
Continuo quanto avviato nell’articolo precedente (Don Bosco e la Vera scuola cattolica ), offrendo al pubblico alcune fonti e pochi commenti aggiuntivi che integrino il mio intervento nella V giornata nazionale di Formazione e Coordinamento promossa dall’Osservatorio per “la vera scuola cattolica”. il titolo assegnatomi era: “La sapienza cristiana anima segreta dell’educazione cattolica”.
Il secondo punto della mia relazione ha presentato il confronto pedagogico tra san Giovanni Bosco e l’abate Ferrante Aporti.
In tal caso la fonte citata sono le Memorie Biografiche, mastodontica biografia che i padri fondatori salesiani hanno redatto sul loro fondatore.
Nel secondo tomo, al capitolo XXIII troviamo le notizie che ci interessano. Lascio anche in questo caso un link di riferimento VEDI QUI
“Carlo Alberto con editto del 10 luglio 1844, stabiliva in Piemonte le scuole così dette allora di metodo, e al presente chiamate normali, ordinate a diffondere universalmente la cognizione e la pratica delle migliori dottrine di educazione e a formare buoni maestri di scuole elementari: e chiamava da Cremona l’Abate Ferrante Aporti, acciocché per un anno ne fosse in Torino il primo istitutore. Lettere commendatizie scrittegli con molte lodi dall’Arciduca Vicerè, avevano approvata la scelta da lui fatta”.
A dispetto della notizia, apparentemente buona, l’arrivo dell’Aporti non fu per nulla neutrale e anzi parve subito culturalmente e religiosamente compromesso.
“Appena l’Aporti ebbe inaugurate le sue lezioni di pedagogia, queste divennero sempre più sospette ai buoni pel gran rumore che levavano di sé e per gli elogi che loro profondevano gli scrittori settarii. D. Bosco intanto stava in vedetta per conoscere la piega che avrebbero presa questi avvenimenti”.
Il Vescovo di Torino, allarmato, impedì al clero di frequentare le lezioni dell’abate cremonese, ma chiese a don Bosco di parteciparvi, verificare e riferire.
“D. Bosco pertanto andava alle lezioni, che l’Aporti teneva all’Università. Egli subito contrasse relazione di cortesia con questo Abate. In gran numero accorrevano i maestri ad ascoltarlo, sicché ne era piena zeppa la vasta sala. Tra gli allievi dell’Aporti notavasi l’Abate Iacopo Bernardi, emigrato veneziano e di grande dottrina, e il Prof. Raineri, uomo di retti principi e valentissimo in pedagogia, che per semplicità di mente si dichiarava suo seguace. Innanzi alla cattedra stavano seduti quindici o venti giovanetti, ai quali egli faceva una lezione pratica, e così indirettamente insegnava ai maestri il modo di fare scuola. Non era cosa facile formarsi un’idea chiara del suo sistema pedagogico religioso, poiché lo svolgeva in svariate e oscure sentenze che nascondevano il vero suo intendimento. Però D. Bosco non tardò ad accorgersi che venivano indirettamente esclusi da quelle lezioni i santi misteri della religione. L’Aporti non voleva che si parlasse mai ai giovanetti dell’inferno. Una volta esclamò – Ma perché parlare ai bambini dell’inferno? Queste lugubri idee loro fanno del male; sono paure che non vanno bene nell’educazione. – Con ciò toglieva il santo timor di Dio. Vennero poi fuori dalle sue labbra proposizioni che, se non intaccavano apertamente la [213] religione, potevansi però giudicare infette di eresia. Interrogava p. es. i suoi scolari uno per uno: – Chi è Gesù Cristo? – Chi rispondeva una cosa, chi un’altra; dopo molle interrogazioni egli dettava magistralmente la sua sentenza: – G. C., il Verbo di Dio, è la verità eterna soprannaturale. – Dell’uomo Dio, delle due nature perfette in una sola persona non ne faceva cenno. Poi chiedeva: – Chi è Maria SS.? – I giovani davano pure varie risposte, e il maestro non accettandole, concludeva: – Maria SS. è una creatura privilegiata. – Ma taceva per qual motivo fosse privilegiata. D. Bosco, trovandosi in particolare colloquio coll’Aporti, gli chiese perché non spiegasse le sue definizioni. L’Aporti rispose che i giovani non erano capaci ancora di comprenderle”.
Qui terminò l’incarico di don Bosco, che riferiì al Vescovo e interruppe la frequenza alle lezioni. Altre notizie arrivarono da sé poco tempo dopo.
“L’Aporti introduceva il sistema dello scozzese protestante, nell’Asilo o Scuola infantile di Po, ed ivi erano escluse le immagini di Maria SS. e dei Santi, tanto dalle pareti, come dalle premiazioni che si facevano ai bambini. Si volle collocato nella scuola il solo Crocifisso. I regolamenti non erano informati a quello spirito veramente cattolico, che deve presiedere alle prime idee della mente e ai primi sentimenti del cuore. Queste cose aveva pur viste D. Bosco e comunicate all’Arcivescovo, come eziandio la non dubbia tendenza ad imbrancare insieme bambini e bambine con grande pericolo del candore delle loro anime. – Basterà, diceva D. Bosco, qualche agnelletto già rognoso, guasto dai compagni, e il mal seme si propagherà tra quelle creaturine semplici, come una scintilla elettrica. – E molti anni dopo, ricordando le impressioni di questi giorni, diceva a D. Francesco Cerruti, che gli presentava la sua Introduzione al Regolamento degli Asili d’infanzia per le Suore di Maria Ausiliatrice: “Vuoi sapere chi allora fosse davvero Aporti? Il corifeo di coloro che nell’insegnare riducono la religione a puro sentimento. Tu ricordati bene che una delle magagne della pedagogia moderna è quella di non volere che nell’educazione si parli delle massime eterne e soprattutto della morte e dell’inferno”.
Questo potrebbe bastare come ricostruzione dei fatti e dei pensieri. Lascio ai lettori di decidere se nella maggior parte delle nostre scuole attuali si segua piuttosto la pedagogia classica di don Bosco e del cattolicesimo universale, o non siano già arrivati e in abbondanza gli influssi dell’Aporti, dei sistemi protestanti e dei liberali di turno.
Ora, lungi da me proporre un ritorno ex abrupto all’antico. Mi accontento di aver sbloccato una memoria storica e di aver messo sotto gli occhi di tutti la realtà dei fatti: le nostre scuole cattoliche oggi in tanti aspetti hanno deviato verso i sistemi liberali.
Lascio altri spunti, di cui non ho trattato nella conferenza. Anzitutto alcuni cenni circa le strategie adoperate contro le tendenze libertarie. Si noti bene: furono strategie introdotte da pochi, perché “le cose non si potevano vedere così chiaramente allora, come si videro di poi: i settarii avevano nel segreto orditi i loro piani e repentinamente incominciavano ad attuarli, mentre i buoni non erano preparati alla lotta: motti del clero, non avvedendosi della gravità del momento, avrebbero esitato nel por mano ad un’opposizione che sembrava inutile, date le apparenze di religiosità conservate dal Governo”. Oggi le cose sono anche più semplici, basta tacciare di indietrismo, complottismo o scuolapiattismo e tutti s’arrendono.
Si operò per tutelare gli asili: “In quanto agli asili non sarebbe stato difficile prevenire il male coll’affidarli a qualche Congregazione religiosa di Suore, sicché i bimbi ricevessero i germi di una buona e cristiana educazione. Si trattava solamente di moltiplicare le maestre, cosa facile allora, non essendo ancora emanate disposizioni legali per l’idoneità di queste insegnanti. Così avevano operato il Marchese e la Marchesa di Barolo, imitati più tardi fortunatamente da moltissimi municipii e da un gran numero di benefattori dell’infanzia. Ma purtroppo che non si pensava, né si poteva immaginare in quegli anni, come questa istituzione sarebbe stata accolta in tutte le città e i villaggi, e come per il moltiplicarsi degli opificii che avrebbero richieste moltissime operaie, un luogo ove custodire i bambini sarebbe divenuto una sociale necessità”.
Si operò per tutelare le scuole serali e domenicali – allora come oggi risultò più facile agire sulle configurazioni scolastiche più periferiche rispetto al Sistema: “In quanto alle scuole serali e domenicali Mons. Fransoni a formarsene un giusto concetto, richiesto il parere del Sig. Durando, Superiore della Missione, ebbe per iscritto la seguente saggia risposta: “Quelle scuole, ben dirette, poter recare infiniti vantaggi; male ordinate, o in mano a gente malvagia, poter divenire fornite d’empietà. Convenire che i parroci se ne impadronissero, rendendole morali: diversamente ne sarebbero più di una volta maestre e direttori quelle signorine e quei signorini che non assistono neanche alla Messa nei giorni festivi. E se fossero abbandonate ad un [216] comizio agrario, avremmo a pentircene un giorno, ma inutilmente quando vedremo scomparire la fede e il buon costume”.
Su tutti campeggiava la strategia semplice e severa di don Bosco: “Non è il caso, diceva, di guardare donde quelle istituzioni ricevano l’ispirazione e l’aiuto, sibbene doversene studiare attentamente la natura, e se sono buone in sè, pensare di dare ad esse savia e cristiana direzione; così impedire che vengano guaste dallo spirito irreligioso”.
Il resto è storia recente.
Due note di conclusione.
La prima riguarda l’esito dell’Aporti. Fu chiamato a colloquio dal Vescovo che lo rimproverò (la Chiesa al tempo percorreva ancora la strada di condannare il mondo anziché dialogarci), “Aporti non fece caso dell’ammonizione, continuò le sue lezioni e dopo qualche anno cessò dal celebrare la santa Messa”. Ovviamente “accadde un finimondo nel campo liberale quando si conobbe simile determinazione e i giudizii erano diversi anche fra i fautori della religione”, questo lo scrivo ad uso dei nostri Vescovi: sì, ad andare contro al mondo si ricevono durissimi contraccolpi, ma questo non solo in tempi moderni, ma da sempre eppure da sempre i Vescovi santi o normali sono andati contro al mondo.
La seconda è il paragrafo riportato dalle Memorie (al capitolo VI) a mo’ di necrologio dell’Aporti: “Pochi giorni dopo, il 29 moriva d’apoplessia fulminante, in Torino, l’abate Ferrante Aporti, il quale, come abbiamo già detto, aveva introdotti in Piemonte i nuovi metodi [83] d’insegnamento e le scuole normali. Senatore del regno, proposto, ma non accettato dal Papa per Arcivescovo di Genova, aveva tenuto l’ufficio di Presidente della Regia Università di Torino fino alla pubblicazione della legge del 22 giugno 1857. Nonostante certe sue opinioni e l’abito secolaresco, deve dirsi però a sua lode, che non prese parte a nessuna legge contraria alla Chiesa, e che perciò più d’una volta i giornali libertini gli tennero il broncio”.
La battaglia culturale per i cattolici non sconfina mai nell’odio, nell’aggressività o nella minaccia. Si compiace del poco di bene che si può trovare in ciascuno. E anche questo è un buon principio per educare i nostri giovani in modo cattolico.
Don Marco Begato
(Aporti, Di Wellcome Collection gallery (2018-03-29), CC-BY-4.0, CC BY 2.0)
