Ancora una volta, di fronte a un’alluvione che ha portato morte e distruzione, la colpa viene ripartita tra il governo nazionale incapace di far progredire il Paese, i tecnici che non sanno dare l’allerta, il clima impazzito. Richiesta di quali potrebbero essere le possibili soluzioni, Marina Baldi, climatologa del CNR, risponde ad es. così: “Bisognerebbe spingere molto, anche a livello politico, sulla riduzione dell’emissione di gas serra nell’atmosfera”[1]. Una ricetta, che ammesso anche funzioni, dispiegherebbe peraltro i suoi effetti tra svariati decenni.

Illudere la gente sui poteri taumaturgici della scienza moderna è una prassi pericolosa, che è frutto dell’ignoranza e del pressapochismo, congiunti all’arroganza, difetti che abbondano fra i politici ed i giornalisti, ma che ultimamente si sono fatti strada anche nell’Accademia. Frutto non tanto della incapacità dei ricercatori (peraltro assai più frequente di quanto si immagini), quanto delle pressioni che vengono esercitate dall’esterno per coprire col manto della “scientificità” le narrative prescelte    dall’élite finanziaria che ha in mano il mondo[2].

Volendo rimanere sul terreno della realtà, occorre ribadire in primo luogo che le scienze forniscono soltanto soluzioni astratte, e per giunta si  limitano alla sfera di competenza delle specifiche discipline. Queste soluzioni vanno poi calate nelle molteplici situazioni concrete, che nella fattispecie in questione ha carattere interdisciplinare. Più che alla scienza, occorre fare riferimento alle diverse tecnologie, ciascuna nel proprio ambito, dove le limitazioni dei risultati si evidenziano con chiarezza. Se si pretende di risolvere tutto con una formula mirabolante – i politici cercano sempre di cavarsela attraverso un generico stanziamento di fondi – vuol dire che non si ha ben presente la complessità dei problemi.

Vediamo intanto di sfatare quella che pare diventata una pericolosa illusione. La previsione, qualunque sia il fenomeno interessato, è e rimarrà  sempre un esercizio arduo e rischioso. Nessun procedimento di analisi, per quanto raffinato, può infatti garantire: 1) che si siano presi in considerazione tutti gli elementi in grado di influire su un dato fenomeno, 2) che l’apporto di ciascun elemento considerato sia stato valutato correttamente, 3) che le procedure di valutazione (specialmente i modelli di calcolo) siano adeguati a simulare l’oggetto dell’indagine. Ciò vale in particolare per le problematiche ambientali, dove per giunta vengono ad interferire fra loro i comportamenti dell’uomo con quelli della natura.

I limiti dei modelli numerici impiegati nella valutazione del “riscaldamento globale” sono ben noti agli studiosi[3], ma una parte cospicua di questi ultimi preferisce venderli all’opinione pubblica come verità di fede anziché descriverli per quel che sono, delle mere ipotesi scientifiche. Sono verità provvisorie, e in quanto tali attendono soltanto di venire demolite presto o tardi dall’inevitabile avanzamento degli studi, come ha chiarito Karl Popper[4]. L’abitudine indotta dallo scientismo dilagante induce invece la società attuale – composta nella stragrande maggioranza da individui malamente scolarizzati –  a credere che sia possibile prevedere gli eventi meteo in aree ristrettissime, specie in ambienti di montagna. Ne è un esempio il pezzo seguente[5]:

“Oggi si conteranno le vittime dell’alluvione. C’è chi darà l’ennesima spiegazione sul perché non si è riusciti a prevedere con più precisione l’entità delle piogge che hanno provocato il dramma, come se invece che nell’anno del Signore 2022 nel quale sul telefonino trovi pure l’ora esatta in cui cade la prima goccia di pioggia, fossimo rimasti ai tempi di quel pioniere della meteorologia che era il colonnello Bernacca. Lui almeno azzardava un solo pronostico, il celeberrimo “Nebbia in val Padana”. E la gente si accontentava.

Ora, però, siamo in un’altra epoca. Hai un’altra tecnologia ma la situazione in Italia non cambia o cambia poco. (…) C’è solo da sperare che emergenza dopo emergenza, tragedia dopo tragedia, alluvione dopo alluvione gli italiani si accorgano che la democrazia funziona solo se governa, se decide. In caso contrario il paese va a quarantotto.”

L’editoriale era finalizzato ad orientare gli elettori nell’imminenza del rinnovo del parlamento, ma questa non è una scusante. Semmai è un’aggravante, in quanto finisce col promuovere una merce taroccata, proprio come fanno quelli che mandano le previsioni meteo orarie sui telefonini. Inondare il mondo di messaggi fasulli è facile, capire se quello che si dice rientri nella realtà sembra un po’ meno. Dal suo canto, il giornalista non si accorge, non diciamo di come funziona la meteorologia, ma neanche della contraddizione in cui cade quando parla del passaggio d’epoca. Il progresso avanza, certo, ma nel frattempo il regime meteo sta cambiando[6]. Qui emerge nuovamente l’equivoco su come funziona il progresso tecnico-scientifico. Che con il funzionamento della democrazia ha poco da spartire: piaccia o meno, la verità non è “democratica”.

In linea di massima, la tecnologia cerca di trovare soluzioni a problemi già manifestatisi, non a quelli che potrebbero giungere in futuro. E quanto appare evidente, nel caso in questione, è proprio che siamo di fronte ad una fenomenologia nuova. Non è poi assolutamente vero che l’Italia rappresenti un’eccezione per quanto riguarda le catastrofi ambientali, massime le alluvioni. Tutti i Paesi dell’Europa centro-settentrionale, che non perdono occasione per darci lezioni su come comportarci, vanno sott’acqua regolarmente ogni 3-5 anni. Segno che anche quelle società sono incapaci di esprimere una classe politica in grado di assumersi le proprie responsabilità.

Non è neanche vero che  manchino i miglioramenti, per quanto lenti e sempre insufficienti.

Già nel 2014 il torrente Misa aveva allagato parte di Senigallia. La protezione civile aveva previsto condizioni meteo avverse per il giorno precedente. Nella situazione attuale, sulla base dell’esperienza, i fenomeni critici erano attesi prevalentemente sul versante tirrenico. Per altro, questa volta l’allerta gialla riguardava già la zona appenninica sul confine Umbria-Marche. Non ancora la parte bassa e costiera.  Secondo Marco Lazzeri, meteorologo della regione Marche, i modelli matematici davano aspettative di un’attenuazione dei fenomeni nel tardo pomeriggio[7]. I modelli, purtroppo, possono simulare gli eventi, non riprodurli al cento per cento.

La prossima volta le previsioni saranno certamente migliorate, ma questo non è una garanzia, tutt’altro. Per il semplice motivo che le conseguenze negative sono generalmente causate dagli errori e l’incuria dell’uomo, assai più che dalle bizze della natura. Gli effetti catastrofici dell’esondazione del torrente Misa sono infatti da attribuire in buona parte all’alveo carico di tronchi e ramaglie, che nessuno si era preoccupato di pulire nonostante ci fosse chi aveva cercato di sensibilizzare le autorità. Un tappo gigantesco si è formato “all’altezza di Pianello di Ostra, là dove tutti si aspettavano potesse esondare”[8]. E lo ha fatto con una forza dirompente.

Non è che nelle città, anche quelle di impianto moderno, del Nord ricco ed evoluto, le cose vadano meglio. A Genova, per l’espansione edilizia negli ultimi due secoli si sono “tombati” tutti i torrenti che scendono dalle colline, e questi periodicamente reclamano lo spazio che è stato loro tolto irragionevolmente, contro la natura dei luoghi. Qualcosa di simile accade anche all’altro lato della penisola, a Trieste. In autunno,  ristoranti e negozi del centro storico finiscono sott’acqua anche più volte in un anno [9]. Non è un prodotto del cambiamento climatico: anni or sono, durante alcuni lavori era emersa una cisterna sotterranea, databile almeno ad inizio ‘700, costruita per accogliere l’acqua piovana in eccesso. Il problema è dunque endemico. Le ditte impegnate ne hanno approfittato per stivarvi i calcinacci, “dimenticandosi” poi di svuotarla. Uno spazio perduto, che avrebbe forse dato  un margine di tempo agli esercenti per mettere al sicuro le merci più deteriorabili.

Piangere sul latte versato, come fanno regolarmente i sindaci dei comuni disastrati, è cosa inutile, serve soltanto a coprire le loro inequivoche responsabilità. Meglio sarebbe utilizzare il tempo che rimane per provvedere ai lavori indispensabili nelle località che sono state sinora risparmiate. Le previsioni, questa volta, sono molto chiare, come precisa la ricordata climatologa Marina Baldi, la quale annuncia che il rischio si protrarrà per altri due mesi. Affrettarsi a pulire gli alvei è quindi un’esigenza indilazionabile e non si dica che non ci sono i soldi, quelli si trovano sempre, quanto meno per ripristinare le infrastrutture distrutte. Di fronte all’emergenza poi, si può – si deve – fare anche ricorso al volontariato, una risorsa che sarebbe strategica una volta che le comunità a rischio venissero debitamente responsabilizzate.

Questo non lo si vuole fare, e la ragione è semplice: sul lavoro gratuito non è possibile fare la cresta. Su questo punto non casualmente si trovano concordi politici e sindacati. È questo il vero  motivo per cui la manutenzione, sia del territorio che delle opere pubbliche, viene trascurata: non perché manchino i soldi, ma perché si preferisce metterli in qualcosa di più tangibile, che assicuri insieme visibilità politica ed occasione di percepire tangenti a tutti i livelli, a cominciare dai funzionari pubblici. E quale migliore occasione per arricchirsi se non attraverso la ricostruzione dopo una catastrofe? Peccato che poi, a prescindere dal dolore delle vittime, il costo della bonifica sia incommensurabilmente più elevato di quello della prevenzione. Non va poi dimenticata l’atavica diffidenza dei politicanti nei riguardi del popolo. Si teme che la gente si organizzi per sopperire alle carenze delle amministrazioni locali, facile premessa per un cambio di amministrazione.

Vi è infine la questione di fondo, il dissesto idrogeologico che affligge praticamente l’intero territorio nazionale. Qui è una questione di soldi, e tantissimi. Negli ultimi anni risultano stanziati 2,5 miliardi di Euro per la difesa del territorio, a fronte dei quali la spesa effettiva non supera i 4,5 milioni. La responsabilità viene attribuita alla burocrazia, un termine generico che dice tutto e il contrario di tutto. Certo sapere che il piano di assetto idrogeologico regionale era pronto già nel 2004, è stato approvato pochi mesi fa ma è stato preso in considerazione solo come occasione per pochi interventi strutturali, come fosse l’ampliamento di una strada, la dice lunga sulla cultura (e il senso di responsabilità) di quanti amministrano insediamenti notoriamente a rischio. I consorzi di bonifica, tanto per citare degli ente che avrebbero dovuto curare la pulizia degli alvei, mentre probabilmente si occupano d’altro[10].

Considerato il ventaglio di azioni mancate pur essendo richieste dal pericolo incombente, è il caso di chiedersi se sia tutta colpa di funzionari ottusi, ignoranti e avidi, oppure dietro ci sia dell’altro. È infatti evidente che una attenzione marcata verso l’ambiente impedirebbe alle amministrazioni locali di fare il bello e il cattivo tempo sul proprio territorio. È il caso ad es. dei comuni (non delle Marche) in ritardo sugli strumenti urbanistici obbligatori, ovvero di quelli che si sono adoperati per ottenere una categorizzazione sismica assai inferiore al rischio calcolato. L’intento drgli amministratori è evitare l’aumento nei costi delle costruzioni, mettendo però a rischio vita e beni dei cittadini e scaricando sul governo le spese per una futura ricostruzione. Quanto ai governi, potrebbe invece darsi che certi inspiegabili ritardi traggano origine dalla volontà di ritardare l’erogazione dei fondi stanziati, a vantaggio di altre spese magari meno necessarie. Sappiamo infatti che la manovra di cassa viene costantemente impiegata per fronteggiare i sempre più gravi problemi di bilancio.

Sono i frutti avvelenati della caduta morale di un popolo intero, un cancro, quello dell’interesse privato nella cosa pubblica, che si è diffuso ovunque, in modo irrefrenabile, specie dopo la spettacolare operazione di regime change che va sotto il nome di “Tangentopoli”. Basti pensare ai banchi a rotelle acquistati dal ministero della Pubblica istruzione per combattere il Covid… Il risultato è una valanga di soldi, che anno dopo anno escono dalle casse pubbliche, senza alcun ritorno, creando solamente debiti la cui mole oggi minaccia di travolgere l’intero paese. Una vera tsunami, politica questa volta.

Gianfranco Battisti


[1] Daniela Uva, “Rischio fenomeni simili per i prossimi due mesi. I bollettini delle autorità presi troppo alla leggera”, Il Piccolo, 17/9/2022.

[2]  In merito alla manovra in atto tendente a plagiare l’umanità intera, v. il documentato articolo di L. Volontè: “Clima, così l’Onu decide la “scienza” e avalla la censura” (La nuova Bussola quotidiana, 4.10.2022).

[3]Sull’argomento è indispensabile leggere il saggio di Luiz Carlos Molion, “Riscaldamento globale antropico: realtà o truffa?” (12° Rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel mondo. Ambientalismo e globalismo: nuove ideologie politiche, Siena, Cantagalli, 2020, pp. 47-61).

[4]Karl Popper, Logica della scoperta scientifica (1934), Torino, Einaudi, 1970.

[5] Augusto Minzolini, “Il paese del giorno dopo”, il Giornale, 17/9/2022.

[6] In discussione non è l’esistenza di modificazioni nel clima – che varia continuamente –  quanto la loro effettiva dimensione, la tendenza e soprattutto le cause scatenanti.

[7] Enzo Cusmai, “Le falle nel sistema di allerta e i limiti della protezione civile “Evento maggiore del previsto”, Il Piccolo, 17/9/2022.

[8] Niccolò Zanca, “Inferno di acqua e fango”, Il Piccolo, 17/9/2022.

[9] Franco Codognone, “Negozianti ed esercenti del ghetto in coro: “Allagamenti ricorrenti servono soluzioni”, Il Piccolo, 17/9/2022.

[10]Una ventina di anni fa, la regione Friuli Venezia Giulia ha rinunciato a pubblicare una ricerca sui consorzi, dalla stessa commissionata. Era stata curata da uno dei  maggiori esperti nazionali di economia agraria, che aveva avuto il torto di rendere  troppo visibile il ruolo di questi enti nella catena del sottogoverno.

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