Pubblichiamo questo articolo apparso nel “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” n. 2 del 2016 dal titolo “Transumanesimo: lo spaventoso laboratorio del nuovo Adamo”. [VEDI] Purtroppo, dopo sei anni è di tragica attualità.

Il romanzo dello scrittore britannico Aldous Huxley (1894-1963) “Il mondo nuovo” fu pubblicato nel 1932. All’epoca poteva ancora essere classificato come un’opera di fantascienza, la prima di un nuovo genere letterario denominato distopico. Ma oggi a rileggerlo si è quasi tentati di definirlo profondamente realistico. La sua carica profetica e insieme fantastica nel rappresentare questo nuovo mondo del futuro — l’azione si svolge nell’anno Ford 632 —, alla luce di quanto sta accadendo oggi ci appare incredibilmente vicina al vero, sia pure con tutta l’enfasi e i parossismi propri ad una letteratura che, anche quando punta al realismo, deve comunque accentuare certi aspetti per far comprendere in profondità lo stato delle cose.

Qual è questo stato delle cose, oggi verificabile e sempre più radicato in diverse sfere del nostro vivere, ma già presagito da Huxley sulla base di alcune nuove tendenze e correnti culturali e politiche del suo tempo? Una realtà dominata in misura crescente dallo sforzo di cancellare le leggi di natura dai più diversi ambiti della vita umana, per sostituirle con nuove “leggi” dettate dall’uomo. In sintesi il sovvertimento del diritto naturale ad opera dell’arbitrio umano, la sua riscrittura secondo le “regole” dell’interesse e del desiderio individuali.

Una nuova era

Con “Il mondo nuovo” Huxley inaugura un nuovo genere letterario: la narrativa della distopia, contrapposta all’utopia. La distopia è una rappresentazione del futuro in chiave negativa e spaventosa, mentre l’utopia è un vagheggiamento di un’età dell’oro proiettata in avanti.

In che cosa consiste la distopia di “Mondo nuovo” e la sua drammatica e temibile modernità? Nel corso del romanzo viene rappresentata nei più minuti dettagli una società del futuro, collocabile nell’anno Ford 632, ovvero il 2540, data calcolata a partire dal 1908, quando venne immesso sul mercato il primo modello della Ford T creata da Henry Ford (1863-1947). Questo computo ha una sua tragica ratio: l’autore infatti vuole individuare l’inizio della fine del mondo quale da sempre l’uomo ha conosciuto  con l’avvio del primo, grandioso e snaturante sistema della catena di montaggio nell’industria. Ford, noto per il suo metodo di produzione pianificato e rigidamente controllato, fu anche un simpatizzante del nazismo hitleriano e per questo viene scelto da Huxley quale padre fondatore del “mondo nuovo”.

Il sistema di datazione della nuova era associa la figura di Ford a una nuova articolazione del tempo, chiaro simbolo dell’inversione di tutti i paradigmi del nostro tradizionale calendario. L’era cristiana è stata cancellata. Dopo una terribile guerra il mondo è stato unificato sotto un grande governo mondiale suddiviso in dieci sezioni capeggiate da un Coordinatore. Il motto che domina e ispira tutto l’agire di questa realtà spietatamente razionalizzata e controllata è “Comunità, Identità, Stabilità”. Tutto ciò che è personale ed individuale è stato cancellato, il singolo è stato inghiottito dalla massa, la massa è divenuta un mare anonimo che i governanti e gli scienziati controllano con tutta una serie di tecniche ipnotiche di contenzione e indottrinamento.

La trama

Nel “mondo nuovo” tutto è progettato e indirizzato dall’uomo: la generazione è stata sottratta alle sue leggi naturali per essere trasformata in una tecnica di laboratorio che si consuma dentro giganteschi centri di “incubazione e condizionamento”. In questi centri vengono prodotti e “coltivati” — con tecniche scientifiche all’avanguardia e basate su una combinazione strategica e disumana di chirurgia e di chimica —, gli embrioni, fino alla loro completa maturazione. Nel Centro si trovano scale vertiginose di rastrelliere in cui si preparano i futuri uomini, suddivisi in categorie a seconda del lavoro per cui sono stati progettati: con un opportuno trattamento, infatti, vengono selezionate determinate caratteristiche fisiche e psicologiche che renderanno una determinata classe di individui adatta ad un determinato tipo di lavoro. Ci sono gli Alfa, i Beta, i Delta, i Gamma, gli Epsilon e via via una serie di sottoclassi sempre più specializzate, all’interno di una scala di capacità e di importanza che ha il suo apice negli Alfa, dotati di qualità più intellettuali ed elevate rispetto ai Gamma che sono progettati per lavori di fatica.

Le pagine che descrivono le tappe formative ed educative dei bambini toccano vertici di abiezione davvero disturbanti, come la sollecitazione prematura della loro sessualità e le tecniche dissuasive, in molti casi vere e proprie torture psicologiche, da ogni tipo di inclinazione ludica spontanea e libera. Perfino i difetti fisici e le menomazioni sono pilotati in laboratorio.

L’intreccio del romanzo scaturisce dall’improvviso verificarsi di alcune “anomalie” rispetto al sistema e in particolare dall’irruzione nel suo tessuto, ben teso e ipersorvegliato, delle meccaniche naturali quali sopravvivono ancora in una sezione di mondo all’antica, un luogo selvaggio non colonizzato per motivi economici e adibito a meta turistica: il Nuovo Messico, una sorta di riserva oscura e primordiale dove esistono ancora madri, padri, passioni e individualità non controllate.

I personaggi, da una parte quelli omologati come Lenina Crowne, il Direttore Thomas Tomakin e il Controllore Mustapha Mond, e dall’altra quelli che cominciano a manifestare tendenze e sentimenti liberi ed umani come Bernardo Marx ed Helmholtz Watson, sono affiancati da due superstiti dell’antica umanità, il popolo soprannominato selvaggio: Linda e il figlio — naturale! — John. Questi due rappresentanti di ciò che l’uomo è sempre stato  vengono portati nel mondo nuovo. Con questa inaspettata inserzione la storia prende il ritmo di un contrasto sempre più serrato tra il grande piano livellatore del mondo nuovo e il cono d’ombra dell’umano con le sue leggi naturali e immutabili. L’umano capace di amore, elevato dalla fede, dallo spirito, dall’arte, l’umano che cerca per natura un fine che lo innalzi e lo illumini, l’umano che sa soffrire e gioire, che è chiamato a ricevere e dare la vita attraverso i sentimenti e l’unione stabile dei corpi e dei cuori. L’umano creato da Dio e che a Dio tutto deve di sé, un Dio che nel mondo nuovo è una realtà impersonale simboleggiata dalla T della Ford T e il cui nome nelle esclamazioni è sostituito da “Ford” o da “Freud” — “Ford mio!” è invocazione ricorrente —, entrambi responsabili della spogliazione della persona umana, della sua riduzione a macchina e a sistema controllabile e condizionabile secondo il piano collettivo del Governo mondiale.

L’orrore per le leggi di natura

Non manca un amaro sarcasmo nella rappresentazione di questa realtà oggi per noi nient’affatto lontana, se pensiamo a quanto sta accadendo a livello culturale, politico, etico e scientifico. È davvero un mondo nuovo quello che si sta profilando, con presagi futuri degni dell’opera di Huxley. Nel mondo dell’anno Ford infatti tutto ciò che di norma consideriamo poco rispettoso della dignità umana, viene promosso, sostenuto e insegnato con un indottrinamento che comincia fin dai primi giorni di vita. “Confezionati” in modo da considerare la promiscuità sessuale come normalità, e i sentimenti esclusivi che legano un uomo e una donna in modo inscindibile come una deviazione intollerabile, gli abitanti del mondo nuovo arrossiscono e si vergognano quando si accenna ai sentimenti, all’individualità e soprattutto quando si pronunciano le parole “mamma e papà”. La sola idea di una procreazione secondo le leggi di natura provoca il loro senso del pudore. La generazione è ormai sottratta al corso naturale, per diventare un fatto di laboratorio in cui si combinano nelle provette diverse sostanze chimiche onde ottenere un tipo umano con una data fisionomia, rispondente a un dato carattere e una data capacità. Il destino è già scritto in quelle bottiglie dove la vita viene travasata, manipolata e poi, una volta maturato l’embrione, condizionata con metodi spesso impressionanti affinché si presti ad essere modellata e scolpita secondo gli anonimi principi dell’Identità collettiva sottomessa e controllata.

La stessa reazione di disagio e disappunto provocano negli abitanti del mondo nuovo i sentimenti, specie l’amore materno e paterno che sono visti come la malattia più pericolosa da cancellare. Ragione per cui, quando Lenina e Bernardo vanno in vacanza nel mondo selvaggio, il fatto che la procreazione sia naturale suscita negli spregiudicati turisti un’ilare indignazione e un moto condizionato di disprezzo.

Lo stesso orrore che il mondo nuovo prova nei confronti della procreazione naturale — non siamo molto lontani dal vero con le nuove tecniche di fecondazione in laboratorio e con il mercato selvaggio degli uteri in affitto oggi praticati su scala mondiale— ricompare nella visione della vecchiaia e della morte. La sofferenza fisica e psicologica, grazie a una droga chiamata soma, non esiste più. Tutto deve sembrare gradevole e lineare, anonimo e sorridente: la vecchiaia non esiste, perché l’uomo è mantenuto perfettamente in forma grazie alla chirurgia plastica e alla chimica e, raggiunta la soglia dei 60 anni, viene ucciso con un’iniezione di soma che gli regala una fine fantastica e serena. La stessa morte non esiste. Si insegna ai bambini infatti a collegare l’idea della morte con belle musiche, colori, profumi e immagini che suscitano il riso. Non ci suona famigliare tutto questo? La sottrazione della procreazione alle leggi di natura, la giovinezza ad oltranza, la forma fisica perfetta, la rimozione della morte.

Uno stile incrinato per un mondo incrinato

Questa frattura profonda nell’essere e nell’esistere dell’uomo si riverbera anche nello stile adoperato da Huxley. Non è un caso che uno dei personaggi divergenti, il selvaggio John, abbia anche la possibilità di leggere l’opera completa di William Shakespeare, sopravvissuta alla distruzione di tutti i libri. Questo genio letterario fa affiorare nell’algido impianto della narrazione l’afflato profondo dell’umano e del suo cuore, un cuore che non può smettere di essere fatto di carne e sangue, centro di individualità, di amore, di delicatezze, di reciproche premure e di profondo autentico affetto.

La nostalgia della natura così come Dio l’ha creata, la struggente tensione verso tutto ciò che è inviolabile e intangibile nello spirito umano, vanno ad incunearsi nel romanzo come isole vergini fiorite di piante lussureggianti e semplicemente belle. Huxley nella sua vasta produzione ha sempre dimostrato uno stile elegante, armonioso e lirico. Qui, alla frontiera del mondo nuovo, l’autore volutamente spunta la sua penna e la intinge in un plumbeo inchiostro che toglie calore e colore alla realtà della vita. L’incrinatura profonda e irrimediabile del mondo nuovo diventa anche incrinatura dello stile e del tessuto letterario: la bruttezza algida e chirurgica della realtà distopica non potrebbe sopportare il calore e la pienezza di una lingua letteraria intrisa di spirito e di vita. Huxley piega la propria penna ad uno stile freddo, anonimo e stridente come gli ingranaggi mal oleati di una gigantesca macchina.

E affida il suo messaggio nella bottiglia ad uno dei più grandi poeti della letteratura universale: Shakespeare, il genio dell’umano vivere e dell’intima armonia del creato colto nella sua bellezza gratuita e originaria. Quell’armonia oggi aggredita e perseguitata e nel cui nome il giovane selvaggio John dal tenero cuore, colmo di passione e stupore, pronuncia lieto queste parole riprese dal suo poeta: «O meraviglia! Quante soavi creature ci sono qui! Come l’umanità è bella!».

Alessandra Scarino

 

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