Foto: Cristo Buon Pastore di M. Rupnik (Chiesa Madonna della Via in Caltagirone)

Il Concilio inaugurato da Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962, sessant’anni fa, non cessa di interrogare la Chiesa, nonostante i tentativi o di celebrarlo come acquisizione indiscussa o addirittura un dogma, o di considerarlo ormai superato perché saremmo nella fase di un post-Concilio definitivamente post. Del Concilio come problema è alquanto difficile liberarsi.

La questione principale che rimane ancora aperta è se la sua valutazione debba riguardare solo l’applicazione del Concilio o il Concilio stesso. A fare problema e a provocare discussione sono state solo le (spesso) avventurose applicazioni del Concilio, che non avevano nessuna relazione con i testi approvati dai Padri, oppure c’era qualcosa che si prestava all’equivoco anche nei testi? Nel Concilio c’è stato qualcosa che poi è sfuggito di mano, qualcosa che è poi sfuggito di mano perché formulato nel Concilio in modo da permettere che sfuggisse di mano? Sui travisamenti applicativi del Concilio, le fughe in avanti appellandosi al suo “spirito” e non alla sua “lettera”, si possono fare infiniti esempi. Questi sessant’anni, compresi i nostri giorni, ne sono pieni. Ci sono però molte prove anche a sostegno che qualche problema impostato in modo poco chiaro c’era nel Concilio stesso. Altrimenti non si spiegherebbe perché molte applicazioni distorte comunque hanno potuto far leva su questo o quell’altro passaggio dei documenti conciliari. Per esempio, la sinodalità che oggi si vuole imporre con la fase sinodale in atto si fonda sulla nozione di “segni dei tempi”, una delle espressioni più ambigue del Vaticano II e che si presta ad ogni strumentalizzazione: oggi nella Chiesa si dice che anche l’emergenza dei diritti delle coppie omosessuali sarebbe un segno dei tempi, ossia un soffio dello Spirito.

Il Concilio come problema non può quindi essere relegato nelle sue manchevoli applicazioni, ma collegato anche a fattori suoi propri. Ora ci si chiede: quale era il principale di questi fattori suoi propri? Quale elemento produce impedimenti alla piena comprensione del Concilio, e continua a farlo anche dopo sessant’anni? A mio avviso si tratta del suo carattere essenzialmente “pastorale”. Il Vaticano II fu convocato per esigenze pastorali, eppure proprio questa sua caratteristica ha confuso le cose, sicché anche oggi esso rimane da decifrare.

Era, ed è, molto difficile pensare che la finalità pastorale di ri-presentare il messaggio cristiano all’uomo contemporaneo – finalità propria del Concilio – non comportasse anche un ri-pensamento della dottrina. Un po’ di ingenuità in questo campo è ravvisabile nel discorso di apertura di Giovanni XXIII, ma poi non più. Ed infatti il Concilio fu pienamente dottrinale, approvando esso anche delle Costituzioni “dogmatiche”. Nello stesso tempo, però, il suo scopo non era primariamente dottrinale, dato che era primariamente pastorale, sicché questo ultimo intento (pastorale) influì sul ri-pensamento e sulla esposizione dell’altro elemento (dottrinale). Da qui sono nati tutti i problemi.

Intanto, per motivi pastorali, alcuni elementi della dottrina o furono taciuti o furono formulati in modo da non scontentare. Il comunismo non fu condannato per questi motivi; il rapporto tra Scrittura e Tradizione fu pensato tenendo conto delle esigenze dei rapporti ecumenici con i protestanti; anche la discussione assembleare su quale spazio assegnare a Maria Santissima risentì di queste preoccupazioni; l’accoglienza del personalismo si deve all’idea che la mentalità contemporanea apprezza molto la soggettività.

Poi, per motivi pastorali, si scelse un linguaggio non definitorio ma narrativo, che però necessariamente risultava più sfumato e da interpretare. Il problema del linguaggio del Concilio è un grosso problema. Nei testi ci sono molte espressioni, come per esempio l’incipit della Gaudium es spes, che vengono continuamente citate, ma hanno scarsissima precisione dottrinale e debole consistenza teologica. La Gaudium et spes viene chiamata (problematicamente) “Costituzione” pastorale, ma la fotografia del mondo contemporaneo che essa propone nella sua prima parte con un linguaggio sociologico ed esistenziale che valore teologico e magisteriale ha? Molte espressioni devono essere collegate con altre per avere un quadro completo del problema presentato, ma questo è un lavoro complesso e di difficile attuazione per i non addetti ai lavori. Si pensi, a questo proposito, alla definizione di bene comune della Gaudium et spes, oppure alla famosa frase secondo cui l’uomo è l’”unica creatura che Dio ha voluto per se stesso”. Questa si può interpretare sia in senso antropocentrico che in senso teocentrico.

Per motivi pastorali, poi, sono stati presentati in modo nuovo dei problemi senza però adeguatamente risolverli dal punto di vista della certezza magisteriale. Si pensi alla dottrina della libertà religiosa della Dignitatis humanae. Quell’insegnamento non chiude il cerchio e fa discutere ancora oggi. Se lo avesse chiuso, non ci sarebbe stato bisogno di pubblicare la Dominus Jesus e Francesco non avrebbe firmato la Dichiarazione di Abu Dhabi.

Più in generale: nei testi conciliari è difficile distinguere tra quanto è dottrinale da quanto è pastorale e questo ha poi permesso che una nuova visione di pastorale si imponesse in teologia, una pastorale che co-produce dottrina insieme con la Rivelazione. E qui si aprono le porte a tanti aspetti inaccettabili della teologia contemporanea. Quella del Concilio era ancora una teologia della pastorale, ma poi si è elaborata una teologia pastorale, nella quale oggi si inserisce la nuova versione pastoralista della sinodalità.

Il Concilio impegnerà la Chiesa anche nei prossimi sessant’anni.

Stefano Fontana

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