Il ruolo centrale, benché sotterraneo, che l’eugenetica ha svolto nella storia delle ideologie moderne e la sua presenza ai giorni nostri sotto mutate sembianze: questo il nucleo del recente contributo alla rivista francese Catholica di Guilhem Golfin, dal titolo Les avatars de l’eugénisme (Catholica, n. 155, Eté 2022, pp. 41-49).

Nata nel fermento positivista e scientista dell’Ottocento, l’eugenetica intendeva applicare al contesto sociale le recenti teorie di Darwin circa l’evoluzione delle specie, lamentando la necessità di combattere la presunta degenerazione della specie umana. Se i progressi tecnici e scientifici riducevano la pressione selettiva nei confronti dei meno adatti, dei “difettosi”, risultava necessaria l’introduzione di una selezione artificiale per far proseguire il moto evolutivo.

Golfin descrive come l’impianto teorico eugenista abbia camminato di pari passo – talvolta influenzando, talvolta trovando concordanze – con molte delle ideologie dell’epoca a partire dal razzismo, una vera e propria gerarchica tassonomia umana: in questo caso i risvolti pratici eugenetici si ebbero quando l’appartenenza a razze inferiori fu percepita non solo come un difetto ma come ostacolo al progresso della società o dell’umanità.

Ma in essa trovarono appoggio teorico anche le pratiche eutanasiche (esemplare in questo senso l’azione nazista), la contraccezione (la Sanger, fondatrice di organizzazioni che diventeranno in seguito la Planned Parenthood, rivendicava la necessità che poveri e ignoranti non si riproducessero oltremodo) e le sterilizzazioni, talvolta forzate (continuate peraltro sino al XX secolo, ad esempio nell’India di Indira Gandhi).

L’eugenetica risultava poi inseparabile dal processo di “naturalizzazione” della politica, ossia la negazione di qualsivoglia trascendenza, costituendo la giustificazione da un lato alle teorie di Hobbes (sintetizzate in homo homini lupus) e dall’altro alla sopraffazione da parte della borghesia in ambito economico.

Insomma come afferma Golfin ”l’eugenetica appare come una sorta di matrice, sia teorica che pratica, che ha permesso di riunire correnti di idee e pratiche diverse, al servizio di progetti politici a loro volta diversi, dal liberalismo al nazismo, ma che rivendicavano tutti una sociologia scientifica”.

“Questa convergenza – continua l’autore – attesta la profonda coerenza del pensiero moderno nella diversità dei suoi temi, che hanno come filo conduttore il dominio della natura e dell’uomo, dietro l’apparente progresso, e una costante azione di sovversione”. In una parola: quella “naturalizzazione” della politica, per la quale il darwinismo ha svolto il ruolo di garante scientifico.

Apparentemente, dopo i genocidi nazisti, l’eugenetica scomparve dalla scena pubblica. In realtà secondo Golfin “a partire dagli anni Cinquanta, la paura della degenerazione della specie è stata sostituita da quella dello scenario apocalittico di sovrappopolazione che porta all’esaurimento delle risorse naturali e alla carestia: il discorso ecologico ha sostituito direttamente il discorso eugenetico. ”La svolta malthusiana non deve sorprendere: d’altronde vi è una certa vicinanza tra Darwin e Malthus se si considera che per il primo la lotta per la sopravvivenza avviene proprio in un ambiente con scarsità di risorse, ovvero l’assunto di partenza delle teorie del secondo.

Perseguendo questo scopo demografico-ambientalista, un certo numero di pratiche legate all’eugenetica permangono tutt’oggi, e in un certo modo – secondo Golfin – si intensificano, in quanto tenderebbero ad essere impiegate su scala mondiale. L’autore porta come esempio il libro Elimination of the Poor, nel quale Gabriel Tereso, medico esperto di politiche sanitarie, presenta come il malthusianesimo sia riscontrabile nelle politiche di controllo della popolazione, spesso attuate sotto la copertura dell’azione per lo sviluppo e la lotta contro  il sovrappopolamento. Tra queste, campagne di vaccinazione sarebbero state utilizzate per la sterilizzazione di popolazioni in America Latina, Africa e Asia, o per l’inoculazione di sostanze abortive.

Golfin conclude efficacemente affermando che “lungi dall’essere scomparsa dagli orizzonti della cultura contemporanea, l’eugenetica è anzi ancora molto presente, semplicemente sotto un’apparenza più mascherata che in passato e con un carattere più indiretto”.

Golfin ha il pregio di indicare lo stretto legame di tutte queste pratiche con i fondamenti filosofici della modernità, mostrando come l’eugenetica, in un movimento quasi circolare, abbia rafforzato i presupposti ad essa precedenti, primo fra tutti che l’uomo sia un animale come gli altri.

È dunque opportuno non dimenticare che per avversare i numerosi frutti amari del nostro tempo, l’abbattimento del tronco del naturalismo, dal quale essi derivano e traggono nutrimento ideologico, è opera imprescindibile. Senza un’impostazione filosofica buona la discesa nella barbarie sarà sempre inevitabile.

Samuele Salvador

 

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