L’eccessiva quantità di informazioni e di opinioni sulla vita della Chiesa e in particolare, sulla sua Dottrina sociale, fa sì che passino inosservati alcuni illuminanti testi magisteriali, persi tra la confusione prevalente indotta da diverse cause che qui tralasciamo.

Uno di questi testi è il paragrafo numero 12 dell’Enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009) di Benedetto XVI. Qui papa Raztinger afferma che:

  1. Non esistono due tipi di Dottrina sociale, una preconciliare e l’altra postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e al contempo sempre nuovo.
  2. È giusto segnalare le peculiarità dell’una o dell’altra Enciclica, dell’insegnamento dell’uno o dell’altro Pontefice, ma senza mai perdere di vista la coerenza dell’intero corpus dottrinale nel suo insieme.
  3. La Dottrina sociale è costruita sul fondamento trasmesso dagli Apostoli ai Padri della Chiesa ed in seguito accolto e approfondito dai grandi Dottori cristiani.
  4. Lo hanno testimoniato i Santi e quanti hanno dato la vita per Cristo Salvatore nel campo della giustizia e della pace.
  5. In essa si esprime il compito profetico dei Sommi Pontefici di guidare apostolicamente la Chiesa di Cristo e di discernere le nuove esigenze dell’evangelizzazione.

Aggiungiamo, da parte nostra, alcune considerazioni sicuramente non esaustive come chiosa a Caritas in veritate 12:

Riguardo al punto 1: stabilire la distinzione “pre” vs. “post” implica una contraddizione. Nell’insegnamento della Dottrina in generale, e della Dottrina sociale della Chiesa in particolare, non può esserci contraddizione poiché le affermazioni vere non sono, ovviamente, contraddittorie. Ci può essere progresso – non progressismo – nella comprensione del depositum fidei. Un chiaro esempio in tal senso è la verità di fede nella Regalità di Cristo (cfr. l’Enciclica Quas Primas di Pio XI dell’11 dicembre 1925) sia sugli individui che sulle società, politica compresa. Non dovrebbe esserci un “pre” contro un “post” su questo insegnamento, nonostante certamente oggi si parli poco o nulla della regalità sociale di Cristo nella vita di ogni giorno della Chiesa. Parlare in termini di un “pre” e un “post” cospira contro l’autentica comunione nella vita della Chiesa e demolisce la ragionevolezza della Dottrina cattolica di fronte all’evangelizzazione del mondo. Inoltre, la vita della Chiesa non si riduce a un Concilio ecumenico (quale, tra tutti?). La cosa migliore per un Concilio – o un’altra istanza magisteriale nella Chiesa – è mostrare la propria continuità con la Tradizione apostolica e non la sua “originalità” nel senso di “novità senza precedenti”.

Riguardo al punto 2, vale un altro testo di Benedetto XVI. «Il Signore, mosso da compassione, ha interpretato la parola di Dio, egli stesso è la parola di Dio, e ha dato così un orientamento. Questa è la funzione in persona Christi del sacerdote: rendere presente, nella confusione e nel disorientamento dei nostri tempi, la luce della parola di Dio, la luce che è Cristo stesso in questo nostro mondo. Quindi, il sacerdote non insegna proprie idee, una filosofia che lui stesso ha inventato, ha trovato o che gli piace; il sacerdote non parla da sé, non parla per sé, per crearsi forse ammiratori o un proprio partito; non dice cose proprie, proprie invenzioni, ma, nella confusione di tutte le filosofie, il sacerdote insegna in nome di Cristo presente, propone la verità che è Cristo stesso, la sua parola, il suo modo di vivere e di andare avanti. Per il sacerdote vale quanto Cristo ha detto di se stesso: “La mia dottrina non è mia” (Gv, 7, 16); Cristo, cioè, non propone se stesso, ma, da Figlio, è la voce, la parola del Padre. Anche il sacerdote deve sempre dire e agire così: “la mia dottrina non è mia, non propago le mie idee o quanto mi piace, ma sono bocca e cuore di Cristo e rendo presente questa unica e comune dottrina, che ha creato la Chiesa universale e che crea vita eterna” (Benedetto XVI, Munus docendi, Udienza generale 14 aprile 2010).

Quanto al punto 3, la Dottrina sociale della Chiesa nasce dalla Rivelazione divina nei suoi due aspetti: la Sacra Scrittura e la Tradizione apostolica (cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 18 novembre 1965). A loro volta, i Padri della Chiesa, ricorda un altro documento dimenticato della Santa Sede, l’Istruzione sullo studio dei Padri della Chiesa nella formazione sacerdotale (Congregazione per l’Educazione Cattolica, 30 novembre 1989), 1) sono testimoni privilegiati della Tradizione; 2) ci hanno trasmesso un metodo teologico luminoso e insieme sicuro; 3) I loro scritti offrono una ricchezza culturale e apostolica che li rende grandi maestri della Chiesa di ieri e di oggi. Ovviamente, la Chiesa non poteva insegnare la Dottrina sociale senza affidarsi ai Padri. Quanto ai Dottori della Chiesa, va evidenziato il posto occupato da san Tommaso d’Aquino. Come ha affermato Ricardo von Büren, «L’ispirazione tomista degli insegnamenti sociali del magistero si desume dall’analisi dei testi e l’osservazione delle citazioni espresse che vengono costantemente utilizzate; dallo stesso magistero che lo ha considerato tale attraverso ripetuti interventi nell’arco di sette secoli; ed infine, anche senza citazioni espresse, dall’utilizzo di un linguaggio o di un modo di affrontare le questioni di stampo chiaramente tomista».

Quanto al punto 4, poiché l’autore di questa nota è argentino, faccio riferimento a due esempi nazionali: Enrique Shaw, di cui si è parlato ne La Nuova Bussola Quotidiana (leggi qui) e Carlos Alberto Sacheri, sul quale  è stato recentemente pubblicato un contributo nel sito dell’Osservatorio (leggi qui).

Riguardo al punto 5, infine, il compito profetico è inteso come annuncio della Rivelazione divina e denuncia delle ingiustizie contrarie al disegno salvifico di Dio nel mondo. I Sommi Pontefici (personalmente), quali successori di San Pietro, e i membri del Collegio Episcopale quali successori del Collegio Apostolico, in comunione con il Sommo Pontefice, pasciono il gregge affidato loro da Cristo mediante l’insegnamento della Rivelazione divina, della quale sono a servizio il Magistero della Chiesa e la teología. La necessità del discernimento si spiega con il fatto che, mentre nell’ordine pratico vi sono principi universali, la realtà sociale ha qualcosa di necessario – nella misura in cui risponde alla natura umana – e qualcosa di contingente, nella misura in cui l’uomo è libero.

Questo breve intervento, che sicuramente richiederebbe di essere ampliato, è da intendersi come una prima approssimazione al tema della continuità nel tempo della Dottrina sociale della Chiesa.

(Traduzione dallo spagnolo di Benedetta Cortese)

 

 

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