[Paolo Piro, Mediterraneo: l’ombra del Jihad sulla Lunga Terra, Collana “Quaderni dell’Osservatorio”, ed. Cantagalli, Siena 2026, Euro 12,00 – RICHIEDILO QUI].

Il cambiamento d’epoca che si sta vivendo da un punto di vista geopolitico si può comprendere nel passaggio dalla fase finale della «Guerra fredda» al tentativo di avvio, confuso e conflittuale, di un nuovo contesto mondiale caratterizzato dall’emersione di un mondo multipolare. Se prima, infatti, la polarizzazione – frutto delle conseguenze del Secondo Conflitto mondiale (1939-1945) era risolta nella contrapposizione tra i due blocchi, quello occidentale con a capo gli Stati Uniti d’America e quello comunista con a capo l’U.R.S.S. (Unione della Repubbliche Socialiste Sovietiche), con il crollo del muro di Berlino (9 Novembre 1989) e, quindi, per effetto della implosione del socialcomunismo sovietico, non si realizzerà un mondo con la guida indiscussa del vincitore della Guerra fredda, ossia il blocco occidentale con la leadership del Stati Uniti, bensì si assisterà al sorgere e al riposizionamento di polarità multiple. Il nuovo ordine mondiale sostanzialmente, secondo il politologo americano Samuel Philips Huntington (1927-2008), presenta almeno sette civiltà protagoniste: gli Stati Uniti, l’Europa, la Cina, il Giappone, la Russia, l’India e gli Stati islamici emergenti.

L’11 settembre 2001 uno spaventoso attentato alle Twin Towers New York ha fatto tragicamente risvegliare l’attenzione verso l’Islam, antica religione nata nel VII secolo dopo Cristo nella penisola araba, e che in qualche modo ha riattualizzato un scontro secolare con l’Occidente. L’attentato, infatti, veniva rivendicato da Osama bin Laden (1957-2011), leader di Al-Qaeda, sigla terroristica islamica che da lì, assieme ad altre e fino al momento attuale, caratterizzerà il nuovo panorama internazionale e soprattutto una delle sfide più urgenti per il mondo occidentale. 

Il volume di Paolo Piro ha il merito di fornisci – attraverso soprattutto un itinerario storico ed attualizzante – i termini per conoscere – al di là del politicamente corretto – la prospettiva antropologica, religiosa e politica islamica, i suoi nuclei fondamentali e la strategia dei principali gruppi che emergono nel contesto contemporaneo e ciò senza ridurre la complessità del fenomeno che – come ricorda il prefatore del testo, Ciro Lomonte – non può essere considerato «una realtà monolitica, trascurando le mille e una sfumatura che esistono fra sunniti, sciiti, sufi, drusi e altri ancora» (p.12). L’ottica del testo non è fine a se stessa ma si vuole fare, altresì, uno strumento di conoscenza con finalità anche politiche nella convinzione che «chi sbaglia storia sbaglia politica», come più volte ricordato dal fondatore di Alleanza Cattolica, Giovanni Cantoni (1838-2020).

Nell’Introduzione, l’Autore fa notare come la nascita dell’Islam con Maometto (m. 632) diede una identità alle popolazioni arabe a vocazione universalista che si configura nell’ummah (nazione giusta) musulmana e che si lanciarono alla conquista di altre terre, tra cui quella definita Lunga Terra ossia l’Italia. L’Europa, così, dopo il crollo dell’Impero Romano e la lenta sedimentazione della cristianità medievale, a partire dal VII secolo, si ritroverà innanzi ad una sfida inedita e prolungata nei secoli, innanzi all’espansione di un vero e proprio impero coloniale islamico, le cui conquiste, nell’immaginario musulmano, non facevano altro che consolidare la veridicità stessa della religione, connotando l’ummah come «un soggetto politico con una missione etica universale fondata sul volere divino» (p.16).

Il primo capitolo, Nascita di una nazione, a partire dalla figura di Maometto e delle sue prime imprese traccia l’emergere di una nazione che trova in un testo, il Corano, la sua rigida struttura e soprattutto l’idea secondo cui «non bastava la predicazione ma occorreva diffondere e difendere l’Islam manu militari» (p.27). Ciò si realizzò soprattutto con i successori del Profeta che, pur non avendo alcuna autorità profetica, erano capi religiosi, politici e militari dell’ummah, in qualità di successori di Maometto, ossia Califfi. Soprattutto i primi quattro espanderanno l’Islam verso la Persia, la Siria, Gerusalemme e l’Egitto, verso il mar Mediterraneo con la conquista nel 649 di Cipro e verso il Caucaso e l’India. Una tale espansione fece emergere interessi politici ed economici differenti, tant’è che la dinastia emergente degli Omayyadi uccise Alì ibn Abi Talib (599-661), il quarto califfo, nonché marito di Fatima figlia di Maometto, e gli ultimi appartenenti alla famiglia del Profeta e pose la capitale dell’Islam a Damasco.

La più recente versione dell’Impero islamico è quella Ottomana che viene abolito da Mustafa Kemal detto Atatürk (1881-1938) nel 1924. Gli sciiti, altresì, a partire dalla rivoluzione del 1979 in Iran credono che la loro Repubblica realizzi l’edificazione istituzionale della nazione islamica. Su questa scia, vari esperimenti possono essere ricordati come la creazione del Pakistan (1974) e le vicende che hanno riguardato l’ISIS. Anche se il concetto di stato islamico viene declinato in diversi modi ciò che lega tali tentativi è un’unica idea: far rivivere il sistema socio-politico realizzato a Medina da Maometto in cui la vita sociale è fatta della totale sottomissione umana alla sovranità divina. Una tale idea è riscontrata da Piro anche nella Dichiarazione Islamica dei Diritti dell’uomo proposta in seno all’ONU dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica che raggruppa cinquantasei stati islamici in cui si richiama la Shari’ah quale parametro per i diritti dell’uomo: «non potrebbe essere altrimenti perché per i musulmani Dio governa il mondo, nel pensiero politico islamico la religione non trascende la politica ma prescrive i suoi regolamenti» (p.36).

Il secondo capitolo, I Saraceni nella Lunga Terra, segna i continui tentativi, dal VII al XIV secolo, di conquista delle coste italiane da parte dei Saraceni, termine sinonimo di arabi. Tale spinta si spiega attraverso il sesto pilastro dell’Islam, ossia il jihad: «questa gente aveva trovato nel Corano un’identità nazionale e nel jihad la giustificazione ideologica allo spirito di espansione dell’ummah» (p. 38). Le teste di ponte della conquista della Lunga Terra furono Centumcellae nel Lazio e la Sicilia con capitale Palermo, quest’ultima «divenne la più importante base dei musulmani sul Mediterraneo sia per la presa definitiva della Sicilia sia come testa di ponte per la conquista della Lunga Terra che si prospettava inesauribile vivaio in cui razziare uomini e donne da ridurre in schiavitù, un’arte in cui i musulmani divennero campioni mondiali» (p.51).

L’effetto delle continue incursioni e conquiste non farà altro che impoverire le coste italiche e spingerà le popolazioni nelle zone montuose. In particolare, fa notare l’Autore, il mito di una Sicilia araba felice è da rivedere con una «trattazione a parte, tesa a demistificare la narrazione dominante sull’onirica idea della Sicilia araba ed il mantra del “pacifico splendore di quella civiltà”» (p.61).

Nel terzo capitolo si fa stato della duratura tratta della schiavitù, ossia un vero e proprio sistema organizzato di cui l’Islam – ancora prima che i paesi occidentali – è stato protagonista per lunghi secoli. Se da un lato fu la Chiesa Cattolica a gettare le basi per l’abolizionismo in relazione alla schiavitù, dall’altro – afferma Piro – «l’Islam ha generato il più vasto ed articolato sistema schiavista del mondo perché la tratta schiavista islamica trovò una giustificazione ideologica nel jihad, ed una dimensione universale nella ummah» (p.65). In questo senso, ad esempio, Ibn Qudama Al-Maqdisi (1147-1223), giurista islamico del XII secolo, categorizzava i vari generi di schiavi prescrivendo le modalità con cui dovevano essere trattati: donne e bambini, cristiani, ebrei e zoroastriani, pagani maschi. Altresì, «l’avvio della tratta negriera atlantica (secoli XVI-XIX) non smorzò i flussi schiavisti sahariani, anzi li incentivò. I nuovi schiavisti occidentali trovarono negli arabi coloro che, avendo dimestichezza con “mestiere” di gestire schiavi e tratta, sapevano come alimentare il flusso» (p.75).

Tuttavia, per avere una comprensione fondata dell’ottica schiavista islamica bisogna comprendere la prospettiva antropologica in cui la religione di Maometto si pone: essa non conosce il concetto di persona, l’ummah viene prima dell’individuo per cui il singolo uomo è sacrificabile alla totalità. Tra Dio e la creatura vige una distanza incolmabile e invalicabile per cui quest’ultima non può stringere patto alcuno con Dio, ma vi è semplicemente sottomesso. L’infedele, per converso, è corruttore di suo e lo schiavo una sorta di essere dis-umano – che rientra nella compravendita di beni e cose – è un infedele e, come se non bastasse, Allah lo ha voluto schiavo degli Abd, ossia schiavo dei servi. Commenta Piro: «questa nullificazione dell’uomo lo espone a qualunque sopruso e violenza» (p.79).  

L’epopea della redenzione, con cui viene titolato il quarto capitolo, narra invece delle vicende di un significativo movimento di riscatto degli schiavi. Se è vero che la Dichiarazione di Emancipazione degli schiavi di Abramo Lincoln (1809-1865) è del 1863, e che il Congresso di Vienna (1815) aveva avviato un processo di abolizione della “tratta” che passò gradualmente all’abolizione della schiavitù, si registra che l’ultimo paese ad abolirla nel 1962 fu l’Arabia Saudita. Tuttavia, da secoli prima uomini coraggiosi come Giovanni de Matha (1154-1213) fondatore dell’Ordine della Santissima Trinità (Trinitari) e Pietro Nolasco (1189-1256), fondatore prima di una confraternita laicale e poi dell’Ordine della Beata Vergine della Mercede (Mercedari) si dedicarono, anche disposti a darsi in cambio degli schiavi, all’opera di liberazione dei captivi. I fratelli mercedari liberarono più di 52000 schiavi e tali organizzazioni si moltiplicarono ad ulteriore testimonianza della gravità del fenomeno riguardante il Mediterraneo: «le cronache delle gesta dei redentori sono innumerevoli e forniscono notizie, oltre che sulla fede e la generosità dei protagonisti, anche sulla realtà, usi e costumi dei regni islamici, sulle condizioni degli schiavi e delle schiave, sulle atrocità che per secoli dovettero subire milioni di cristiani […]. Dal 1300 al 1900 il terrore dell’orizzonte, sulla Lunga Terra, sarà segnato dal grido: “mamma li turchi!”» (pp.88-89).

Il quinto capitolo analizza Il jihad, anima del colonialismo islamico. Relativamente al termine non vi è una unicità interpretativa. Da sforzo bellico e di conquista secondo alcuni studiosi, soprattutto occidentali contemporanei, il jihad si dovrebbe intendere semplicemente come lotta spirituale. Tale linea ermeneutica tuttavia non trova un fondamento nel Corano. Per l’autore, «il jihad è il veicolo della diffusione dell’Islam attraverso la realizzazione di un processo politico o di un’azione militare volti alla conquista dei territori da islamizzare, da riconquistare o nei quali è necessario difendere l’ummah» (p.92). Ogni rifiuto dell’annuncio del Corano, a partire dalla cacciata dei seguaci del Profeta dalla Mecca, viene vissuto come un atto d’ingiustizia che va sanata per mezzo del jihad. Così, sin dal suo sorgere, l’Islam si caratterizza per essere una religione volta alla conquista di territori e popoli considerati Dar-al-Harb (territori non musulmani della guerra) contrapposti alle zone Dar-al-Islam (territori dell’Islam, della pace). La giustizia nei confronti di Allah è proprio quella di fare diventare tutti i territori non islamici sottomessi a Lui. Ciò è visibile sia quando la leadership è araba sia quando passa agli Ottomani che riescono a conquistare nel 1453 Costantinopoli, una svolta epocale, e da lì lanciarsi alla conquista dell’Europa. Si spiegano così, tra le altre, la battaglia di Lepanto (1571) e l’assedio di Vienna (1683), entrambi episodi che videro la cristianità scampare il pericolo, quasi miracolosamente, della conquista islamica.

Il jihad, radicato nel Corano che è ipostatizzato, increato, e non interpretabile, ha una dimensione sociale e tocca tutti gli aspetti della vita del musulmano, ragion per cui una vita in continuo combattimento tiene lontani da questo mondo e fa crescere il desiderio dell’aldilà. L’Islam difficilmente si diluisce nel contesto sociale in cui attecchisce ma lo sostituisce, lo soppianta. Soprattutto – al di là della scoperta contemporanea del petroldollaro – è costitutivamente ostile a tutto ciò che è occidentale. In fondo, «gli islamisti quando parlano di jihad intendono soprattutto una cosa “la Guerra Santa” i cui metodi variano secondo le circostanze, le latitudini e il gruppo militante» (p.102), implicando non da ultimo anche lo stratagemma della dissimulazione (taqiyya).

L’Islam, da dopo Maometto, è una realtà plurale in cui vigono tante linee diverse. Forse ciò che unisce tutte le scuole è il consenso sui cinque pilastri e il jihad, nonostante le varie interpretazioni date a quest’ultima nozione. Volgendosi alla contemporaneità, secondo Paolo Piro, l’Islam è caratterizzato da un desiderio di “risveglio” e rivalsa, incarnato almeno da tre macromovimenti: il Wahhabismo, la Fratellanza Musulmana e Jamaat che ispirano il jihad contemporaneo spingendo anche le frange militarmente più aggressive. Il primo è diffuso soprattutto nella penisola araba e fomenta il rilancio e la diffusione del Corano anche con la costruzione in Europa e in Occidente di moschee e scuole. La seconda è espressione dell’Islam che rifiuta ogni compromesso con la modernità impegnandosi ad islamizzare attraverso il jihad. Da questa prospettiva nasce il termine “islamismo” che si differenzia da islamico. La Fratellanza diffusa in Nord Africa e in Europa – in Italia l’UCOII – vede la presenza di giovani anche intellettualmente attrezzati che mirano a dimostrare che l’Islam è la soluzione ad ogni problema. La terza denominazione riguarda la regione indiana e si espande nel mondo anglofono e in particolare nel Regno Unito, visto i trascorsi coloniali.

Afferma l’autore: «se il primo obiettivo dei movimenti di risveglio islamico è la cura dei musulmani delle diaspore in Occidente, il secondo è l’attivismo islamista nei paesi islamici dove governano regimi piegati e sostenuti dagli Usa. […]. Terzo imprescindibile obiettivo islamista, è l’annientamento di Israele, “Palestina libera dal mare al fiume”, in questo ambito Hamas è l’avanguardia del jihadismo» (p.114).

Discorso a parte merita, invece, la Tabligh Eddawa (la propaganda), che si propone, attraverso toni apparentemente soft, di re-islamizzare coloro che si sono allontanati dalla pratica religiosa. Sono una sorta di missionari che invitano a frequentare le moschee, a partecipare a incontri multilivello e a non assimilarsi alle pratiche occidentali.

Attraverso vari momenti, dalla resistenza afgana all’URSS alle guerre in Bosnia-Erzegovina, «dalle interpretazioni del jihadismo di Al Qaeda, dell’Isis o di Boko Haram in Nigeria, e di tutte le innumerevoli sigle in Medio Oriente e filiazioni in Africa, in Maghreb, nella regione indiana, fino alle Filippine, all’Indonesia e alla Cecenia, tutto concorre a nutrire le aspirazioni jihadiste globali dell’ummah, che è tornata ad essere protagonista nella contemporaneità» (p.120), tant’è che si può ipotizzare anche una pianificazione negli anni recenti del jihad attraverso strategie ben precise.

Il sesto capitolo, Un déjà-vu, 7 ottobre 2023, si occupa dell’ultima offensiva che Hamas ha lanciato contro Israele e di cui ormai nella narrazione mediatica si trovano semplificazioni e falsificazioni propagandiste che nascondono i fatti nella loro crudezza. Secondo Piro, «ciò che è avvenuto il 7 ottobre 2023 ha molte similitudini con quanto accaduto cento, mille, diecimila volte, sulle coste della Lunga Terra per molti secoli ad opera dei Saraceni prima e degli Ottomani dopo, fatti che il mainstream ha cancellato dalla storia. Incursioni armate, uccisioni, catture, stupri, rapimenti, razzie, insomma il 7 ottobre 2023 potrebbe essere definito un déjà-vu, se non fosse che l’attacco e la sua conduzione selvaggia è stato gestito da un contingente irregolare armato cresciuto nei sotterranei di Gaza, e minuziosamente preparato» (p.124).

L’ottica di Hamas, foraggiata dagli ayatollah di Teheran e spalleggiata dal libanese Hezbollah, non è un fenomeno reattivo, frutto di miseria materiale, di odio antiamericano o di intolleranza verso il governo sionista di Israele, bensì «un passaggio necessario verso l’affermazione di un mondo giusto, la ummah mondiale» (p.126). Proprio sul piano geopolitico, Israele, quindi rappresenta una garanzia per i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo.

Il settimo capitolo, Europa, la nuova Lunga Terra, riflette a partire dalla frase dello sceicco Yusuf Al Qaradawi (1926-2022) rivolta all’Occidente secondo cui “con le vostre leggi democratiche noi vi colonizzeremo. Con le nostre leggi coraniche noi vi domineremo”. Stante che l’Occidente dunque viene visto come terra di conquista le resistenze interne sembrano molto deboli. Non solo, ma pare esservi una saldatura di orizzonte tra wokismo e islamismo. Il primo quale fenomeno culturale interno alla cultura occidentale contemporanea considera sempre è comunque la violenza degli occidentali come oppressione e quella degli altri come legittima insurrezione contro le ingiustizie. È il frutto ultimo – per richiamare papa Benedetto XVI (2005-2013) – di un Occidente che odia se stesso: «le manifestazioni nelle università europee a favore di Gaza non sono altro che l’esito della sedimentazione culturale dell’odio rivoluzionario contro quel poco che rimane della civiltà cristiana identificata con quella a marchio USA, indicata come potenza “crociata”» (p.133). I pensatori della sinistra vedono nell’Islam una sorta di grande movimento di liberazione globale, e hanno fatto dell’Europa la nuova versione della Lunga Terra su cui si possono avventare i moderni Saraceni, anche a volte con l’avallo di alcuni esponenti della Chiesa Cattolica che, a parte tutto, rimane depositaria delle radici più profonde di ciò che è il vero Occidente, prima tra tutte la nozione di uomo come persona.

È allora impossibile relazionarsi all’Islam? Attorno a questa domanda, l’Autore svolge la sua Conclusione riconoscendo che è molto difficile poter dialogare con una realtà che nega un qualsiasi ruolo positivo della ragione, tuttavia «è possibile il dialogo con il musulmano e con la famiglia della porta accanto che vive nel nostro stesso rione o con la persona che gestisce l’esercizio commerciale sotto casa nostra, poiché l’essenza della natura umana è sempre identica a se stessa, […] le esigenze più intime e profonde sono identiche in ogni “persona” umana di ogni tempo» (p.140). Chi arriva nelle nostre terre, soprattutto in qualità di migrante economico, gode di tutta una serie di garanzie, diritti e prosperità sconosciuti nei paesi di origine. Tutto questo è un effetto di una storia cristiana e di una civiltà, che tuttavia viene nascosta sia perché i gruppi militanti islamici non permettono l’integrazione, sia perché chi può condurre un tale dialogo spesso è assente o si limita semplicemente alla gestione di centri di accoglienza. Le terre lontane dell’evangelizzazione di qualche secolo fa adesso sono a casa nostra ma pochi sono coloro che vi si dedicano a tale opera. Se i popoli europei non riacquisteranno questa memoria prima o poi sarà fatale il destino del dhimmi. All’Autore piace interrogarsi in fondo con speranza e realismo: «forse nel futuro prossimo dell’Europa c’è l’appuntamento con un nuovo “7 Ottobre”. Toccherà ai popoli europei scegliere quale sarà dei due, se quello del 2023 o quello del 1571. Sarà l’ottobre saraceno o l’Ottobre di Lepanto?» (p.142)

Daniele Fazio

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