[Sull’argomento vedi anche l’ultimo numero del nostro “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” QUI]

Il libro Psicologia del totalitarismo dello psicologo Mattias Dermet (La Linea, Bologna 2022) è una utile (e facile) lettura in questi tempi di totalitarismo sanitario e non solo. L’autore non è un politologo e si limita ad una visione del totalitarismo desunta da Hannah Arendt e da lui semplificata. Il totalitarismo ha bisogno di quattro condizioni: 1) Una solitudine generalizzata; 2) l’erosione dei legami sociali e la mancanza di senso; 3), ansia, disagio e paura; 4) frustrazione e aggressività ancora in cerca di un oggetto (pp. 110-113). Questa è per lui la situazione di oggi, evidente soprattutto nel campo sanitario dopo l’esperienza dei due anni di Covid.

Secondo Desmet la colpa per essere arrivati a questa situazione è di quanto egli chiama il “meccanicismo” (talvolta anche “razionalismo”) che secondo lui consiste nel ritenere l’universo “un processo meccanico conoscibile razionalmente, prevedibile, controllabile e privo di finalità, ma soprattutto come un sistema privo di vita e di senso, espressione della fortuita e meccanica interazione tra particelle elementari note” (p. 168). “Uno dei presupposti del meccanicismo è che l’universo è una macchina e tutti suoi componenti sono misurabili. Misurare e quantificare è il suo modo di conoscere. Ne consegue che la società ideale è quella guidata da esperti e tecnocratiche prendono decisioni sulla base di informazioni oggettive e quantitative” (p. 61). Il libro illustra come questa visione meccanicistica abbia psicologicamente operato sulla società. Sullo sfondo delle sue osservazioni il Coronavirus.

Il meccanicismo ha dapprima trasformato la scienza in una ideologia dogmatica. Qui si trovano interessanti e utili informazioni controcorrente da parte di Desmet tese a smontare la dogmatica scientista molto utilizzata dal potere durante il Covid. I fenomeni sono scarsamente misurabili, la scienza vive una sorta di “crisi della riproducibilità” (pp. 27-28), l’85 per cento degli studi giunge a risultati di cui è lecito dubitare (p. 42), farmaci testati come sicuri producono effetti collaterali gravissimi.  (pp. 42-43).

L’epoca del Coronavirus ha visto la decisa volontà di affidarsi ai numeri per prendere decisioni, ma: a) i test molecolari non sono completamente affidabili, 2) ci si basava sui dati assoluti di test positivi piuttosto che sul tasso di positività, 3) i dati sui ricoveri ospedalieri erano inattendibili perché non fondati su positività e sintomaticità, 4) gli ospedali alteravano artificiosamente il numero dei ricoveri, 5) le cifre dei decessi erano pure inattendibili, 6) i modelli epidemiologici utilizzati si sono dimostrati sbagliati. 

Oltre ad aver dogmatizzato la scienza, il meccanicismo con il suo obiettivo del Regnum hominis, ha isolato la persona dalle sue relazioni naturali, producendo il soggetto atomizzato di Hannah Arendt. I legami sociali sono stati uniformati, il lavoro è diventato privo di senso, le aziende sono in mano a manager che, quando l’azienda crollerà, saranno già amministratori delegati altrove (p. 40), aumentano i meccanismi di sicurezza e proliferano le regole perché c’è una generale sfiducia reciproca.

Ed ecco l’utopia della società artificiale perché il meccanicismo vuole adattare la realtà all’ideologia: piante e animali manipolati geneticamente, ormoni artificiali per ovviare alle mestruazioni, sostituzione del grembo materno con l’utero artificiale in modo che chi sceglie una gravidanza naturale non è degno di avere un bambino (pp. 50-55), creazione di un “digicosmo” in cui la vita si svolge per la maggior parte on line, l’Internet dei corpi ossia il transumanesimo, correzioni genetiche per eliminare preventivamente la criminalità (p. 56).

La situazione di ansia prodotta da questo quadro ha generato un nuovo totalitarismo, perché i cittadini si sono messi alla ricerca di un “padrone”. Ne sono derivate l’intolleranza per le voci dissidenti, la mentalità delatoria, la propaganda con argomenti pseudoscientifici, la perdita di creatività e si è attuata un vera e propria “formazione di massa”.

Stefano Fontana

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