C’è un mantra che viene ripetuto senza modifiche nelle iniziative preparatorie della 50a Settimana sociale dei cattolici in Italia: il bene comune si ottiene solo con la partecipazione di tutti alla democrazia – chiunque partecipi, qualsiasi sia la maggioranza e qualunque risultato si ottenga. La democrazia cioè è messa al culmine della politica e della Dottrina sociale della Chiesa (nelle rare volte in cui è nominata) a prescindere, senza alcuna definizione preliminare e senza alcuna distinzione tra democrazia cristiana, liberale, greca, romana o medievale.

Non un accenno ai disastri compiuti dalle democrazie moderne e contemporanee. Non un rimando alla stretta relazione tra democrazia e laicismo, tra democrazia e secolarizzazione o tra democrazia e totalitarismo.

Architettura rivoluzionaria

Sorge però il dubbio che la democrazia, di cui si parla a Trieste, sia quella sorta dalle ceneri della Rivoluzione francese. L’architetto Elena Granata, alla Cattedra di san Giusto [qui], tesse le lodi alle «piazze delle rivoluzioni – bellissime piazze – le piazze dove si fa la storia». Anche la «democrazia nasce nelle piazze», dice. Però Granata dimentica di dire che molte altre cose nascono nella piazza: la filosofia, il mercato, la chiesa. Granata si lamenta dei «divieti» che ci sono nelle piazze; e quindi è necessario «ribaltare i divieti».

Fa le lodi della ribellione studentesca, che si fonda sull’abbattimento di quella «struttura urbana ottocentesca, che ha funzionato centocinquant’anni per scatole, per contenitori», come ad esempio il manicomio, abolito da Basaglia, in quanto «contenitore della salute mentale». E così via, per tutti gli altri «contenitori da abbattere»: ospedale, giardino, scuola, museo. Non si tratta solo di cercare l’armonia e la sinergia tra gli ambiti civili. No, sostiene Granata: bisogna proprio che i giovani «rompano le scatole», così come Basaglia ha rotto il manicomio, «senza poter più disgiungere chi è sano e chi è malato».

E il dubbio, purtroppo, diventa certezza: la democrazia di Granata (e di chi l’ha voluta ospite alla Cattedra) è la rivoluzione. Bisogna sovvertire l’essenza particolare degli ambiti sociali e negare la realtà di sanità e malattia (ospedale), conoscenza e ignoranza (scuola), vegetazione e sentiero (giardino), cose preziose e cose volgari (museo).

È il grande male dell’egualitarismo, più volte trattato anche dal nostro Osservatorio, dove tutto è livellato, indistinguibile, anarchico. E come si ottiene il livellamento, l’annichilimento delle differenze? Molto semplice: innescando «processi che cambiano lo stato di cose».

Il programma rivoluzionario c’è tutto, cioè il ribelle è colui che vuole cambiare, anzi rovesciare, lo stato delle cose – che null’altro è se non l’ordine voluto dalla Provvidenza. Il ribelle dà anche per scontato che l’umanità abbia una tale virtù civica da poter realizzare – ognuno nel proprio orticello, ognuno nelle sue «piccole o grandi rivoluzioni» – una politica delle «buone pratiche» o della «comunità energetica». È un quadretto delizioso, che però non tiene conto dell’esistenza del male e della necessità di confinarlo nelle scatole tanto disprezzate di cui sopra.

Pure in ambito architettonico, secondo la relatrice, tutto va ripensato, riprogettato, rivisto. Tutto, tranne i luoghi di culto – e, infatti, il culto (guarda caso) è il grande assente dell’intervento.

Economia democratica e disincarnata

Due settimane prima, sempre alla Cattedra di san Giusto, c’era stato l’intervento della salesiana suor Alessandra Smerilli, sul tema dell’economia [qui]. Suora Smerilli ha individuato subito la questione più importante: il «punto debole delle Settimane sociali è il dopo», nel senso che, finita la Settimana e finita la serie infinita dei discorsi pronunciati, non solo non accade più nulla, ma proprio non è possibile sapere o avere una vaga idea di cosa fare nel concreto.

Quello che la suora non coglie è che l’impedimento sommo alla realizzazione di quanto detto sta proprio nel modo di parlare astratto, suo e simile al suo. Ma davvero si può ottenere qualcosa di concreto, dopo avere discusso sui seguenti luoghi comuni?: «camminare insieme»; «consapevolezze condivise»; «cammini di riconciliazione»; «territori di condivisione, di incontri»; «a servizio dello sviluppo umano integrale»; «accompagnare processi di resistenza»; «Trieste città di transito»; «Trieste città accogliente»; «accogliere storie e consapevolezze»; «elaborare proposte»; «comunità aperta e generativa»; «pensare insieme il futuro e costruire il bene comune»; «fare una cultura collettiva».

Non ci si accorge della futilità di questo vaniloquio inconcludente? Sono tutte affermazioni disincarnate e inapplicabili persino a problemi concreti come quelli economici.

Segue un discorso sui nuovi modelli economici, ma non si capisce se tutta questa teoria abbia a che fare qualcosa con la Dottrina sociale, anche perché la prosa di suor Alessandra è molto incatenata e il contenuto assai tecnico. Che significato, ad esempio, potrebbe avere questa affermazione?: «quando si parla di democrazia economica, si parla di un approccio in cui c’è la libertà anche di poter essere diversi, sapendo che la biodiversità – come in natura, anche nel modo di fare economia e impresa – può arricchirci tutti e può portarci verso una pluralità che fa fiorire e non sfiorire».

Visto che le proposizioni sono tutte dello stesso tenore, non vale la pena approfondire granché, se non capire come tutto questo si possa trasformare in una qualche forma di decisione concreta. Sembra solo d’intuire che una buona economia si fonda sulla collaborazione di tutti. Ma tutti chi? Tutte le religioni? Tutte le dottrine politiche ed economiche? Tutti i sistemi morali? Tutte le dottrine sociali (non c’è solo quella della Chiesa)?

Suora Smerilli parla poi di vigilare l’impresa e le banche e dell’opportunità di «comitati etici» preposti a questa vigilanza, secondo un pensiero del movimento francescano medievale. Ottima idea. E tuttavia la domanda è la stessa: quale etica? Fondata su chi o su cosa? Ascoltando la conferenza, non è dato a sapersi. Non un cenno a Dio, alla religione, al Vangelo. Smerilli si appella solo alla «volontà di fare» e alla responsabilità individuale.

Pochino, davvero pochino – e per nulla concreto.

Silvio Brachetta

(FOTO: S Antonio Taumaturgo Trieste_Flickr Di Francisco Anzola)

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