
Negli ultimi quindici giorni sono circolate due notizie capaci di riaccendere l’attenzione sul grande problema della rivoluzione psichedelica e dell’imminente destino del transumanesimo farmacologico.
Anzitutto, cosa intendiamo con tali termini?
Parlando di rivoluzione psichedelica, il riferimento va a Mario Arturo Iannaccone, tra i maggiori studiosi italiani del fenomeno (https://www.amazon.it/Rivoluzione-psichedelica-hippy-psichiatri-rivoluzione/dp/8881558963). “Rivoluzione psichedelica” è appunto il titolo della pubblicazione di Iannaccone che individua nell’introduzione massiva e commerciale degli stupefacenti una delle grandi rivoluzioni covate nel XX secolo. La recensione offerta da Riccardo Garbini ricostruisce il contributo originale dello studio iannacconiano. In particolare in esso si sottolinea il legame tra “una serie di esperimenti della CIA tra gli anni ’50-‘60 e il fenomeno culturale e sociale conosciuto come il ’68”, a partire dall’analisi dell’operato e degli scritti di autori del calibro di “Aldous Huxley, Alan Watts, Timothy Leary e Ken Kesey”. Lo studio si concentra sulla sostanza nota come LSD, di cui si ricordano le applicazioni medicali prima della commercializzazione stupefacente, queste effettivamente “incuriosirono il mondo scientifico e nel 1952 si ebbe la prima applicazione in Inghilterra su pazienti dell’ospedale Malevern”. Un secondo focus di ricerca di Iannaccone riguarda “lo svolgimento dei progetti che la CIA dedicò allo studio e al controllo della mente, con fini manipolatori, dal momento della sua stessa costituzione (1947) fino alla fine degli anni ’60. Partito con motivazioni terapeutiche (la cura della schizofrenia), l’interesse dell’agenzia governativa assunse presto una direzione decisamente strategico-politico-militare (lo stesso termine “lavaggio del cervello”, brainwashing, è creazione dalla CIA all’inizio degli anni ’50), investendo anche il mondo delle sostanze stupefacenti, in molti casi favorendone la diffusione, quando non addirittura promuovendole”. Una terza finestra di approfondimenti riguarda la promozione degli stupefacenti in termini di propaganda e commercio destinati al pubblico giovanile, identificato con “una gioventù americana che cercava nello “sballo” risposte alle più disparate esigenze” (https://www.marioiannaccone.it/portfolio-articoli/rivoluzione-psichedelica-recensione-di-riccardo-garbini/). E così l’intreccio tra medicina, spionaggio, agenzie governative, propaganda, musica e cultura giovanile ha spalancato le porte a uno dei più grandi drammi che contrassegnano il nostro tempo, favorendone l’innesco con la scintilla data dalla sollevazione sessantottina, per un disastro di cui fino a oggi contiamo morti e feriti sul campo dell’educazione, delle famiglie e della società in genere.
Con tutto ciò credo che siamo autorizzati a ricorrere al secondo termine, anticipato poco sopra: transumanesimo farmacologico. Esso individua uno dei principi fondamentali (lògos, principio) del transumanesimo nel ricorso alla droga (phàrmakon, veleno), da intendersi in modo sempre più sistematico e strumentale, anzi idealmente feriale e ordinario (in tutto e per tutto traslato dal mercato criminale al sistema sanitario). Si chiuderebbe così il ciclo che, avviato con le cure sperimentali di Malevern, ci ha portati alla società della droga libera, per avviarci verso la cultura della droga come medicina e come rimedio imprescindibile. Se questo cerchio dovesse completarsi, lo Stato avrebbe guadagnato il successo di poter finalmente disporre per legge, su richiesta dei contribuenti, quello che aveva surrettiziamente introdotto per vie di segretezza.
Due notizie girate in rete di recente – le due notizie citate in apertura – mi sembra che confermino questa ipotesi.
Una è l’informazione ripresa da Renovatio21 e riguarda lo sviluppo di nuove startup dedicate a trasformare droghe psichedeliche in priscofarmaci (https://www.renovatio21.com/startup-hackera-le-droghe-psichedeliche-per-trasformarle-negli-psicofarmaci-del-futurno/). In sostanza si tratta dell’aggiornamento (uno di molti) del caso Malevern. L’articolo di R21 ci spiega che “alcuni ricercatori di una società chiamata MindMed stanno lavorando a un’alternativa all’MDMA chiamata R-MDMA” e cita come fonte il TIME. “I primi dati hanno dimostrato che l’R-MDMA ha meno effetti collaterali rispetto al suo predecessore, aumentando così il suo potenziale come farmaco terapeutico”, scoperta che si pone nel solco ormai affermato dell’uso “di psichedelici nel contesto della salute mentale, utilizzato in un ambiente controllato”, esperienza che “ha visto un enorme afflusso di interesse nel corso degli anni”. Certo si è ancora lontani da un successo terapeutico dimostrato, ma simili strade danno respiro e diffusione all’ideologia transumanista su citata: “i sostenitori della terapia psichedelica potrebbero vedere questo come un piccolo passo in avanti”.
La seconda notizia è tratta da un servizio di Presa Diretta, programma RAI, andato in onda il 16 marzo scorso e disponibile ora su You Tube: “A Vancouver, nel cuore dell’epidemia da fentanyl” (https://www.youtube.com/watch?v=9b7aB0tMEyU). Il fentanyl, o droga degli zombie, è un potente oppioide sintetico, 50 volte più potente dell’eroina, il cui abuso può avere conseguenze letali e la cui consumazione riduce le persone in uno stato psicofisico pietoso, assimilabile a quello che nell’immaginario collettivo richiama allo stato di uno zombie (https://www.marionegri.it/magazine/fentanyl-cos-e-la-droga-degli-zombie-e-quali-sono-gli-effetti). Verso la fine del documentario – che illustra i disastri della dipendenza da fentanyl nella popolazione giovanile canadese – viene presentata “l’associazione Mom Stop the Harm, una rete di famiglie colpite dai lutti dovuti al fentanyl e derivati”, secondo la quale “l’unica strada per evitare le morti è che lo Stato fornisca ai giovani dipendenti fentanyl che sia sicuro, nelle dosi e nella sua composizione”. Partendo dall’assunto che “questa è una droga che può uccidere anche con una sola assunzione”, specialmente quando tagliata male o mischiata in cocktail di sostanze pericolose, Mom Stop the Harm dichiara che “se la politica finalmente decidesse di regolamentare una fornitura sicura di droghe, si fermerebbero le morti e si toglierebbe questo mercato al crimine organizzato”. Gli ultimi minuti del servizio presentano un’importante contributo di un deputato nel Parlamento della British Columbia”, che “per dieci anni ha fatto parte della polizia federale canadese, la Royal Canadian Mounted Police”, a detta del quale “il Canada è un paradiso per la produzione di metanfetamine e fentanyl”, perché ci sono “sanzioni molto deboli e una sicurezza insufficiente nei porti”, al punto che “più del 99% dei container che arrivano nei porti della British Columbia non vengono controllati fisicamente e quindi i precursori del fentanyl arrivano tranquillamente, perlopiù dalla Cina”. Ma il servizio non sembra raccogliere la provocazione del deputato e, in ogni caso, nello spettatore si annida la tesi dirompente sostenuta per bocca di Mom Stop the Harm: una parte di gioventù “potrebbe essere ancora viva se ci fosse stato un piano governativo per la somministrazione di droghe controllate e sicure”.
E così, al netto di un buon documentario di informazione, utile ad aprire gli occhi su di un dramma di proporzioni e di forze incredibili, raggela e non poco il finale per la dose di disperazione e per i messaggi che suggerisce.
Sbuca non troppo sottile il sospetto che a qualcuno convenga diffondere certi prodotti per poi fornirne la cura. Ora, se il prodotto diffuso è nocivo per la popolazione, tale sospetto si tinge di allarme. E ancora, se il soggetto indagato è lo Stato, il sospetto si riempie di sdegno. Infine, se la domanda è: potrebbe mai un Governo promuovere la malattia dei suoi cittadini solo allo scopo di commercializzarne la terapia? Il sospetto lascia il posto ai ricordi e al grande esperimento sociale che molti hanno individuato nella cronaca della recente e triste Pandemia.
Ma senza troppo indugiare su dietrologismi, ciò che appare evidente è che la gioventù del mondo contemporaneo è preda esposta a terribili lacci, tesi alla società da un manipolo di impuniti affaristi avidi e corrotti, nella quale le famiglie disperate non hanno più risorse da mettere in campo, mentre non sembrano esserci risposte culturali e spirituali che possano rispondere al declino, e dove il rimedio definitivo per l’uomo comune è ridotto alla somministrazione di droga di Stato al fine di tenere in vita qualche giorno di più generazioni di zombie.
Transumanesimo farmacologico, appunto.
Don Marco Begato
(Foto: Fentanyl, Flickr, Di DEA Drug Enforcement Administration, PDM 1.0)
