Sabato scorso 29 ottobre si è svolta a Lonigo (Vicenza), nella Sala delle Colombe della Villa San Fermo dei padri Pavoniani, il VI Convegno della serie “San Tommaso e la Dottrina sociale della Chiesa” sul tema “La proprietà privata come diritto naturale – Le due versioni rivali, classica e moderna, della proprietà”.

I Convegni di questa serie erano iniziati sei anni fa nella Sala della Rocca dei Papi a Montefiascone (Viterbo), dove si sono tenuti per quattro anni consecutivi. Il primo anno si è trattato del bene comune, il secondo del principio di sussidiarietà, il terzo anno di diritto e diritti e il quarto anno di Persona e personalismi. Di tutti questi convegni sono stati pubblicati gli Atti [vedi QUI, QUI e QUI]. La quinta edizione dei “Convegni di Montefiascone” è stata tenuta in diretta streaming a causa delle restrizioni Covid. Quest’anno si è tornati in presenza, ma non più a Montefiascone bensì a Villa San Fermo di Lonigo. 

L’Osservatorio fin dall’inizio organizza questi Convegni in collaborazione con l’Istituto del Verbo Incarnato (IVE), con la SITA-Friuli Venezia Giulia e con la Gustav Siewerth Akademie. Quest’anno anche con le Edizioni Fede & Cultura.

Nell’attività dell’Osservatorio questi Convegni occupano un posto di particolare rilevanza. Vogliono essere occasioni di approccio ai grandi temi della Dottrina sociale della Chiesa dal punto di vista dei fondamenti. Non inseguono quindi i fenomeni sociali e la cronaca (cui pure puntualmente si accenna almeno per conferme ed esempi), ma approfondiscono gli argomenti dal punto di vista filosofico e teologico. Per questo motivo è importante la pubblicazione degli Atti, che rende fruibile questo materiale nel tempo.

A trattare l’argomento di quest’anno, nel bellissimo contesto delle sale settecentesche della Villa San Fermo, sono intervenuti i professori Danilo Castellano (Udine), Rudi di Marco (Udine), Giovanni Turco (Napoli), Padre Antonio Ruiz Freites IVE (Montefiascone) e don Samuele Cecotti (Trieste). Alcuni di questi Relatori, segnatamente i Professori Castellano, Ruiz Freites e Turco sono ospiti fissi dei Convegni di Montefiascone, ora Convegni di Lonigo. Hanno condotto i lavori Fabio Trevisan e Giovanni Zenone.

La linea teoretica seguita da tutti i relatori è stata di segnare la differenza sostanziale tra la concezione classica-cristiana, propria anche della Dottrina sociale della Chiesa, e moderna della proprietà privata.

La prima di queste due visioni rivali, come diceva il sottotitolo del Convegno, fonda il diritto alla proprietà nell’ordine finalistico delle cose. Non è un diritto assoluto, ma orientato al bene e vincolato dal giusto. Una simile impostazione era già presente, seppure con dei limiti, nella visione della proprietà del diritto romano, come illustrato egregiamente dall’avvocato Di Marco, ma si è poi perfezionata nella civiltà cristiana (come è risultato dalla relazione di don Samuele Cecotti e da quella di Padre Ruiz Freites che ha spiegato l’evoluzione della visione della proprietà nella Bibbia) e nel pensiero di San Tommaso d’Aquino (come brillantemente spiegato dal prof. Turco). Quello alla proprietà è un diritto che deriva da un dovere, o meglio da una serie di doveri come quello di lavorare, di mantenere se stessi e la propria famiglia, di avere delle disponibilità per poter esercitare la carità e l’elemosina, ed è anche occasione di esercizio di virtù come la liberalità e la magnificenza. La povertà non è in sé un bene – hanno spiegato il prof. Turco attingendo a San Tommaso e padre Ruiz Freites criticando le varie correnti gnostiche di pauperismo cristiano – e non è come molti sostengono oggi una situazione di “felicità”. Il furto, anche quando viene fatto dallo Stato attraverso una tassazione ingiusta ed oppressiva (lo ha spiegato bene il prof. Castellano), è da condannare, anzi, dice San Tommaso, è ancora più ingiusto quando a farlo non è il singolo ma la potestas politica. Chi ruba dovrebbe restituire subito quanto rubato e questo vale anche per gli Stati, ha affermato il professor Turco, con riferimento anche ai vari casi di confische ingiuste attuate degli Stati moderni.

Sulla visione moderna della proprietà si sono pronunciati tutti i relatori, direttamente o indirettamente, ma soprattutto il prof. Castellano e don Samuele Cecotti. Il primo ha citato le definizioni di proprietà contenute nel Codice civile italiano del 1865, in quello del 1942 e poi nella Costituzione italiana. La visione di proprietà qui contenuta è quella tipica del pensiero moderno, ossia un diritto assoluto sui beni. L’individuo avrebbe una sovranità assoluta, come quella del sovrano nel proprio regno, sui propri beni. La proprietà sarebbe quindi guidata da una libertà negativa, negativa perché totale e valida semplicemente perché voluta, senza giustificazione razionale. Nello stesso tempo, però, le definizioni dei testi giuridici citati dicono anche che tale libertà (assoluta) ha valore solo secondo le leggi che la disciplinano ed in quanto riconosciuta (nel senso di posta) dallo Stato. Ecco, quindi, che si incontrano e si scontrano qui le assolutezze di due individui, quella del singolo cittadino da un lato e quella del Leviatano dall’altro. Una situazione intimamente contraddittoria e potenzialmente esplosiva, perché o prevarrà l’uno o prevarrà l’altro. A questo proposito don Samuele Cecotti, da filosofo e da storico, ha mostrato come nella società cristiana la proprietà non fosse vista come nella modernità, ossia non come sovranità ma come dominium. Nella società cristiana molti esempi ci dicono che su uno stesso bene potevano esercitarsi diversi diritti di proprietà, come, parallelamente, su una determinata fetta di società potevano esercitarsi più potestates.

Dalle due relazioni di Castellano e Cecotti, oltre che dalle altre, è quindi emersa la radicale incompatibilità tra il diritto di proprietà in Hobbes, Locke, Rousseau, Kant … e nella filosofia e teologia classica e cristiana. Nonostante ciò, come mostrato da Padre Ruiz, la storia del cristianesimo è anche stata caratterizzata, e continua ad esserlo, da infiltrazioni gnostiche di millenarismo pauperistico, che però la Chiesa ha sempre formalmente condannato.

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