È lecito e opportuno per un cattolico astenersi dalle urne?

Propongo una riflessione attorno a tale questione, che si presenta articolata su due livelli, il primo indaga la legittimità dell’astensione in linea di principio, il secondo ne verifica l’opportunità in concreto.

VOCI AUTOREVOLI CONTRO L’ASTENSIONISMO

Mi introduco con alcune citazioni che aiutano a contestualizzare il clima culturale odierno. La prima è tratta da un manifesto del dottor Massimo Gandolfini, noto e stimato esponente pro-life: “La vita, la famiglia naturale e la libertà educativa – i tre pilastri su cui si fondano i diritti umani e, quindi, la civiltà di un popolo – in questi giorni di scelte elettorali, hanno due nemici, entrambe molto pericolosi: la cultura radicale di sinistra da una parte, e l’assenteismo al voto dall’altra. L’assenteismo, l’indifferenza, la rassegnazione, la delusione paralizzante, la resa di fronte al ‘male’ non possono abitare nel cuore di chi crede in quel valore civico che si chiama ‘responsabilità’”.

(https://familyday.info/se-ci-si-batte-per-la-vita-lastensione-non-e-ammessa-di-massimo-gandolfini/)

Interessante anche la lezione, assai degna, del presule di Ventimiglia – Sanremo: “In primo luogo ritengo di richiamare al dovere morale e civico di esprimere con il voto la propria preferenza in ordine al futuro della nostra nazione, non permettendo all’astensionismo di qualunque origine di generare una sorta di ‘delega’ irresponsabile” Mons. Antonio Suetta, Vescovo di Ventimiglia – Sanremo (https://vanthuanobservatory.com/2022/09/06/l-vescovo-antonio-suetta-sveglia-i-cattolici-in-vista-delle-elezioni/)

A queste dichiarazioni fanno corona corposi proclama del popolo cattolico on-line, nei quali l’astensione alle urne è tacciata come peccato grave con annessi e connessi.

Premesso che il sottoscritto non intende pronunciarsi né a favore né contro il voto, mi siano concessi alcuni appunti, anzitutto a commento dei passi citati. Seguirà la proposta che soddisfa la domanda in esergo all’articolo.

LA DEFINIZIONE DI ASTENSIONISMO

Gandolfini parla di assenteismo, Suetta di astensionismo. Si può concordare con la loro denuncia se intendiamo il termine nel senso di una posizione radicalizzata e ideologica; mentre nessuna condanna a priori tocca chi, non per scelta ideologica e non come posizione politica apriori, ma per una scelta puntuale e consapevole, decide di non recarsi al voto in una circostanza particolare.

Gandolfini in particolare sottolinea il pericolo che “l’indifferenza, la rassegnazione, la delusione paralizzante, la resa di fronte al “male”” possono portare alla situazione politica: nuovamente tale giudizio non tocca chi, astenendosi dal voto, non lo faccia per indifferenza o per delusione, ma per una scelta e – se possibile – con una strategia consapevole.

Con pertinenza il dottore e il vescovo si appellano alla responsabilità, e noi pure torneremo a tratteggiare il valore imprescindibile di tale atteggiamento. Eppure, ancora una volta, simili inviti non sembrano investire coloro i quali proprio in nome della responsabilità scelgano o propongano di astenersi dal votare, e lo facciano proprio perché critici circa la capacità che il voto democratico riveste oggidì di rispondere ai problemi sociali e civili.

IL RISCHIO DELLE ETICHETTE

Un secondo appunto, che muove da osservazioni contingenti. Dopo anni di condanne unilaterali, si ricevono con una certa stanchezza appelli dall’andamento tranchant: l’omofobo, lo specista, il sovranista, il no-vax, il russofobo e ora l’astensionista. Tante etichette per altrettante condanne senza appello. Converrebbe prendere atto che, anche solo per ragioni di stress psicologico e comunicativo, questo approccio sembra essere poco indovinato. E a ben vedere le ragioni di tale stress non sono così superficiali. Esso denuncia la miopia di etichette troppo riduttive, utili a congelare il pensiero e la comunicazione, per ciò stesso nocive alla vita politica e civile. Così, per esempio, la posizione doverosa di chi non accetta l’ideologia gender ha poco a che fare con la biasimevole discriminazione violenta anti-omosessuale; la rivendicazione di un primato nazionale acquista valore specifico, transitando da sovranismo a spirito patrio, di fronte alle crisi dettate dall’acme dei mercati internazionali; la diffidenza verso i nuovi tipi di vaccini anti-covid si differenzia dal più classico rifiuto delle vaccinazioni (pediatriche e non) e ulteriormente da opzioni anti-scientifiche di milieu neo-spiritualista; ugualmente lo spettro astensionista attuale ha qualità uniche in confronto alle ondate di passività civile di dieci anni fa (da quant’è che non votiamo?). Credo che l’opzione astensionista meriti dunque ben altre analisi e attenzioni, rispetto al classico rimbrotto sulla responsabilità. C’è il rischio che il rimbrotto sia la pezza che copre uno squarcio più grave: l’assoluta incapacità di rispondere in modo credibile alla provocazione che l’astensionismo stesso incarna, la non volontà di guardare responsabilmente al male che l’astensionismo condanna.

IL CONTESTO DI COMPLESSITÀ E DIVISIONE

Un terzo appunto, complementare al precedente: la particolare complessità del contesto chiede risposte complesse. Continuare a sventolare alternative in bianco e nero rischia di essere un trend fallimentare. La dignità dell’astensionismo nel momento presente potrebbe affondare la propria validità proprio nel terreno complesso della fase storica in cui stiamo transitando. Lascio ad altri l’onere di dimostrare che le cose stiano così, ma per onestà intellettuale, nonché per rispetto di buoni cristiani che testimoniano Cristo nel mondo moderno e che non si avvicineranno alle urne, ritengo imprescindibile difendere tale dignità e validità e chiedere l’onore del confronto, nel rispetto di chi dissente da tale opzione.

In simile prospettiva, quand’anche la risoluzione astensionista risultasse fortemente opinabile, ne avremmo guadagnato almeno in termini di capacità dialogica, civiltà, relazioni, ricerca della verità, rispetto del prossimo e via discorrendo. Tutte dinamiche di civiltà in assenza delle quali, non solo la mera riconquista dei valori pro-life non sarebbe sufficiente a garantire il bene comune, ma più radicalmente è da supporre che la corsa a tale riconquista resterebbe claudicante e deprivata di energie necessarie al proprio successo sociale.

La nostra è una cultura complessa e, aggiungo, una cultura divisionista. Con la definizione della pandemia nel 2020 sono esplose dinamiche divisorie le cui ferite sono ben lungi dall’essersi sanate. Divisioni che continuano ad attraversare la società e persino i fedeli. Cicatrici aperte anche nell’ambito pro-life. Molti astensionisti annunciati sono il frutto di tali divisioni, anche tra i pro-vita e tra i cristiani. Il rappel a l’ordre ricamato su classici topos della partecipazione democratica ha il valore di una dama di acqua versata sulla roccia. Ben prima di esso credo sia necessario intervenire a un risanamento e poi, insieme, in un clima di rinnovata fiducia, eventualmente proporre e non imporre un possibile passo verso le urne.

Detto altrimenti: quanti propugnano la corsa alle urne devono verificare la propria credibilità agli occhi degli elettori. Ora, riconoscendo che almeno in alcuni gruppi la fiducia della base è crollata, se davvero ci premesse portare quell’elettorato in cabina, forse converrebbe predisporre ben altra tattica. Finché la base denuncia di inaffidabilità i vertici, inutilmente quest’ultimi s’ergeranno a tacciare di irresponsabilità i primi.

E non sto entrando in merito alla legittimità di tali visioni, semplicemente attesto le posizioni che si stanno definendo sull’orizzonte civile nazionale.

PARS COSTRUENS

ASTENERSI È LECITO?

E adesso veniamo a una proposta e rispondiamo alle domande su esposte: è lecito per un cattolico astenersi dalle urne? È opportuno?

Procediamo per punti: il fine del cristiano è la propria salvezza. Questa osservazione sarà pur banale, ma dopo decenni di Teologia della Liberazione e dopo mesi di identificazione tra cure sanitarie e atto d’amore, il rischio di confondere piani di priorità non è basso. E quindi, visto il clima concitato che ha preceduto le elezioni, è bene ribadire che il primo fine è la salvezza, anzitutto la propria, cui consegue il resto.

In termini di vita pubblica e di dimensione politica tale fine si persegue nella forma dell’impegno per il bene comune. Il bene comune è spiegato dalla Chiesa come un bene integrale che abbraccia tanto la singola persona quanto la comunità. Resta assunto che ogni singola persona è bene comune della e per la società intera; così come, posta la natura sociale degli individui, resta assunto che la persona custodisce il proprio bene impegnandosi nelle relazioni buone con gli altri. Il bene comune poi è a servizio, come tutta la vita politica, della dignità personale. Tale schema da un lato tutela la ricchezza specifica del singolo e dall’altro promuove l’impegno sociale.

Il perseguimento del bene comune chiederà dunque, per conseguenza da quanto ora premesso, la disponibilità alla partecipazione alla vita pubblica. Tale partecipazione in un contesto democratico vedrà la sua espressione intensiva massima nell’assolvimento del diritto elettorale. L’espressione estensiva comprenderà invece le molteplici e restanti forme di partecipazione o promozione di iniziative specifiche di interesse collettivo.

Ora, ammesso che il compito è partecipare, il giudizio sulla responsabilità del cittadino dovrà tenere conto della sua attitudine a partecipare alla vita politica in senso ampio. Non potremo dunque identificare tale giudizio col mero momento delle votazioni, né appunto assolutizzare quest’ultimo in alcun modo.

Conviene provare ad approfondire come intendere il valore relativo dell’atto votante.

Il voto ha valore in relazione alla custodia del sistema democratico: le lotte storiche che hanno condotto alla democrazia e al suffragio universale chiedono di essere onorate; il sistema democratico in se stesso per funzionare adeguatamente, chiede di essere supportato con afflusso abbondante di votanti.

Il voto ha valore in relazione alla selezione dei programmi di partito: è bene sostenere quei partiti che operano in accordo con la legge naturale e avversare i rimanenti.

Il voto ha valore – dicevamo più sopra – in relazione all’espressione concreta della partecipazione politica del singolo cittadino: bisogna votare per completare le forme partecipative al bene comune.

Tutti e tre i punti valgono sub condicione.

È da valutare l’opportunità del sistema democratico stesso. La Chiesa non ha mai sposato tale sistema in senso assoluto, ritenendolo casomai preferibile contestualmente al clima totalitario del secolo scorso. In particolare è da riconoscere un certo grado di corruzione del sistema democratico vigente, e restano imperituri i moniti del Magistero di Giovanni Paolo II contro le degenerazioni della democrazia, particolarmente quando diviene strumento di avversione alla legge naturale, e quindi alla dignità della persona e quindi al bene comune stesso. L’astensionismo può esser concepito allora come denuncia e contestazione passiva nei confronti di un sistema che, in se stesso o in rapporto alla propria evoluzione storica, è giudicato non più degno.

È da valutare la qualità dei programmi di partito. L’astensionismo può fungere da denuncia di un sistema partitico il quale non si mostra mai all’altezza del compito morale affidatogli. Questo potrebbe suonare anche come gravissima accusa all’operato dei cattolici in politica, la cui valenza negli ultimi decenni si è significativamente attenuata, per responsabilità propria o per aggressione altrui.

È da valutare il senso della partecipazione elettorale nella vita del singolo: un cittadino che negli ultimi mesi abbia avvertito di esser stato privato di diritti fondamentali e offeso nella propria dignità, troverà davvero nell’imperativo alle urne il proprio compimento morale e civico? La risposta chiede quantomeno un confronto specifico.

Il tutto non per screditare la chiamata al voto, ma per far definitivamente decadere anche solo il sospetto di un dovere morale di voto assolutizzato e fine a se stesso. Un’affermazione differente, se non corredata di sufficiente confutazione delle sottolineature qui proposte, invito a ritenerla o falsa o propagandistica.

ASTENERSI È OPPORTUNO?

Abbiamo dunque sostenuto la liceità dell’astensionismo. Abbiamo anche introdotto cenni che strizzano l’occhio all’opportunità dello stesso, ma quei cenni valevano solo come esempi di scuola e non come tesi puntuali e attuali. Passiamo quindi a chiederci esplicitamente: è oggi opportuno astenersi?

Siccome ho promesso e premesso la mia neutralità rispetto a tale posizione storica, le considerazioni che seguono varranno unicamente come elenco di prerequisiti formali, la cui validità dovrà essere ulteriormente vagliata alla luce di particolari variabili, sia oggettive che soggettive.

L’opportunità dell’astensionismo dovrebbe tenere conto almeno di due ordini di valori.

A un livello esteriore, oggettivo e politico, bisognerebbe valutare se ci sono condizioni tali da motivare e richiedere una forte denuncia dell’apparato vigente, tali da porsi come contestazione radicale del sistema e svalutazione complessiva dell’impianto democratico. In breve: mi astengo per dire che l’ordinamento va radicalmente mutato. E questo sia in prospettiva di un rinnovamento assoluto – il passaggio da una forma di governo a un’altra – sia in prospettiva di un rinnovamento relativo – la completa sostituzione della classe politica che anima il sistema –.

Andrebbe anche considerato se una simile azione comporterebbe valore pratico: l’astensionismo di massa porrebbe cioè le condizioni per un reale rinnovamento – assoluto o relativo – del sistema? E in ciò si potrebbero contare sia le condizioni direttamente valide che quelle indirettamente valide. Direttamente valide, cioè tali da incidere per se stesse sull’impianto (per esempio con riferimento a clausole normative dagli effetti chiaramente prevedibili). Indirettamente valide, cioè tali da scatenare una reazione culturale capace sul medio o lungo periodo di incidere sull’impianto (e per ciò stesso non prevedibile).

Non andrebbe escluso un riscontro di tipo meramente morale: l’astensionismo potrebbe non comportare cambiamenti concreti, ma metterebbe il cittadino (cattolico) fuori dal compromesso con la corruzione morale avallata dal sistema. Sarebbe un’opzione dal sapore un po’ quacchero, se assolutizzata e generalizzata, peraltro non possiamo dimenticare che è stata già percorsa dalla Chiesa negli anni del non expedit e quindi in sé non sarebbe eretica.

Questo primo ordine di valore, che generalmente ha più il sapore di una tentazione spiritualista estranea alla tradizione politica cattolica, acquisirebbe piena dignità solo riconoscendo un contesto storico politico particolarmente grave e compromesso. Nella fattispecie dovrebbe accompagnarsi alla denuncia di un ordinamento democratico ormai destrutturato, sostanzialmente rovesciato nei contenuti rispetto al modello sapientemente descritto e raccomandato dai Pontefici del periodo immediatamente post-bellico, eventualmente adulterato e assoggettato a funzioni politiche formalmente democratiche ma intrinsecamente tiranniche.

Queste mi paiono le condizioni accettabili per un astensionismo oggettivamente fondato: ad altri lascio di verificarle rispetto al quadro politico attuale.

Ma veniamo ora a valutare le disposizioni chieste alla singola persona incline all’astensionismo. Infatti, posta la legittimità e ammessa la adeguatezza di tale opzione, resta pur sempre da verificare l’onestà con cui il singolo si inserisce in una simile dinamica. Ecco alcune indicazioni che mi sovvengono.

Si richiede un buon grado di consapevolezza e coscienza politica. Questo indirizza l’astensionismo ad essere una scelta morale autentica, distinguendolo da qualsivoglia forma di condizionamento passivo, come adeguamento a una moda della massa o simili.

Sulla base di tale consapevolezza può definirsi l’astensione decisa come esito di un discernimento morale autentico, sforzo accurato e sofferto, personale sebbene paradossale forma di impegno civile, e non invece risultante di pigrizia ed egoismo.

Tale decisione dovrebbe comprendere il concetto di strategia, configurando in tal modo l’astensionismo come tentativo di agire politico per negationem e non come mero estraniamento dallo stesso.

Importante che un simile schieramento rimanga in un concetto di intelligenza e non di ideologia, il che può rinvenirsi nella capacità di rimettersi in discussione, di lasciarsi interpellare da prove pur estranee al proprio orizzonte concettuale, e in genere mantenendo la consapevolezza che la stessa astensione è solo un mezzo e non si pone come scelta assoluta, irreversibile e universalmente imperativa.

Infine, una possibile forma di astensionismo cattolico dovrebbe sempre corredarsi di una retta visione teologica: la certezza che la storia è in mano a Dio. E quindi – per leziosa che possa apparire tale raccomandazione – l’opzione astensionista dovrà sempre comprendere l’impegno di preghiera, affinché la Provvidenza sia riconosciuta e accolta come guida certa e diretta della ristrutturazione, umanamente caotica e incerta, cui la strategia astensionista pur sempre ammicca.

IL BUON SAMARITANO

Concludo ripetendo l’invito che più mi sta a cuore. Valida o meno che sia l’opzione astensionista, sia in relazione all’intenzioni soggettive che rispetto alle condizioni storiche oggettive, è evidente una forte crisi politica nel popolo italiano, cui fa riscontro una forte spaccatura di ideali specifici nello stesso popolo cattolico. Non riesco a immaginarmi una soluzione a tale stallo tragico, se non passando attraverso l’ascolto attivo delle ragioni altrui. E laddove non possa condividere il credo (politico) del mio prossimo, dovrei sempre essere cristianamente pronto a lenirne le ferite che la storia gli ha inferto. Mi pare la lezione sempre (più) attuale della parabola del buon samaritano, dove appunto la diversità di credo non è stata motivo sufficiente per l’indifferenza interpersonale – per quanto a questa comprensione sia arrivato non il più santo, né il più dotto, né il più regolare, bensì proprio il meno presentabile e il più biasimevole dei passanti.

Don Marco Begato

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