuerà tale politica impegnandosi in primo luogo su due fronti: aderendo e promuovendo “un’associazione intitolata a Daniel O’Connell per la promozione della libertà di insegnamento e della dottrina religiosa nella scuola pubblica” (p. 134); nonché supportando “l’azione eonomico-sociale”, tramite la quale “salvare più anime possibile, procurando sempre la giustizia e la carità, i miglioramenti anche materiali del popolo, ponendo le istituzioni economiche, le associazioni operari e professionali e altre sotto la protezione della Chiesa” (p. 138).

In tale avventura uno dei capitoli più gloriosi fu la militanza di Medolago Albani nella celebre e importante Opera dei Congressi, associazione nata nel 1876, volta a riunire i cattolici italiani sotto una bandiera comune” (p. 147). Il conte, che nel frattempo procedeva nella propria carriera politica divenendo “tra i cattolici impegnati nella politica locale” una delle figure “più importanti a livello nazionale” (p. 151), ebbe ruolo di spicco nell’Opera, in qualità di presidente della “Sezione di Economia Cristiana”, la più longeva tra le sezioni di tale associazione. Purtroppo parlare di bandiere comuni in campo cattolico significa spesso, e significò allora, mettersi su di un cammino in salita. Così l’esperienza dell’Opera dei Congressi, lungi dall’essere un esempio di armonia vincente, inaugurò piuttosto una “storia di controversie, spesso anche molto dure”. Anche in tal caso il conte si distingue per una posizione di eminente lucidità e coraggio: anzitutto egli imputò a quelle controversie “gli insuccessi dei cattolici italiani”, sostenendo che i fallimenti sul fronte cattolici non fossero dovuti alla scelta pontifica del Non expedit, quanto appunto “alla mancanza di forza interiore, ossia di spirito di obbedienza, di sacrificio, di preghiera” (p. 161) dei cattolici militanti nell’Opera; d’altra parte in tale contrasto Medolago Albani non porterà mai elementi di rinnovata tensione, al contrario sempre spiccherà “per il suo grande impegno per l’unità” (p. 159).

La testimonianza di Medolago Albani prosegue negli anni del pontificato di Pio X, del quale conquisterà stima e fiducia. Il ruolo della Fede e della Chiesa, dicevamo sopra, sono per lui determinanti al fine di non cedere né alle lusinghe del Liberalismo, né a quelle del socialismo. Il Liberalismo si confermava per lui “conseguenza del dottrinarismo individualista”, capace di “mettere l’astuzia del più sfrenato al posto dell’Onestà” (p. 183); il socialismo invece “si affanna attorno la soluzione del problema sociale”, ma prova a farlo “per la forza dello Stato, eretto in Moloc pauroso, che livella, opprime, comprime, distrugge ogni capacità individuale” (pp. 183-184). Unica alternativa, dunque, rimane la proposta ecclesiale, il che poneva il conte Stanislao in perfetta armonia con il nuovo motto papale “instaurare omnia in Christo”.

Questa posizione fu mantenuta tenacemente pur nel turbine di contrasti che si accentuò in Italia con le circolari anticattoliche del Presidente Antonio Starabba di Rudinì (1897), nonché con le repressioni del 1898. In ciò Medolago rimane sempre fedele alla linea vaticana, ma mai in modo acritico o incondizionato: lui e l’amico Toniolo, “se non concedevano nulla dal punto di vista dottrinale alle richieste democratico-cristiane” – espressioni delle politiche del Murri e di altri personaggi insoddisfatti dal Non expedit papale –, entrarono peraltro in contrasto con l’immobilismo mostrato dai cattolici dell’Opera “nel far fronte ai problemi sollevati dall’acuirsi della questione sociale e dalla conseguente avanzata socialista” (p. 171).

Tanto dispiego di energie, guidato da ideali retti e profondi, si paleserà ulteriormente negli anni a venire con l’appoggio dato alla comunicazione sociale (i.e. in sostegno dei giornali “L’Eco di Bergamo” e “Il Campanone”), con la direzione della Scuola Sociale Cattolica e coi conseguenti lavori in favore della inaugurazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (che però avverrà dopo la sua morte).

Concludendo la recensione al testo di Gulisano, riporto due ultimi dettagli uno morale e uno strategico, che illuminano la grande personalità del conte Stanislao Medolago Albani. Dal punto di vista morale la strenua dedizione alla causa cattolica, in favore della società e a tutela delle masse lavoratrici, fu possibile “perché fu uomo di vita interiore” (p. 216) e perché sapeva che “lo spirito di sacrificio è quello che mantiene in noi perenne la disposizione di sacrificare specialmente l’amor proprio per la causa divina nel mondo” (p. 218). Dal punto di vista operativo e strategico Medolago si appoggiò a una visione di filosofia della storia molto precisa che gli permise di aver chiaro il rimedio ai problemi del suo e nostro tempo: “ritornare indietro, studiare quale fu l’assetto della società dei tempi andati”. E davanti a tale proposta lui stesso si interrogava: “ma come? Voi in mezzo a tanto splendore di scienze, … voi ci venite a proporre di tornare indietro?” (p. 232). Ma è chiaro che, “se si è sbagliato strada, la cosa più logica da fare è di tornare indietro e cercare di imboccare la strada giusta” (p. 233).

La storia non pare aver ascoltato questo consiglio, anzi nel 1921, l’anno in cui moriva il nostro conte, nasceva a Livorno il Partito Comunista. E così, “quella radicalizzazione delle masse operaie che Medolago aveva tentato in ogni modo di arginare, … andava sempre più imponendosi”. Se questo poi sia stato un bene, o se al contrario abbia drammaticamente mostrato l’opportunità di quel monito disatteso – ritornare indietro! – lo giudicherà il lettore. Per ora l’invito potrebbe essere: ritornare a Medolago Albani e agli altri eminenti protagonisti di quella splendida controrivoluzione cattolica italiana, certamente darà linfa e stimoli per abbracciare le sfide sociali che si prospettano rinnovate sotto l’incipiente pontificato leonino.

Don Marco Begato

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