
Speciale 50a Settimana sociale dei cattolici in Italia (Trieste, 3-7 luglio 2024).
Il linguaggio apodittico è una sciagura del genere umano. Apodittico significa dogmatico, inconfutabile, inoppugnabile. Il problema non sta nel dogma, che è una manifestazione della verità, ma nel modo di parlarne. Il sapiente è colui che, pur esponendo il dogma, pur esponendo la verità che conosce, non è dogmatico, ma accende nell’ascoltatore un sentimento di attrazione, che rende bella e umile la verità comunicata.
Al contrario, il bacchettone identifica la sua persona col dogma e invece di comunicare una verità o un sistema di pensiero, comunica se stesso. Per questo motivo, lo stile apodittico è un’espressione superba della parola e distrugge sul nascere quella stessa verità che vorrebbe comunicare.
Lo slogan è apodittico, la ripetizione a pappagallo è apodittica, l’insistere con le medesime parole è apodittico, il fanatismo è apodittico, le frasi fatte sono apodittiche, la parola d’ordine è apodittica, il luogo comune è apodittico. La liturgia e la preghiera non sono apodittiche perché, pur fondate sulla ripetizione e sul dogma, esprimono una conoscenza comune, che non dev’essere comunicata, ma adorata – così come la conoscenza comune degli innamorati circa l’amore, i quali non devono dimostrare nulla e ripetono “ti amo” all’infinito.
Dialogo liquefatto in monologo
Non è umile, ad esempio, insistere a ripetizione su quella teoria non dimostrata che associa il riscaldamento globale all’inquinamento umano. Ne fa invece un dogma apodittico l’ingegnere Elena Caprotti, membro della “Commissione diocesana di Trieste per i Problemi sociali e Lavoro, Giustizia e Pace e Custodia del Creato”, intervistata dal giornalista Umberto Bosazzi [qui], in vista della Settimana sociale dei Cattolici in Italia.
Non c’è alcun dubbio: «abbiamo degli obblighi, che derivano dalla Comunità Europea» – afferma convinta Caprotti. Non delle teorie scientifiche su cui discutere, ma degli «obblighi», da accettare come fossero dogmi di fede. L’obbligo maggiore è questo: entro il 2050, «dobbiamo essere climaticamente neutri». Nessun forse: l’ordine è «dobbiamo». Nel 2050 dovremo (non dovremmo) essere tutti «decarbonizzati», anche se un esercito di scienziati è di tutt’altro parere.
E i cristiani – più degli altri comuni cittadini – «devono essere protagonisti» nell’inculcare la Conversione ecologica e la Transizione energetica (le maiuscole sono d’obbligo, non facoltative). L’ordine che giunge da Bruxelles e da Caprotti (spalleggiata da Bosazzi) è inappellabile, indiscutibile, apodittico: «devono» e basta.
Il tutto si risolve dietro una piega umoristica, perché la «parola d’ordine» della Chiesa contemporanea e della Settimana sociale tergestina è «dialogo», mentre fa da padrone il monologo pneumatico.
Bosazzi, anzi, rincara e sentenzia: «c’è già chi fa una campagna contro le pale eoliche. Quindi, insomma, alla fine bisognerebbe anche, per certi aspetti, tracciare una linea, mettere un punto, perché sennò da certe dinamiche e da certe contrapposizioni non si esce». Traduzione: si possono sopportare le critiche agli ordini della Comunità Europea fino a un certo punto, ma poi è ora di finirla e bisogna obbedire. Il «dialogo», per il conduttore, è diventato «contrapposizione», i pareri diversi sono divenuti «certe dinamiche», lo scienziato che mette in dubbio l’origine umana del riscaldamento globale è colui che «fa una campagna contro le pale eoliche». Il fratello da ascoltare diventa l’avversario da zittire.
E tutto questo cosa c’entra con la Dottrina sociale della Chiesa?
Nulla. Non c’è scritto da nessuna parte, nel Vangelo e nel magistero, che i cristiani, in quanto «sale della terra», debbano fare da «apripista» agli ordini di Bruxelles – come invece Caprotti sostiene con forza. L’ingegnere dice proprio così: dai cristiani deve partire l’iniziativa, poiché «sono chiamati ad essere sale e lievito nel mondo». E, dunque, essi sarebbero sale e lievito non della conversione a Cristo, ma della conversione green. Senz’altro un’inedita rilettura del Testo Sacro.
Caprotti, poi, è contenta perché il Friuli Venezia Giulia non solo ha fatto proprio il Geen Deal (Patto Verde) europeo, ma lo ha persino anticipato di cinque anni con la legge regionale n. 4/2023: «il nostro territorio regionale, entro il 2045, dev’essere decarbonizzato». È così e basta, non si discute.
Anche in questo, come in altri interventi preparatori alla Settimana sociale, ci sono grandi assenze ingiustificate. Non una parola su chi pagherà la rivoluzione green, cioè su chi effettivamente metterà i soldi (miliardi e miliardi di euro). Non una parola su un continente in ostaggio delle follie eco-sostenibili europee, che manderanno in rovina privati e imprese. Non un accenno alla vera questione, che è la “Controversia sul riscaldamento globale” in ambito scientifico, in cui schiere di fisici, climatologi, meteorologi, astrofisici e geologi, sono critici o contrari rispetto al main stream ecologista e malthusiano.
Non un lontano riferimento al fatto che, per produrre i pannelli solari o le pale eoliche, sia necessario l’inquinamento prodotto dalla fabbricazione. Non una critica allo sfruttamento dei poveri, che per realizzare auto elettriche, batterie e telefonini sono ridotti in schiavitù dalle multinazionali.
E non una parola, poi, come sempre, di alcunché di religioso (se non come condimento), lasciando il dubbio su cosa c’entri il cattolicesimo con tutta questa strana operazione ecclesiale in allestimento. Però, alla fine, l’ascoltatore capisce che non sono le parole ad essere assenti da queste vaghe Piazze della democrazia televisive, ma proprio il sale.
Silvio Brachetta
(Foto:Piazza Unità Trieste, wikipedia, Di Diego Delso)
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