LifeSiteNews) — In questa intervista esclusiva, Stefano Fontana, filosofo cattolico, autore, giornalista e direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa con sede a Verona, racconta a John-Henry Westen i danni che l’ultimo pontificato ha arrecato alla Chiesa, quali qualità dovrebbe avere il prossimo Successore di Pietro e quali speranze nutre per il futuro della Chiesa. Le risposte originali di Fontana erano in italiano e sono state tradotte. 

Secondo lei, quale cardinale è il candidato migliore per ripristinare l’ortodossia nella Chiesa?

La situazione interna del conclave contrasta profondamente con la gravità dei problemi della Chiesa e con la posta in gioco. Il recente pontificato ha lavorato per una “Chiesa nuova”, operando su tutti e tre i livelli: dottrinale, disciplinare e pastorale. Le macerie sono molte e la ricostruzione sarà lunga e complessa senza l’aiuto della Provvidenza.

Rispetto a questa situazione, per molti aspetti drammatica, l’attuale composizione del conclave alimenta molti dubbi. I nuovi criteri di nomina, discutibili, hanno prodotto un numero eccessivo di cardinali. Inoltre, molti di loro non sono preparati ad affrontare i grandi problemi della Chiesa odierna perché spesso reclutati tra i cosiddetti “vescovi di strada”, oppure perché nominati per affinità con il modo di pensare e di agire di Francesco, e con un’esperienza limitata e solo locale. Questo impedisce di approfondire le questioni. Da un lato, si presta a contrattazioni politiche tra gruppi di pressione, dall’altro può produrre decisioni non sufficientemente mature. Naturalmente, anch’io ho in mente alcuni nomi, anche se credo che, oggettivamente, non abbiano grandi possibilità di essere eletti.

Quali sono le qualità più importanti che i cardinali dovrebbero ricercare nel prossimo papa?

La prima qualità del prossimo papa dovrebbe essere la certezza teologica, la sua immunità dal modernismo teologico che con Francesco ha raggiunto i vertici della Chiesa. L’attuale crisi della Chiesa è certamente una crisi di fede, ma soprattutto nel senso di una crisi di consapevolezza di cosa sia la fede . C’è una concentrazione sull’aspetto soggettivo della fede e una trascuratezza del suo aspetto oggettivo. Le persone si credono esperte sul “come credere” (aspetto pastorale) e trascurano il “cosa credere” (aspetti dogmatici e dottrinali). Hanno perso di vista il fatto che il “come” è dettato dal “cosa”; la cura pastorale deve conformarsi alla dottrina e non viceversa. Per questo motivo, a mio avviso, la prima necessità è di natura teologica. Se, con il prossimo papa, il quadro teologico di fondo non cambia, potranno cambiare aspetti marginali, ma nulla di sostanziale.

Lei è direttore dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa. Da questo punto di vista, come valuta il pontificato di Francesco e cosa si augura per il prossimo?

Durante il pontificato di Francesco, della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) si è persa ogni traccia. Non solo l’espressione non è più stata utilizzata, e non solo ne sono stati ignorati i principi e i criteri di valutazione dei numerosi nuovi fenomeni sociali, ma soprattutto ne sono andati perduti i presupposti filosofici e teologici, senza i quali si è ridotta a moralismo sociale e generica solidarietà umana.

Il quadro di riferimento di questi fondamenti aveva retto, seppur con qualche difficoltà, fino a Benedetto XVI, ma poi molto è andato perduto. Chi aveva coltivato il proprio impegno nel campo della Dottrina sociale della Chiesa è stato messo a dura prova. Il corretto rapporto tra fede e ragione è stato abbandonato, la legge naturale e la legge morale naturale sono state dimenticate, la natura missionaria ed evangelizzatrice della Dottrina sociale della Chiesa non è più menzionata, la dottrina dei principi non negoziabili è stata negata, la morale sessuale e coniugale è stata rivista su punti fondamentali e le due encicliche considerate sociali – Laudato si’ e Fratelli tutti – non sono in continuità con il magistero precedente.

Nel prossimo pontificato tutta la questione della Dottrina sociale della Chiesa dovrà essere ripresa e riportata nel suo contesto tradizionale.

Quale sarà la crisi più grande che dovrà affrontare il prossimo papa dopo il pontificato di Francesco?

La questione centrale che, se rimanesse così com’è, rappresenterebbe un danno certo e di vasta portata è quella della sinodalità. La prassi sinodale può cambiare il volto della Chiesa in breve tempo, come in parte è già accaduto.

Può distruggere la sua struttura gerarchica, può far sì che i laici guidino i vescovi; può dare consistenza teologica all’assembleismo; può confondere il “popolo di Dio” con un gruppo di pressione sociologico; può scomporre l’unità universale in varie componenti regionali; può fare in modo che qui si benedica e  no, che qui un comportamento sia lecito e  illecito; che la liturgia diventi preda delle culture locali; che una conferenza episcopale legiferi diversamente da un’altra in materia di dottrina; che le esigenze del momento prevalgano su quelle eterne; che la democrazia liberale entri nella Chiesa; che l’autoconvocazione dal basso diventi la regola; che non esista più il Catechismo ma solo catechismi; che l’ascolto preceda le esigenze della verità; che il papato non sia l’autorità ultima in materia di dottrina; che le domande e i dubbi siano fondamentali perché alimentano la discussione sinodale; che l’importante sia decidere insieme e in modo condiviso e non che ciò che si decide sia vero e buono. La minaccia principale deriva dal fatto che la sinodalità è una prassi che può cambiare la dottrina pur rimanendo una prassi.

La prima cosa che dovrebbe fare il prossimo papa è sospendere questo processo sinodale.

Come dovrebbero reagire i fedeli cattolici se un cardinale eterodosso, come Parolin o Zuppi, et al., venisse eletto papa?

La situazione descritta nella domanda era già presente nel pontificato di Francesco. Nel caso ipotizzato dalla domanda, i fedeli dovranno continuare a comportarsi come hanno fatto in questi dodici anni. Dovremmo anche tenere presente che i processi avviati continueranno, anche se verrà eletto un papa “moderato”, ad adottare il linguaggio della politica. Quei processi continueranno, e non solo in Germania, perché si basano sulla pratica e non sulla dottrina, anche se sono portatori di una nuova dottrina. Il problema del “che fare” peserà quindi sulle coscienze per molto tempo a venire, anche se le peggiori previsioni (Parolin, Zuppi o altri) non si avvereranno.

Non credo che questo conclave possa risolvere immediatamente i mille problemi della Chiesa. In ogni caso, ci vorrà molto tempo, e molti fedeli hanno maturato esperienza negli ultimi 12 anni e si sono formati in un impegno caratterizzato dalla fedeltà alla Chiesa, al papato come istituzione ecclesiale e non come esercizio arbitrario, alla verità del deposito della fede non soggetto ai tempi o alle nuove ermeneutiche, al rapporto tra ragione e fede con il primato di quest’ultima, al rifiuto della gnosi nelle sue molteplici forme, comprese quelle odierne, e alla Regalità Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo.

È vero che Dio sceglie ogni singolo papa, come molti dicono?

Lo Spirito Santo è presente nel Conclave e opera; dopotutto, opera sempre. Tuttavia, detto questo, non si può negare la libertà e la responsabilità della persona, che nella Chiesa si fondono misteriosamente con la Provvidenza e la Grazia. Lo Spirito Santo non indica direttamente un cardinale, ma non nega il Suo aiuto ai cardinali elettori, se lo desiderano. Questa assistenza dello Spirito coinvolge tutti i Suoi sette doni, e spetta ai singoli cardinali stessi essere aperti ad essi e guidati da essi.

(Foto: Di Coronel G, Unsplashed)

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