[Pubblichiamo questo eccellente saggio breve di Andrea Mondinelli, che ringraziamo. Lo studio è diviso in tre parti. Vedi qui la PRIMA]

Abbiamo visto nella puntata precedente come sembri che, eliminando Dio, spetti all’uomo definire chi vive o chi muore, cosa è il bene e cosa è il male. Questa posizione è l’unica possibile etsi Deus non daretur?

La risposta è duplice. Per la persona non credente, il cui pensiero in umiltà capisca che la ragione umana ha dei limiti intrinseci e che consideri l’uomo in quanto tale come fine e non come mezzo, la risposta è negativa. Intellettuali non credenti del ‘900 come Pier Paolo Pasolini, che riteneva senza mezzi termini l’aborto un omicidio[1], e il giurista Norberto Bobbio[2] erano fermamente contrari all’aborto.

Oggi, anche solo parlarne, è un tabù. Uno per tutti, l’intervento recente della giornalista Lilli Gruber[3]:  «Inutile riaprire il dibattito. L’aborto, per la legge, è un diritto e non un delitto», perché « Certo, ognuno può liberamente dire quello che pensa sull’aborto, come ha fatto di recente la vicedirettrice del Tg1 Incoronata Boccia: ricordando sempre però che è la legge a decidere cosa sia diritto e cosa delitto».

L’articolo della Gruber, in particolare il suo ricorso alla legge ed al diritto, ci consente di passare alla seconda risposta alla precedente domanda, che è, purtroppo, affermativa[4] per quanto riguarda lo Stato moderno. Per comprenderlo è necessario capire cosa sia lo Stato e cosa sia un diritto. Per quanto riguarda lo Stato rimando all’ottimo intervento del direttore dell’Osservatorio Stefano Fontana[5], la cui conclusione è una giusta sentenza:

“Lo Stato liberale e parlamentare, lo “Stato di diritto” che, secondo molti, deriva dalla filosofia di Locke e che rappresenterebbe un’eccezione al carattere totalitario dello Stato moderno, secondo Schmitt è ugualmente partecipe di questo carattere. Anche esso deriva dal Leviatano di Hobbes. Il punto è fondamentale per capire lo Stato parlamentare di oggi, anche italiano. Lo Stato moderno è neutrale rispetto a contenuti e a verità, dato che in esso la legalità coincide con la legittimità. Questo accade anche nello Stato di diritto democratico per cui la legge è la volontà contingente del popolo di volta in volta dato, per cui “la maggioranza non commetterà mai ingiustizia ma trasformerà ogni sua azione in diritto e legalità”. Questo segna il passaggio dalla neutralità all’intervento. Lo Stato di diritto parlamentare, dopo essersi dichiarato neutrale rispetto all’etica e alla religione, passerà a combattere positivamente l’etica e la religione perché comprometterebbero la sua neutralità. Per continuare a dirsi neutrale, lo Stato moderno deve cessare di esserlo”.

Dopo i nefasti crimini del ‘900, terminata la seconda guerra mondiale, si è cercato di porre un freno al potere statale, di creare uno scudo. Tale scudo dovrebbero essere quello dei diritti umani. Scrive Marcello Pera nel suo ottimo libro Diritti umani e cristianesimo [Marsilio Nodi, 2015]:

“Posta la loro inerenza e pre-politicità, ciò che lo Stato può fare dei diritti umani è solo prenderne atto. In questo senso il riconoscimento dei diritti umani porta con sé una filosofia non positivistica e l’anatema di Pio IX contro l’idea che “lo stato è origine e fonte di tutti i diritti” non può valere per i diritti umani, perché la loro natura intesa, anche se non la loro applicazione pratica, è quella di essere indipendenti dallo Stato, di cui neppure presuppongono l’esistenza. (Si vedrà in seguito che l’anatema di Pio IX è più fondato, e più profetico, di quanto sembri agli orecchi moderni che se ne scandalizzano)”.

Le cose, però, non hanno funzionato, perché non potevano funzionare. La spiegazione del filosofo liberale Marcello Pera è tanto lucida quanto onesta:

“Ho ben presente che anche solo porre in questione il concetto dei diritti umani significa oggi sollevare scandalo, come commettere l’eresia. Si tocca un mostro sacro, l’ultima utopia dell’umanità, l’assalto definitivo al cielo. Come scrisse Michel Villey, «i diritti dell’uomo hanno solo amici», tanto che a metterli in dubbio si passa per «reazionari imbecilli». E tuttavia, proprio oggi che i diritti dell’uomo sono diventati una sorta di seconda natura, lo scandalo sarebbe tacere sulle questioni gravi, filosofiche, teologiche, morali e politiche, che essi pongono. Ad esempio J. Bentham sostenne che «non esistono cose come i diritti naturali»; Benedetto Croce scrisse che «un “diritto naturale” non si trova da nessuna parte, perché logicamente e realmente contradditorio»; Alasdair MacIntyre ha scritto che «credere [nei diritti dell’uomo] è come credere nelle streghe e negli unicorni»; e Norberto Bobbio è sempre rimasto convinto che «i diritti naturali sono diritti storici». E così molti altri. […] Non c’è dubbio: pensare che il giorno in cui saremo tutti nel possesso pieno e garantito dei nostri diritti finalmente godremo di pace e benessere, felicità, è idea molto bella. Le manca solo di essere vera. O anche solo verosimile”.

Il fatto che non esista una definizione giuridica dei diritti umani sarà per molti sorprendente, tuttavia è acclarato. Viene ribadito anche dalla Commissione Teologica Internazionale ne “Dignità e diritti della persona umana[6]:

[…] “ai giorni nostri, per ciò che riguarda il riconoscimento dei diritti dell’uomo, occorre tenere presente quanto segue: ammesso che quello fondamentale della dignità umana sia da ritenere come il valore sommo nell’ordine morale e come la ragione dell’obbligatorietà giuridica, bisogna innanzitutto definire con chiarezza e precisione i diritti dell’uomo e fissarne la formulazione giuridica”.

Che pure cerca invano di definire i diritti in modo convenzionale, rinunciando clamorosamente alla verità (!), non presente nel testo, come principio fondante dei diritti umani:

“[…] Che questi diritti fondamentali possano poi esser riconosciuti nella pratica, dipenderà dal consenso che si riuscirà a ottenere al di là delle diverse concezioni (filosofiche e sociologiche) sull’uomo. Una volta ottenuto, tale consenso servirà come fondamento per un’interpretazione comune dei diritti dell’uomo, almeno in termini politici e sociali. Ora, questo fondamento sta in quei tre principi basilari che sono la libertà, l’uguaglianza e la partecipazione. Da questi dipendono i diritti relativi alla libertà personale, all’eguaglianza giuridica e alla partecipazione sociale, economica, culturale e politica. Il nesso esistente tra i tre principi basilari esclude qualsiasi interpretazione unilaterale, quale, ad esempio, quella del liberalismo, del funzionalismo e del collettivismo.  […] Una volta definiti, i diritti fondamentali dovranno essere inseriti nella Costituzione e nelle istituzioni e garantiti dappertutto con sanzione giuridica. Tuttavia non si giungerà mai a un pieno riconoscimento e a una pratica attuazione universale dei diritti dell’uomo, finché tutti gli stati non riconosceranno — specie in occasione di conflitti — la giurisdizione d’un istituto internazionale, rinunciando, in quei casi, all’esercizio della propria assoluta potestà. Per ottenere un simile consenso giuridico internazionale, è necessario prescindere, metodicamente, dai conflitti dottrinali del passato e dai modelli più restrittivi, propri di alcune comunità. Parimente è necessario, nella famiglia dei popoli, che tutti — e ogni singolo cittadino per parte sua — attribuiscano grande importanza ai diritti fondamentali e mantengano vivi quei valori che ne sono la fonte”.

In questa Dichiarazione, i diritti dell’uomo sono visti in funzione del consenso ottenibile e di tre principi basilari: libertà, l’uguaglianza e la partecipazione. Mancando la verità, la libertà assomiglia più all’idea rivoluzionaria francese che ai dettami della dottrina cattolica. Esiste uno iato incolmabile, una divergenza insanabile tra l’idea che la «libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri» (art. 4 della Dichiarazione del 1789) e l’idea che  «la libertà umana […]presuppone la necessità di ottemperare alla suprema ed eterna ragione, che altro non è se non l’autorità di Dio che comanda il bene e vieta il male » [Leone XIII Libertas].

Si prosegue con una frase da bene ponderare: “il nesso esistente tra i tre principi basilari esclude qualsiasi interpretazione unilaterale”. Ora, tra queste interpretazioni unilaterali da escludere è compresa quella unica e vera del Magistero della Chiesa, infatti la dichiarazione prosegue mettendo in evidenza una necessità indispensabile dei diritti umani: “Per ottenere un simile consenso giuridico internazionale, è necessario prescindere, metodicamente, dai conflitti dottrinali del passato e dai modelli più restrittivi, propri di alcune comunità”. Ossia, è necessario rinunciare alla verità in favore del consenso ed all’esercizio della propria sovranità in favore della giurisdizione d’un istituto internazionale, passo obbligatorioper arrivare al Nuovo Ordine Mondiale. E una volta così definiti i diritti umani, avremo il Nuovo Stato Totalitario Mondiale, Moloch a cui nessuno potrà sfuggire…

Facciamo un passo indietro e torniamo alla mancanza di definizione dei diritti umani. Mi pare che affidare la libertà e la protezione delle persone, intese come individui umani, a qualcosa che non è definibile e circoscritto sia molto pericoloso, come bene argomentato da Pera:

“La storia del Bill of Rights americano illustra bene questa situazione. Agli antifederalisti che si opponevano alla ratifica della costituzione, usando tra gli altri l’argomento che essa mancava di una carta dei diritti, i federalisti – pur essi favorevoli ai diritti individuali – risposero con l’obiezione, ad esempio di A. Hamilton, che «una dichiarazione dei diritti, nell’eccezione ampia dei termini, non è soltanto inutile nella costituzione proposta, ma potrebbe perfino essere pericolosa». Il pericolo consiste in ciò: che, non potendosi enumerare tutti i diritti, i diritti non enumerati cadrebbero nelle mani dell’Esecutivo. Il compromesso fu raggiunto con il nono emendamento: «L’enumerazione di alcuni diritti fatta nella costituzione non potrà essere interpretata in modo che ne rimangano negati o menomati altri diritti mantenuti dai cittadini».

Questa è una “clausola-eccetera” [vedremo dopo cosa significa], che conferma l’indeterminatezza dei diritti fondamentali: i diritti non enumerati sono diritti latenti che possono diventare manifesti a seconda di circostanze e situazioni in cui vengano rivendicati.

Così intesa, la clausola non elimina neppure il pericolo paventato da Hamilton e gli altri: anche se sottratti all’Esecutivo, i diritti non enumerati possono cadere nelle mani del Legislativo e, come vedremo, del potere giudiziario. Con la conseguenza che, se il Nono emendamento è interpretato nel senso che esistono ulteriori diritti non enumerati, questi diritti, benché fondamentali come quelli enumerati, non sono propriamente proclamati, ma costruiti”.

Fondamento dei diritti dell’uomo è la dignità della persona. Niente da dire: anche i più puri laicisti accettano tale definizione, se non che il problema è solo spostato di termine da diritto a dignità.

Dignità della persona, infatti, è espressione anfibologica, ossia un’espressione contenente un’ambiguità sintattica o semantica e dunque interpretabile in modi diversi a seconda del modo di leggerla. Ancora Pera:

“La nozione di dignità non è univoca, se così non fosse non accadrebbe che alcuni, in nome della dignità, invocassero ad esempio l’eutanasia come diritto umano e altri, in nome della stessa dignità, all’opposto la considerassero un delitto. Il fatto è che, essendo un predicato morale, la nozione di dignità è intrinsecamente elusiva e va oltre i dati a cui si applica. Non è questione di applicazione del termine, ma del suo significato. Faccio un esempio. Nel discorso morale la dignità funziona come la parola “democrazia” nel discorso politico: se ne possono negativamente indicare alcune condizione necessarie (ad esempio per la democrazia, la divisione dei poteri, il suffragio universale, la libertà di stampa, ecc.) ma non tutte quelle positivamente sufficienti. Questa tessitura aperta della nozione di dignità (come quella di democrazia) non la rende priva di significato, ma fa sì che se la dignità della persona è il fine morale e i diritti umani i mezzi per conseguirlo, o la dignità è la premessa e i diritti le conseguenze, allora la nozione di dignità, essendo aperta, è un generatore indefinito di diritti. Ad esempio, il diritto alla vita si estende al diritto alla propria integrità e questo ai diritti inerenti alla nozione d’integrità, che non si può precisare con formule esaustive al pari di felicità, auto-determinazione, ecc.

La conseguenza è che ogni tentativo di redigere un elenco di diritti umani è destinato inevitabilmente a concludersi con una sorta di “clausola eccetera”. I diritti umani sono quel vaso di  Pandora che è noto come il fenomeno della proliferazione illimitata dei diritti umani. Non esiste una tavola della legge dei diritti dell’uomo, ma esiste, piuttosto, una cornice della legge, un principio ispiratore di riferimento, necessariamente ampio e generico. Ciò non può che preoccupare i giudici della legge, se vogliono essere letterali, o rallegrarli, se intendono essere creativi. Norberto Bobbio ha scritto che “il problema di fondo relativo ai diritti umani non è tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli”. Ma un giustificazione è pur sempre necessaria se non si vuole proteggere ciò che non è giustificabile!”

Qui Pera arriva al punto dolente:

“La logica dei diritti umani richiede di sacrificare il punto centrale del messaggio cristiano, che è quello dell’uomo non autonomo bensì dipendente da Dio. Dio e mondo, fede e ragione, grazia e libertà, sforzi umani e ricompensa: la relazione fra cristianesimo e diritti umani è una questione non risolta. A ridurla in formula sintetica penso si possa dire che si è passati da «Dio e i doveri da lui fissati» a «l’io e i diritti da lui posseduti».

Ha scritto con molta efficacia P. Beneton in “The language of the Rights of Man”: Il pensiero cristiano aveva detto «Questi sono i tuoi doveri e che Dio ti aiuti»; il pensiero contemporaneo ora dice «Questi sono i tuoi diritti e che il diavolo si prenda cura di te»

In realtà, esiste una e una sola giustificazione dei diritti dell’uomo ed è la loro dipendenza dai doveri verso Dio, esplicitati nella legge morale naturale. Se si esclude Dio, invece, i diritti dell’uomo diventano i mattoni dell’odierna torre di babele. Questi mattoni, oltretutto, mangiano se stessi: l’autofagia dei diritti dell’uomo è un clamoroso dato di fatto. Marcello Pera lo spiega bene:

“Si consideri il caso dell’aborto. Come nasce questo “diritto”? Tramite una serie di passaggi ciascuno dei quali, presentandosi come una prosecuzione logica del precedente, ha una forza irresistibile. Si comincia con il diritto alla vita. Chi ha diritto alla vita ha diritto a una vita degna o ad “una vita veramente umana”, come dice il cap. 26 di GS; chi ha diritto ad una vita veramente umana ha in primo luogo il diritto a che non sia ostacolata da interferenze altrui; chi ha diritto ad una vita non ostacolata ha diritto ad auto-determinarsi; e chi ha diritto ad auto-determinarsi ha diritto a rimuovere gli ostacoli che possono limitarlo. A quel punto, interviene un parlamento o una corte giurisdizionale a riconoscere che una madre, la quale ritenga che un figlio ostacoli la sua vita fisica, sociale e morale, ha diritto ad abortire. E così si produce l’autofagia: il diritto alla vita finisce con l’implicare il diritto alla soppressione della vita; in generale il diritto alla dignità della persona finisce con implicare il diritto alla distruzione della persona”.

La considerazione finale del liberale Pera è terribilmente onesta:

“Se si considera come sono andate le cose, non si fa fatica a scoprire che la storia dei diritti umani è anche la storia di come il diavolo abbia tentato di offrire un’altra mela all’uomo e di come l’uomo l’abbia gradita, diventandone avido consumatore”.

Si potrebbe obbiettare che il diritto alla vita sia superiore a quello della libertà decisionale della madre, ma se si rifiuta la legge morale naturale,  se si rifiuta Dio, non esiste un criterio per stabilire che un diritto sia più cogente di un altro, perché per fare ciò è necessario usare proprio ciò che si rifiuta in partenza ossia Dio. Il diritto alla dignità della persona, per eterogenesi dei fini, finisce con implicare il diritto alla distruzione della persona. I diritti umani sono, contemporaneamente, lo scudo e il giavellotto che lo Stato utilizza per trapassarne la protezione e colpire i dissenzienti! Non a caso lo Stato francese ha inserito il diritto umano fondamentale dell’aborto nella sua Costituzione[7], non a caso chi si oppone all’aborto in modo non violento finisce in carcere in un Paese liberale come gli USA[8].

Non solo ragione etsi Deus non daretur non è sufficiente per difendere la vita umana, ma è pericolosa per l’integrità della vita. Con una terrificante aggravante: come è possibile, in tale società, opporsi al male, utilizzando il diritto alla vita, vista l’aporia dei diritti umani?

Questo spiega il motivo per cui i pro-life, convinti che per difendere la vita umana sia sufficiente la ragione umana, non possono fare altro che un combattimento in difesa, magari utilizzando quello del  così detto male minore, molto utile al sistema statale perchè non lo combatte sui principi. Il male minore, infatti, è come mettere dei paletti su un pendio che non solo è scivoloso, ma che frana velocemente.

Il frutto perverso del corto circuito della ragione che rifiuta Dio e la sua legge morale giunge a maturazione, al perfetto totalitarismo, che schiaccia i pochissimi oppositori sotto il suo pugno d’acciaio, sia pure in guanto di velluto. 

La domanda fondamentale è la seguente: Cosa possiamo fare?

(Seconda parte – continua)

Adrea Mondinelli

(Foto: Pixabay)


[1] Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo. https://www.cittapasolini.com/post/contro-l-aborto-pasolini

[2] «Dice ancora Stuart Mill: “Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano”. Adesso le femministe dicono: “Il corpo è mio e lo gestisco io”. Sembrerebbe una perfetta applicazione di questo principio. Io, invece, dico che è aberrante farvi rientrare l’aborto. L’individuo è uno, singolo. Nel caso dell’aborto c’è un “altro” nel corpo della donna. Il suicida dispone della sua singola vita. Con l’aborto si dispone di una vita altrui».

«Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».  https://disf.org/educational/norberto-bobbio-intervista-filosofo

[3] Inutile riaprire il dibattito. L’aborto, per la legge, è un diritto e non un delitto.https://www.corriere.it/sette/editoriali/24_maggio_07/inutile-riaprire-il-dibattito-l-aborto-per-la-legge-e-un-diritto-e-non-un-delitto-4ba28a0e-7537-4bfd-9565-a6f0c2decxlk.shtml

[4] Leone XIII nell’enciclica Libertas è categorico: “Una volta confinato nella sola e unica ragione umana il criterio del vero e del bene, la corretta distinzione tra il bene e il male sparisce; le infamie non differiscono dalla rettitudine in modo oggettivo ma secondo l’opinione e il giudizio dei singoli; il libito diventa lecito; stabilita una regola morale che non ha praticamente il potere d’infrenare e di placare le torbide passioni dell’animo, si spalancherà spontaneamente la porta ad ogni corruttela. Nell’ordine pubblico, poi, il potere di comandare viene separato dal giusto e naturale principio da cui esso attinge ogni virtù generatrice del bene comune; la legge, nello stabilire i limiti del lecito e dell’illecito, è lasciata all’arbitrio della maggioranza, che è la via inclinata verso il regime tirannico”.

[5] https://vanthuanobservatory.com/2024/05/15/lo-stato-testo-della-lezione-alla-scuola-di-dottrina-politica-cattolica/

[6] https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1983_dignita-diritti_it.html

[7] https://www.diritto.it/francia-diritto-aborto-donne-costituzione/

[8] https://lanuovabq.it/it/lamerica-democratica-che-incarcera-i-pro-life

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