[Articolo pubblicato sul “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” 20 (2024) 2, pp. 78-82 – VEDI QUI]

Un Papa risoluto per un’epoca difficile

L’insegnamento di Leone XIII sulla politica dev’essere inteso inserendolo nel vasto corpus leoninum, che si fonda sulla programmatica enciclica Aeterni Patris e ha per fonti non solo la Sacra Scrittura, ma anche la teologia della storia, la teologia politica e la filosofia scolastica, sviluppate alla luce del tomismo e arricchite dal pensiero contro-rivoluzionario del XIX secolo[1].

Al momento della elezione di Leone XIII, il Papato aveva perso il suo antico dominio temporale ma restava una potenza spirituale, morale e culturale; il nuovo Pontefice era risoluto a usare tutto il proprio prestigio per riaffermare l’influenza pontificia nella sua difficile epoca.

«Preoccupato di un solo problema – riaffermare il posto e il prestigio del Vaticano nel mondo – Leone XIII non arretra davanti a nessuna arditezza, non ripudia nessuna astuzia, non s’impaurisce delle contraddizioni e dei pericoli, procede impavidamente nella sua strada, alternando le concessioni diplomatiche al demagogismo sociale»[2].

Avendo compreso l’influenza della opinione pubblica, il Papa tentò di trarla dalla propria parte promettendole di esaudire le giuste “esigenze del secolo”. A questo fine, egli temperò l’intransigenza teorica con la transigenza pratica avviando una svolta pastorale foriera di alcune novità politiche. 

La questione delle forme di governo

Nelle sue prime encicliche, Leone XIII si era limitato a confermare la tradizionale dottrina sociale della Chiesa. La politica può decidere sui metodi e sui mezzi di governo, ma non sui princìpi primi e sui fini ultimi, perché questi devono rispettare il diritto naturale e quello cristiano, ossia i doveri che ogni società ha verso il suo Creatore, Legislatore e Redentore[3].

In concreto, il miglior regime politico di un popolo è quello più adatto al suo genio e alla sua storia, per cui esso può scegliere una delle tre classiche forme di governo: monarchia, aristocrazia e repubblica (o democrazia); ognuna di esse può realizzare una retta politica in favore del popolo. Quello democratico è un metodo per ampliare la partecipazione popolare, ma non può porsi come fondamento della politica, perché le assemblee possono decidere solo in ordine al bene comune della società.

«“Democrazia” non vuol dire che l’origine del potere stia nel popolo, né mediatamente né immediatamente. (…) Il potere procede da Dio, sua causa efficiente, e si costituisce a beneficio della società, sua causa finale. (…) Dio designa o indica il sovrano in molte forme diverse. Tra i modi per farlo, ci sono la successione ereditaria, il plebiscito, la scelta fatta dall’aristocrazia o dalla milizia vittoriosa, perfino il sorteggio; ma c’è anche la diretta e straordinaria designazione fatta da Dio stesso. (…) Di conseguenza, la “democrazia” tomista non corrisponde alla sovranità popolare liberale dell’età moderna; al contrario, quest’ultima rimane esclusa in quanto incompatibile, per ragioni di principio, con l’origine divina del potere»[4].

Pertanto, nemmeno un regime democratico può lecitamente favorire quella sovversiva liberté teorizzata dal laicismo illuminista, imposta dalle rivoluzioni massoniche, infine condannata dalla Chiesa. Lo stesso Leone XIII, nelle sue encicliche, confutò quei gravi errori teorici – relativismo filosofico, naturalismo etico, diritto convenzionale, contrattualismo politico e sovranità popolare – che producono rovinose conseguenze pratiche – licenza morale, egualitarismo sociale, suffragio elettorale indiscriminato, rappresentanza parlamentare mediante partiti, partecipazione illimitata al potere politico ed economico.

La svolta per una “democrazia cristiana”

Tuttavia, nella seconda parte del suo pontificato, Leone XIII reimpostò la “questione democratica”. Già nel 1888, egli aveva ammesso che «non è vietato preferire temperati governi di tipo democratico, purché resti salva la dottrina cattolica sull’origine e sull’esercizio del potere»[5]; a questa condizione, egli tollerava che i cattolici promuovessero «una forma di democrazia cristiana». Poi, con l’enciclica Au milieu des sollicitudes (16 febbraio 1892), il Papa esortò i cattolici francesi al ralliement, ossia ad «aderire lealmente» alla massonica Terza Repubblica, sperando così di ammorbidirne la politica laicista e di ottenerne una certa libertà religiosa. 

Nella sua decisiva enciclica Graves de communi re (18 gennaio 1901), Leone XIII avvertì: «La democrazia cristiana (…) deve necessariamente fondarsi sui princìpi della fede divina e provvedere a vantaggio dei ceti inferiori, ma sempre al fine di preparare le anime a fruire di quei beni eterni per i quali sono fatte. (…) Nel senso che vogliamo darle, la parola “democrazia” ne esclude ogni portata politica e non deve significare altro che una benefica azione cristiana in favore del popolo».

Quindi, il Papa intese la “democrazia” non come un regime politico, ma come un metodo di governo che persegue il bene comune della società soprattutto tutelando i diritti e i bisogni delle classi sociali più povere. Il sociologo Giuseppe Toniolo, fedele collaboratore del Papa, così ne riassunse il pensiero: «La democrazia cristiana è l’organizzazione civile in cui tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, collaborano proporzionalmente al bene comune, avendo come fine ultimo il vantaggio delle classi inferiori»[6].

Nella sua citata enciclica del 1901, Leone XIII si era preoccupato di precisare: «Che questo complesso di opere sociali passi sotto il nome di “azione cristiana popolare”, o sotto quello di “democrazia cristiana”, è cosa di scarsa importanza». Ma in realtà egli vi dava molta importanza; infatti, contemporaneamente, egli insisteva affinché i fedeli usassero la nuova denominazione e ammoniva i dirigenti cattolici a «non trascurare quel drappello di giovani, freschi di forze e alacri di volontà, che milita per una democrazia cristiana»[7].

Quindi, la svolta italiana e quella francese dimostrano che la iniziale indifferenza leonina per le tre forme di governo era stata sostituita da una opzione preferenziale per la forma repubblicana/democratica. In questo modo, senza volerlo, il Papa avviò un’audace svolta destinata a preparare la transizione cattolica al democratismo.

Le ragioni della svolta pontificia

Leone XIII era mosso da un duplice fine: da una parte, promuovere un progresso morale e civile che facilitasse al popolo l’ottenere la vita eterna; dall’altra parte, impedire che la miseria provocata dalla crisi sociale spingesse le masse al vizio e alla ribellione. A questo scopo, egli voleva che una rinnovata azione cattolica coinvolgesse l’intera popolazione in una pastorale capace di risolvere la “questione sociale” e in questo modo restituire alla Chiesa l’influenza politica perduta.  

Il Papa sperava di sottrarre i cattolici alla emarginazione politica imposta dai regimi laicisti, al fine di facilitare una loro maggiore partecipazione alla vita pubblica, frenare le prevaricazioni dei governi liberali e sottrarre la popolazione alle seduzioni della propaganda socialista. Inoltre, egli sperava che il timore delle rivolte popolari avrebbe spinto i borghesi a superare l’anticlericalismo e ad allearsi con il Papato, non solo per favorire il popolo ma anche per ripristinare i diritti della Chiesa[8].

Tuttavia, per realizzare questo progetto, Leone XIII doveva mobilitare l’intero mondo cattolico e quindi superare quelle divergenze politiche che lo frammentavano. Egli era stanco delle polemiche tra conservatori e progressisti, tra transigenti e intransigenti, tra repubblicani e legittimisti; inoltre, egli era deluso per le divisioni che indebolivano l’aristocrazia cattolica ed era irritato dalle monarchie cristiane che favorivano la Massoneria. Pertanto, il Papa sconfessò e isolò i cattolici monarchici e tradizionalisti che volevano ristabilire l’alleanza tra l’altare e il trono[9].

I timori per un’audace operazione

Il mondo politico cattolico italiano accolse con favore la svolta pontificia. Ad esempio, nel 1894, l’Unione per gli Studi Sociali concluse il suo “programma di Milano” esprimendo l’augurio di «una democrazia cristiana per il secolo XX»[10]; nel 1902, la potente e prestigiosa federazione di associazioni sociali italiane – nota come Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici – inserì nel suo programma la promozione di una “democrazia cristiana”. Perfino molti intransigenti si adeguarono, convinti che l’importante fosse “restare tutti uniti sotto la guida del Papa” e che i rischi sarebbero stati risolti, da una parte, grazie alla vigilanza della gerarchia ecclesiastica e, dall’altra parte, grazie alla lealtà dei capi democristiani.

Tuttavia, molti si ricordavano che la proposta democristiana aveva origini eretiche, procedimenti settari e conseguenze rivoluzionarie. All’inizio del secolo, essa era stata promossa dai “cattolici liberali”, tra i quali alcuni sacerdoti famosi, da Lamennais a Gioberti a Maret. Ma i Papi di allora avevano respinto questa proposta come nefasta e avevano escluso dalla comunione ecclesiale alcuni dei suoi promotori, perché era una sorta di religione laica che tentava di realizzare una “teologia politica” rovesciata[11].

«La caratteristica principale della corrente democratica era la rinuncia all’ideale di un ordine sociale specificamente cattolico – cioè di una civiltà cristiana inspirata dalla Chiesa e dal suo magistero – e l’accettazione della società plasmata dalle rivoluzioni moderne, in cui la Chiesa sarebbe solo una presenza, un “lievito”, ma non l’elemento fondante e dirigente. Non si parlava più di restaurare la civiltà cristiana, ma di cristianizzare il mondo moderno, accettandone comunque le fondamenta»[12].

Pertanto, la svolta pastorale di Leone XIII suscitò una crescente inquietudine tra le personalità più avvedute dell’associazionismo cattolico. Esse temettero, a livello teorico, che il dogma della Regalità sociale di Cristo e l’ideale di Stato confessionale venissero elusi, e, a livello pratico, che i diritti della Chiesa fossero ristretti al campo del “diritto comune”, col rischio di liberare i Governi dalla influenza ecclesiastica e di sostituire il “regime di Cristianità” con lo “Stato laico”.

Già il filosofo Antoine Blanc de Saint-Bonnet aveva profeticamente ammonito: «Se prenderà forza, questo “cristianesimo democratico” distruggerà tutto. Esso si approprierà di quel tanto di verità che basta per dissimulare ogni errore e soffocare definitivamente ogni verità. (…) Se si riuscirà a unire lo spirito rivoluzionario con quello religioso, a maritare l’orgoglio con la verità, sarà la fine della nostra civiltà»[13].

Inoltre, mons. Manacorda, vescovo di Fossano, scrisse nella sua lettera pastorale del 1897: «Volere la democrazia nello Stato, ciò non può essere un movimento cattolico sottomesso all’autorità ecclesiastica inspirata dal Vangelo, ma una insurrezione della plebe alla quale un cittadino onesto non può prendere parte». Perfino Toniolo, pur difendendo la formula democristiana, espresse il timore ch’essa suscitasse confusione e divisione tra i fedeli[14].

Un equivoco e pericoloso espediente verbale

Leone XIII stesso era informato della inquietudine sui pericoli della sua scelta pastorale. Nella sua citata enciclica del 1901, egli aveva ammesso che «la formula “democrazia cristiana” suona male a molti fedeli», i quali la ritengono equivoca e pericolosa perché temono che insinui nei fedeli l’errore laicista della “sovranità popolare” e di conseguenza «la pretesa di sottrarsi alle legittime autorità nel campo sia politico che ecclesiastico».

Tuttavia, pur ammettendo che avrebbe preferito mantenere la vecchia formula “azione popolare cristiana”, il Papa aveva deciso di favorire quella nuova democristiana. Egli sperava che – una volta sottratta alla propaganda laicista e intesa in senso compatibile con la dottrina cristiana – essa avrebbe unito i fedeli militanti, accresciuto l’influenza della Chiesa sul popolo e avviato la riconquista cristiana della società.

Eppure, una parola ricorda e conferma la cosa significata, per cui è molto difficile accettare la parola ma rifiutare la cosa. È significativo che alcuni notabili massonici, appena seppero che il Papa aveva permesso ai fedeli di usare la parola “democrazia”, sebbene svuotandola del contenuto sovversivo, commentarono fiduciosi: «una volta accettata la parola, i cattolici ne accetteranno anche il contenuto» e finiranno col marciare al seguito delle forze rivoluzionarie[15].

Difatti, la pubblicistica e la propaganda laiciste sfruttarono abilmente la forza ingannevole e seduttrice della nuova parola. Ad esempio, esse fecero in modo che, nella formula democrazia cristiana, il sostantivo prevalesse sull’aggettivo, fino a ribaltarla in cristianesimo democratico. Inoltre, il regime democratico, fino ad allora considerato come quello più problematico, diventò prima il migliore possibile e poi l’unico accettabile.

Di conseguenza, la politica cristiana cominciò ad adeguarsi a quella democratica. Ad esempio, alcune associazioni cattoliche, assimilando l’analisi sociologica liberale, pretesero che i mali della società sono dovuti al dominio di regimi politici che limitano la libertà e opprimono il popolo, non a una filosofia erronea, a una morale perversa e a una politica laicista, come aveva insegnato Leone XIII.

La tentata transizione cattolica al democratismo

Si stava quindi realizzando la graduale e indolore transizione cattolica al democratismo. Ma, per portarla a compimento, non bastava isolare i tradizionalisti e frenare gl’intransigenti, bisognava anche e soprattutto coinvolgervi gl’incerti e timidi moderati; questa manovra fu tentata al vertice dell’Opera dei Congressi.

Nel suo convegno tenutosi nel 1897 a Milano, alcuni giovani dirigenti, guidati dal democristiano don Romolo Murri, proposero d’impegnarsi in politica mediante un’alleanza tra cattolici e socialisti che lavorasse per sostituire lo Stato borghese con quello proletario. In questo modo, si sperava di celebrare “il matrimonio tra il Papato e le masse popolari”. Questa inopportuna provocazione fece esplodere un conflitto tra “cattolici sociali” e “cattolici democratici” che paralizzò l’Opera dei Congressi e le impedì di sfruttare i grandi successi finora ottenuti nel campo sociale.

Solo a questo punto, temendo di perdere il controllo sulla militanza cattolica, Leone XIII fece pubblicare dalla Santa Sede una Istruzione che ammonì i democristiani ad attenersi alle direttive pontificie[16]. Il 24 agosto 1902, don Murri reagì pronunciando a San Marino un discorso in cui criticò l’arretratezza della Gerarchia ecclesiastica rispetto al progresso e prospettò di superarla mediante una “riforma religiosa della Chiesa” simile a quella predicata dall’eretico movimento modernista. L’anno dopo, nel XIX Congresso tenutosi a Bologna, i “cattolici democratici” ottennero la maggioranza, elessero alla presidenza il conte Grosoli e adottarono il programma di Murri.

Allora il nuovo Papa San Pio X varò un Ordinamento fondamentale dell’azione popolare cristiana[17] che esortava i cattolici a non occuparsi direttamente di politica, ma il 15 luglio 1904 Grosoli rispose con un’arrogante circolare che reclamava il diritto di agire indipendentemente dalla Santa Sede. Di conseguenza, san Pio X fu costretto a sciogliere l’Opera dei Congressi e a sostituirla con quattro istituti per riorganizzare l’impegno sociale dei cattolici, affidati agl’intransigenti Medolago Albani, Toniolo, Pericoli e Gentiloni.

Sebbene a costo della soppressione di una meritoria istituzione trentennale, l’insidiosa transizione dei cattolici italiani al democratismo era fallita; essa dovrà attendere quasi mezzo secolo per realizzarsi col partito della Democrazia Cristiana, questa volta favorito dalla Gerarchia ecclesiastica.

Il fallimento di un impegno ambizioso

Nel valutare l’ambizioso impegno sociale di Leone XIII, bisogna distinguervi l’insegnamento dottrinale, che fu sempre ricco, rigoroso e innovativo, dai provvedimenti pastorali nel campo disciplinare, diplomatico e politico, che talvolta furono incoerenti, imprudenti e dannosi. «La politica sociale di Leone XIII ha i tratti essenziali di tutti gli altri aspetti della sua politica: genialità d’intuizioni, una certa nebulosità dei programmi, indeterminatezza dei punti di arrivo»[18].

Alla fine del suo regno, il Papa ammise con amarezza il proprio fallimento politico. «Il difensore dei metodi e degli accorgimenti della diplomazia deve prendere atto dei suoi insuccessi, riconoscere il fallimento della politica del ralliement, consacrare la liquidazione sostanziale della “questione romana” come questione internazionale, inchinarsi alle nuove regole (…) che prescindono dalle impostazioni confessionali e dalle giustificazioni religiose»[19].

Sulla “questione democristiana”, le intenzioni di Leone XIII furono fraintese, i suoi interventi strumentalizzati e la sua fiducia mal riposta. L’uso della formula democristiana produsse risultati opposti a quelli sperati: invece di unire i cattolici, li divise; invece di usare il metodo democratico per cristianizzare gli ambienti popolari, usò il prestigio cristiano per democratizzare gli ambienti cattolici. Questa esperienza conferma che la parola “democrazia” è ambigua e pericolosa, perché può essere intesa in due sensi opposti[20]: o indica un regime che estende la partecipazione politica ai ceti inferiori per responsabilizzarli, o indica un regime che li seduce e manipola al fine d’imporre un «subdolo totalitarismo»[21].

Nonostante questa riserva sulla tentata transizione al democratismo, possiamo oggi ripetere l’autorevole auspicio espresso dal compianto Benedetto XVI: «Possa il magistero sociale di Papa Leone guidare gli sforzi dei fedeli per costruire una società giusta che trovi le sue radici negl’insegnamento di Gesù Cristo»[22].   

Guido Vignelli


[1] Cfr. A. Del Noce, Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea, Studium, Roma 2005, cap. III.

[2] G. Spadolini, L’opposizione cattolica, Vallecchi, Firenze 1959, appendice II, cap. II.

[3] Cfr. Leone XIII, encicliche Quod apostolici muneris, del 28-12-1878, e Diuturnum illud, del 29-6-1881.

[4] Card. Angel Herrera Oria, Pròlogo a M. Demongeot, El mejor regimen politico segùn santo Tomàs, Biblioteca de Autores Cristianos, Madrid 1959, pp. XV-XVI. Questo saggio della Demongeot dissolve il mito del “san Tommaso democratico”.

[5] Leone XIII, Libertas, enciclica del 20-6-1888.

[6] G. Toniolo, Il concetto cristiano di democrazia, Roma 1897.

[7] Leone XIII, lettera a Giambattista Paganuzzi, del 24-8-1901.

[8] Cfr. A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Einaudi, Torino 1963, p. 355.

[9] Cfr. M. Introvigne, La dottrina sociale di Leone XIII, Fede & Cultura, Verona 2010, cap. XI.

[10] “Rivista Internazionale di Scienze Sociali”, Milano, gennaio 1894.

[11] Cfr. L. Salleron, La réligion démocratique, su “Itinéraires”, n. 74 (1963), pp. 62 ss; C. Maignen, La souveraineté des peuples est une hérésie, Roger & Chernovitz, Paris 1892.

[12] J. Loredo, Teologia della liberazione, Cantagalli, Siena 2014, p. 47. Questo libro dimostra la continuità tra cattolicesimo liberale, modernismo sociale e “teologia della liberazione”.

[13] A. Blanc de Saint-Bonnet, Le XIX siècle, Casterman, Tournai-Paris 1878.

[14] Cfr. G. Toniolo, Democrazia cristiana: i pericoli, Sorteni & Vidotti, Venezia 1902.

[15] Cfr. H. Delassus S.J., Il problema dell’ora presente (1905), Effedieffe, Proceno di Viterbo 2022, vol. II, pp. 271-272. 

[16] Cfr. Istruzioni sull’Azione popolare cristiana (o democristiana) in Italia, 27-1-1902.

[17] Cfr. san Pio X, Fin dalla prima enciclica, motu proprio del 18-12-1903.

[18] Cfr. A. C. Jemolo, op. cit., p. 316.

[19] G. Spadolini, op. cit., p. 651.

[20] Cfr. J. Madiran, Les deux démocraties, Nouvelles Editions Latines, Paris 1977.

[21] Giovanni Paolo II, Centesimus annus, enciclica del 1-5-1991, n. 46.

[22] Benedetto XVI, omelia pronunciata a Carpineto Romano il 5-9-2010.

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