[Concludiamo la pubblicazione di questo saggio breve in tre puntate di Andrea Mondinelli. Qui la PRIMA e la SECONDA]

La domanda fondamentale è la seguente: Cosa possiamo fare?

La letteratura cattolica ci può aiutare: mi commuove il poemetto “La battaglia del cavallo bianco”, che Chesterton dedicò alla battaglia di Ethandun, decisiva per la fede in Inghilterra, combattuta dal re santo Alfredo il Grande. Poco prima della battaglia, nel poemetto, comparve Maria Santissima a re Alfredo, che le chiese se avrebbero vinto la battaglia. Ecco cosa Chesterton fece dire alla Madonna:

Non dico nulla per il tuo conforto,

e neppure per il tuo desiderio, dico solo:

 il cielo si fa già più scuro

ed il mare si fa sempre più grosso.

La notte sarà tre volte più buia su di te

e il cielo diventerà un manto d’acciaio.

Sai provar gioia senza un motivo,

dimmi, hai fede senza una speranza?

Provare una gioia senza un motivo ed avere fede senza una speranza umana è proprio dei santi. Quello che dobbiamo fare è santificarci, non a caso proprio quello ritenuto superfluo dal mondo odierno. Come farlo nella disastrosa situazione attuale? Prima di tutto, rimanendo fedeli alla Chiesa cattolica di sempre, secondo il prezioso adagio di San Vincenzo di Lerino: «Bisogna soprattutto preoccuparsi perché sia conservato ciò che in ogni luogo, sempre e da tutti è stato creduto»[1], poi essere pronti al martirio.

Il martirio è, per San Tommaso, un atto della virtù di forza umana, elevato dalla grazia. C’è dunque una sola virtù di forza, ma che si situa, secondo le due finalità che sostiene, su due piani verticalmente distinti: «Nell’atto di forza, si devono considerare due cose: il bene nel quale il forte resta inamovibile, e che la forza ha per fine; e la fermezza che rende invincibili contro tutto ciò che vorrebbe farci distaccare da tale bene, e che costituisce l’atto stesso della virtù di forza. Ora, come la forza, che è una virtù naturale, rende l’uomo fedele alla giustizia umana e gliela fa difendere con pericolo di vita, la forza virtù soprannaturale rende l’uomo inamovibile nella «giustizia di Dio che è tramite la fede di Gesù Cristo» (Rom. 3, 22). La fede, alla quale si resta uniti, è dunque il fine dell’atto del martirio; la forza è l’habitus che produce questo atto».

Una cosa è in effetti affrontare la morte fisica in una battaglia contro un avversario che vuole solo la vita del suo antagonista, o che esercita il proprio dominio su di lui e su una qualunque civiltà, senza attentare alla natura stessa dell’intelligenza dell’uomo né a quella della società, come succedeva un tempo; altra cosa è trovarsi di fronte a un sistema di pressioni esterne ed interne che proibiscono alla conoscenza ed alla volontà umane di raggiungere le realtà per cui sono fatte, che pretende di creare un “uomo nuovo” e una “nuova società”, come succede da due o tre secoli.

Non è più solo il bene comune naturale dell’uomo che si trova esplicitamente contestato, ma il suo bene comune soprannaturale; non è nemmeno più la sua vita fisica che ormai è in gioco, ma la sua natura di animale politico e la sua redenzione personale. Anche qui le antenne di Chesterton erano molto lunghe. Ecco la visione di re Alfredo al termine del suo poemetto:

“tra molti secoli, tristi e lenti,

– io ho una visione – io so che i pagani ritorneranno.

Essi non verranno su navi da guerra,

non devasteranno col fuoco,

ma i libri saranno il loro unico cibo,

e con le mani impugneranno l’inchiostro.

Avranno l’aspetto mite dei monaci,

pieni di fogli e di penne;

e voi guarderete alle vostre spalle ammirando

e desiderando un giorno come quelli di Alfred,

in cui, almeno, i pagani erano uomini.”

Il nostro campo di battaglia non è più uno scontro campale, in cui è messa in gioco la nostra vita fisica, ma la una battaglia a livello ben più alto, la cui posta in gioco è la nostra stessa salvezza eterna. San Paolo è chiarissimo[2]:

“Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia, infatti, non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio”.

Cosa possiamo fare, una volta attinta la forza necessaria? La risposta, semplice e disarmante, ce la fornisce il grande filosofo belga Marcel De Corte nel suo libricino sulla virtù della forza[3]:

“Ed ecco il campo di battaglia, il terreno in cui non possiamo essere vinti, a meno che lo abbandoniamo al nemico: quello del dovere di stato, che consiste in quanto si è obbligati a fare in funzione del proprio modo di essere fisso e immutabile, in funzione della propria natura concreta di uomo, in funzione del fatto che si appartiene a una famiglia e a un paese di nascita, a un mestiere o a una professione per scelta o per necessità. Il dovere di stato coincide con l’essere che si è concretamente, ed al quale tutte le nostre attività propriamente umane si riferiscono. Non tollera nessuna delega di potere, nessuna diminuzione, nessuna fuga da parte nostra, sotto pena di avvilire se stessi. È definito, costante, invariabile, come tutto ciò che appartiene alla natura. Nessuno può sostituirsi a un altro in queste piccole società naturali e semi-naturali. In queste comunità, il dovere di stato è sempre incentrato sul bene comune dei propri membri. Gli obblighi, a volte severi, per la salvaguardia del bene comune, non implicano in nessuno una rigidezza stoica, un eroismo, ma piuttosto la gioia: non c’è più grande soddisfazione dell’aver ben riempito la propria giornata o del veder crescere dei veri uomini, delle vere donne nei propri figli. L’esercizio della virtù di forza nel compimento del dovere di stato si accompagna sempre dell’appagamento, nonostante le inevitabili miserie di questa vita. La maggioranza degli uomini lo ha dimenticato sotto il peso della dissocietà che li sprofonda nel caos dei godimenti effimeri. Occorre dunque lottare con tutte le proprie forze contro il liberalismo il cui punto di partenza fu la benevola concezione umanista secondo la quale l’uomo, “signore del mondo[4]”, non porta in sé il germe del male, e tutto ciò che la nostra esistenza presenta di viziato è solo il frutto di sistemi sociali erronei che si possono emendare, e contro «il socialismo in generale, in tutte le sue sfumature, che sfocia nell’annientamento universale dell’essenza spirituale dell’uomo e nel livellamento dell’umanità nella morte[5]».

Quelli che lo vogliono dovranno con la parola, lo scritto e soprattutto l’esempio, insegnare ai padri, alle madri e ai membri della famiglia l’abc dell’atteggiamento da assumere e che è il no della forza di resistenza. In materia pratica di azione tesa verso il proprio fine, il sì incomincia con il no. I princìpi elementari della morale familiare verranno di conseguenza. Questi rudimenti di solare evidenza, mille volte confermati dall’esperienza, reclamano la virtù di forza sotto la sua duplice forma: sustinere e aggredi, resistere e attaccare.

A questi umili gesti della vita quotidiana in cui brilla ancora qualche scintilla della natura concreta dell’uomo e della sua attività virtuosa tesa verso il bene comune, si deve aggiungere il soffio della verità presa nel suo centro: il diritto naturale e cristiano insegnato dal Vangelo e dalla Chiesa preconciliare. Senza lo sguardo fisso sulla stella, il cammino sulla terra è impossibile nella notte oscura che attraversiamo.

In tale modo e in questi ambienti privilegiati in cui la nostra azione può ancora svilupparsi e soprattutto trasmettersi, e tenendo strette le due estremità della catena, il naturale ed il soprannaturale, potremo percorrere gli anelli intermedi e restaurare pazientemente la Città e la Chiesa. All’emancipazione illimitata dell’uomo con una Tecnica onnipotente, alla distruzione della natura concreta dell’uomo che ne consegue, non c’è altra risposta che la perseverante ricostruzione dell’animale ragionevole e dell’animale sociale in noi con la virtù di forza e con gli atti esterni che la conducono verso il suo fine.

La storia semplice e sconvolgente raccontata da Ramuz in Derborence illustra il realismo della virtù di forza presso gli uomini più oscuri, ma anche più vicini alla terra e al cielo insieme. Alcuni pastori sono saliti alle loro baite al di sopra delle nuvole per custodire le loro greggi durante la transumanza. Una notte, frana la montagna contro la quale si addossano i loro ovili. Uno solo sfugge alla valanga. Si trova sepolto sotto un gigantesco ammasso di rocce. Durante due mesi, si nutre di pane secco e di acqua putrida. Striscia sotto le pietre. Si scava un’uscita, lacerandosi le mani, a volte vinto ma sempre vittorioso nelle sue sconfitte. Arriva infine alla luce, muto, lacero, spettrale. Perché vuole vivere. La sua famiglia ha bisogno di lui. La sua famiglia lo attende. Ridiscende al villaggio che si turba davanti al suo fantasma. Il parroco gli va incontro armato della croce. La moglie si avvicina, si ferma. «E lei, avendolo guardato attentamente, anche se a distanza, come se non osasse avvicinarsi: – Oh! Antoine, sei tu? – Toccami pure, è pelle, è carne, e poi ora sono passato sotto la croce… Toccami pure, diceva, vedrai, non sono un’idea, sono solido, non scompaio, sono io…. – Oh!, diceva lei, è possibile?».

L’avvenire appartiene alla magnanimità degli umili, alla loro forza inesauribile.

La situazione è veramente catastrofica e umanamente disperata, tuttavia la Fede cattolica è incrollabile, perché fondata sull’autorità stessa di Dio. Le parole di Nostro Signore Gesù Cristo ci infondono la Speranza, il coraggio ed il conforto:

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»[6].

Coraggio che le porte dell’inferno non potranno prevalere sulla Chiesa, ma, come la Santa Vergine chiese a  re Alfred prima della battaglia vittoriosa di Ethandun, abbiamo fede senza una speranza (umana)?

[Terza puntata – fine]

Andrea Mondinelli

(Foto: Pixabay)


[1] «Magnopere curandum est ut id teneatur quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est»

[2] Lettera agli Efesini 10-17

[3] Marcel De Corte “DELLA FORZA”. Edizioni Piane https://edizionipiane.it/prodotto/della-fortezza-la-fermezza-e-la-costanza-nella-ricerca-del-bene/

[4] Così lo definisce Gaudium et Spes 12, «Credenti e non credenti sono generalmente d’accordo nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all’uomo, come a suo centro e a suo vertice», cieca davanti alla crisi che si annunciava già durante il Vaticano II, come se non ci fosse il peccato originale.

[5] Cf. A. Solženicyn, Un mondo in frantumi. Discorso di Harvard. Testo integrale, Milano, La casa di Matriona, 1978.

[6] Matteo 11, 28-30

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