Il 1mo luglio scorso la visita del Presidente cinese XI Jinping nella ex colonia britannica per la commemorazione del 25mo anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina, ha nella sostanza certificato la fine di Hong Kong, in contrasto con gli accordi tra Cina e Gran Bretagna del 1984. Tra i tanti commenti a proposito rimandiamo ad un editoriale di Riccardo Cascioli su La Nuova Bussola Quotidiana (QUI).

Con l’occasione proponiamo il saggio di Stefano Magni che nel Rapporto dell’Osservatorio dell’anno scorso sul “Modello cinese” aveva tracciato un’ampia analisi del fenomeno Hong Kong [per il Rapporto VEDI QUI].

 

Hong Kong, per come l’abbiamo sempre conosciuta, ha ormai cessato di esistere. Sulla carta è sempre una Regione Autonoma Speciale della Repubblica Popolare Cinese. Ma il regime di Pechino, negli ultimi otto anni e con un’accelerazione in quest’ultimo anno, ha applicato quel che il leader comunista ungherese Rakosi chiamava “tattica del salame”: mangiare l’opposizione, fetta dopo fetta. Un processo graduale di cui l’opinione pubblica mondiale si è resa conto solo quando è stato portato a termine, ha trasformato Hong Kong in una provincia della Cina comunista, uguale a tutte le altre. E inizia ad essere sottoposta ad una repressione pari a quella di tutte le città sottoposte al controllo assoluto di Pechino.

Hong Kong è stata una colonia britannica sin dai tempi delle Guerre dell’Oppio, dunque dalla metà del XIX Secolo. Nel Novecento, i regimi cinesi si sono succeduti molto frequentemente, dall’Impero alla Repubblica, dall’era dei Signori della Guerra, alla Cina Nazionalista, dal dominio giapponese fino alla guerra civile da cui è emerso vincitore Mao Zedong, che ha imposto il regime comunista su tutta la Cina continentale. Ma Hong Kong è rimasta sempre un’isola britannica, stabile in mezzo al caos, fino a diventare l’ultimo anacronistico retaggio del colonialismo. Proprio perché britannica, la singolare enclave ha permesso ai cinesi suoi abitanti di scampare da tutti gli orrori del secondo Novecento: dalla violenza della guerra civile, dalle successive purghe maoiste, dalla grande carestia dovuta al Grande Balzo Avanti (il fallimentare programma di industrializzazione delle campagne) e infine sono rimasti immuni all’ultima mattanza, quella della Rivoluzione Culturale. Sono decine di milioni di morti, 35 milioni secondo le stime del politologo Rudolph Rummel, più altre decine di milioni di morti di fame nella carestia, quelle da cui i cinesi di Hong Kong sono scampati. All’interno dei suoi piccoli confini, i cinesi, pur non potendo votare, potevano parlare e scrivere liberamente, commerciare liberamente, pregare e praticare il culto liberamente, mentre i loro connazionali nel continente pativano le pene della repressione assoluta del regime comunista.

Questa è stata Hong Kong nel Novecento: una vetrina su un mondo diverso per i cinesi, un osservatorio quasi unico sulla Cina per gli occidentali. Ma il conto alla rovescia per il ritorno dell’enclave sotto Pechino non si è mai fermato. Il territorio di Hong Kong era concesso in affitto al Regno Unito con l’ultimo dei “trattati ineguali”, siglato nel 1898 e con una validità di 99 anni. La data della scadenza è sempre stata il 30 giugno 1997. Il governo britannico ha mantenuto la promessa, anche se sul “trono” di Pechino non sedeva più un imperatore, ma Deng Xiaoping, il successore comunista di Mao. I termini della restituzione di Hong Kong sono stati negoziati con Deng dal governo britannico di Margaret Thatcher nel 1984. Nella dichiarazione congiunta che ne è risultata, si è stabilito il principio “un Paese, due sistemi”, in base al quale Hong Kong sarebbe diventato parte della Repubblica Popolare Cinese, pur conservando una legge diversa.

L’accordo fra Margaret Thatcher e Deng era ispirato dall’ottimismo occidentale sull’evoluzione della Cina. Deng, ex oppositore di Mao e vittima delle purghe della Rivoluzione Culturale, dal 1979 aveva rotto con la linea politica del predecessore e avviato il processo delle “Quattro Modernizzazioni”, nell’agricoltura, nell’industria, nella tecnologia e nella difesa. Le riforme furono la premessa dell’adozione di un sistema economico misto, simile (per cercare un precedente nella storia del comunismo) alla Nuova Politica Economica di Lenin: consapevole che l’economia pianificata di Mao aveva provocato un disastro, il suo successore aveva aperto ad un parziale riconoscimento dell’iniziativa privata, pur mantenendo il monopolio politico assoluto del Partito Comunista e il controllo di tutti i settori strategici dell’economia. Le prime riforme furono un successo e la Cina iniziò a crescere.

L’opinione pubblica internazionale si aspettava che le riforme economiche fossero la premessa anche di una “quinta modernizzazione”, quella della politica. L’arricchimento della società e la nascita di una “borghesia” sono storicamente la premessa di una democrazia. Almeno così è stato in Europa. Ma così non è stato per la Cina. Già il 4 giugno 1989, proprio mentre in Polonia si tenevano le prime libere elezioni multi-partitiche in un Paese comunista, a Pechino studenti e lavoratori che chiedevano la “quinta modernizzazione” vennero massacrati dall’esercito in piazza Tienanmen. Fra loro vi erano anche molti attivisti democratici di Hong Kong, come l’imprenditore e futuro editore Jimmy Lai e il sindacalista Lee Cheuk-yan, che poi avrebbe organizzato la veglia annuale a Hong Kong, ogni 4 giugno, per commemorare le vittime della strage. Gli attivisti democratici di Hong Kong, pur rassegnati all’idea del ritorno alla Cina continentale, speravano almeno che di lì al 1997 sarebbe stata la Cina stessa a diventare un Paese libero. Il massacro di piazza Tienanmen fu per loro una doccia fredda.

Il 1° luglio 1997 la riunificazione di Hong Kong avvenne con queste premesse negative e in un clima di profonda apprensione per il futuro. L’unica speranza era, appunto, l’esistenza di una Basic Law, una legge cinese a tutti gli effetti, votata dal Congresso Nazionale del Popolo, a Pechino, il 4 aprile 1990, ma diversa rispetto alla legge suprema della Cina comunista, in quanto garante di autonomia e libertà. E’ la legge locale che ha permesso ai cinesi di Hong Kong di vivere da cittadini liberi fino al 2019. La città avrebbe preservato, per 50 anni, dunque fino al 2047, le leggi ereditate dalla rule of law britannica, comprese quelle sulla proprietà privata, la libertà di religione, di espressione e di assemblea. La giustizia, per espressa disposizione della Basic Law (Sezione 4) è indipendente e giudica sulla base delle leggi e del sistema giurisprudenziale ereditato dal diritto britannico.

Ma nella stessa Basic Law si trovano diversi “cavalli di Troia”, prima di tutto, il fatto che l’intera “mini-costituzione” locale, essendo varata da un atto dell’organo legislativo di Pechino, è considerata in subordine rispetto alla Costituzione della Repubblica Popolare Cinese. Secondo l’articolo 18 della Basic Law, poi, in caso di “stato di guerra” dovuto a “disordini scoppiati all’interno del territorio che minaccino l’unità nazionale o la sicurezza” e non gestibili dalle autorità locali, Pechino si ritiene in diritto di applicare la sua legge nazionale anche all’interno della Regione Autonoma Speciale. Pechino non ha dichiarato formalmente alcuno “stato di guerra”, ma la Cina, evidentemente, ritiene comunque di avere tutti i diritti di imporre il suo volere e respinge al mittente tutte le critiche internazionali.

La Cina ha provato sin da subito a mutilare l’autonomia dell’enclave ex britannica. Nel 2003, spinse il governo locale a promuovere una Legge per la Sicurezza Nazionale, che punisce reati contro la Repubblica Popolare. Imponenti manifestazioni di piazza, tuttavia, indussero il governo di Hong Kong, a ritirare la proposta. Il 1° luglio 2003, data della ritirata cinese in questa battaglia legale, oltre ad essere anniversario della riconsegna della città a Pechino, è stata celebrata come vittoria della democrazia per tutti gli anni successivi, fino al 2019.

Il regime di Pechino è tornato alla carica contro l’autonomia di Hong Kong, in modo ancor più determinato, con il nuovo presidente Xi Jinping, in carica dal 2012. Il nuovo leader comunista, prima di tutto ha disatteso la promessa di concedere maggior democrazia all’enclave. Nella Basic Law, infatti, è tuttora prevista una transizione di sistema, dal suffragio limitato al suffragio universale. Solo la metà dei 60 membri del Consiglio Legislativo, il parlamento di Hong Kong, sono eletti direttamente dal popolo. Lo stesso regime comunista cinese aveva promesso la transizione verso elezioni libere, entro il 2017. Poi però ha deluso tutti affermando che solo Pechino avrebbe potuto scegliere i candidati. Come nel 2003, la reazione dell’attenta e agguerrita opposizione locale non si è fatta attendere. Le manifestazioni più massicce, con centinaia di migliaia di partecipanti in piazza, sono state le dimostrazioni non-violente del 2013 (Occupy Central) e del 2014 (“rivoluzione degli ombrelli”). Ma la riforma democratica non c’è stata e Pechino ha dunque consolidato la sua presa politica sulla Regione Autonoma.

Una volta stabilito il controllo politico assoluto, Xi Jinping ha iniziato ad erodere anche l’autonomia giudiziaria. La vera differenza fra il totalitarismo cinese e il governo della legge nella piccola enclave ex britannica passa anche dalle aule di giustizia dove l’imputato (contrariamente a quando si trova di fronte a una magistratura controllata dal Partito unico) è innocente fino a prova contraria e ha diritto di difendersi.  L’indipendenza del sistema giudiziario honkonghese ha iniziato ad essere intaccata nel 2015, con metodi apertamente illegali: l’arresto di cinque librai e piccoli editori anti-comunisti da parte di agenti di Pechino, sia nel territorio cinese che all’estero. Tecnicamente si è trattato di un rapimento, visto che la polizia cinese non ha rispettato alcuna procedura per compiere un arresto dietro mandato, né per chiedere l’estradizione.

Nel giugno del 2019 la Cina ha fatto un ulteriore passo avanti per cancellare l’autonomia giudiziaria honkonghese. Approfittando di un caso di cronaca nera (un delitto commesso a Taiwan di cui era accusato un cittadino di Hong Kong), la governatrice Carrie Lam ha introdotto una nuova legge sull’estradizione, su pressione di Pechino. Prima donna a capo dell’esecutivo di Hong Kong, la Lam, alias di Cheng Yuet-ngor, classe 1957, era un’attivista per la democrazia negli anni Settanta. Con la lista “We connect” (noi connettiamo) e all’insegna del motto “noi curiamo, ascoltiamo, agiamo”, ha vinto le elezioni con 777 voti su quasi 1200 aventi diritto al voto ed è entrata in carica il 1° luglio 2017. E’ stata dunque vista da Pechino come la persona giusta, popolare in patria, per introdurre i provvedimenti meno popolari. Ma l’attenta opinione pubblica di Hong Kong ha visto subito il pericolo nella nuova norma. Per Carrie Lam si trattava solo di “colmare un vuoto legislativo”, che fino a quel momento permetteva a Hong Kong di diventare “un rifugio sicuro per criminali”. La nuova normativa avrebbe permesso l’estradizione nella Cina popolare, a Taiwan e a Macao delle persone accusate di delitti quali l’omicidio e lo stupro. Tuttavia per gli attivisti dei diritti umani, il doppio fine era abbastanza evidente. La definizione di “criminale” si sarebbe potuta estendere anche ai perseguitati politici del regime di Pechino? Di sicuro, anche i cittadini di Hong Kong sarebbero stati maggiormente esposti alle decisioni della magistratura della Cina popolare, un organo del Partito-Stato.

La reazione popolare all’introduzione della nuova legge è stata corale e violenta. Ogni settimana, centinaia di migliaia di persone, fino a un milione in un singolo giorno, sono scese in piazza contro la nuova legge. Frange estreme, soprattutto di giovani attivisti, si sono spesso scontrate con la polizia. La protesta, incominciata in giugno, si è trascinata fino al dicembre successivo, con un crescendo di scontri fra manifestanti e polizia che già faceva temere una deriva da guerra civile, soprattutto dopo che la polizia ha incominciato a usare armi da fuoco provocando i primi caduti fra i manifestanti. Il regime di Pechino si è mantenuto ufficialmente in disparte, lasciando che fosse la polizia di Hong Kong a reprimere le manifestazioni e lasciando la piena responsabilità al governo di Carrie Lam. Che, nel tentativo, non riuscito, di calmare gli animi, ha ritirato la legge della discordia. Le manifestazioni, tuttavia, non si sono fermate. I manifestanti, mai organizzati sotto un unico leader o entro un’organizzazione rintracciabile (per evitare gli arresti e la decapitazione della protesta), avevano esteso il raggio delle loro richieste politiche: le dimissioni di Carrie Lam, nuove elezioni, la liberazione dei prigionieri politici e un’inchiesta sulle violenze della polizia che, da britannica e civile quale era sempre stata, stava incominciando ad adottare metodi “alla cinese”. Dal giugno al dicembre 2019, il bilancio delle continue manifestazioni era salito a 2 morti, oltre 2600 feriti e 10.250 arrestati.

Solo lo scoppio dell’epidemia di Covid, nel gennaio 2020, ha posto fine all’escalation di proteste a Hong Kong. E per il regime di Pechino è stata una manna dal cielo, perché, con il pretesto della sicurezza sanitaria, nella città sono stati vietati tutti gli assembramenti e dunque anche tutte le manifestazioni.

Il Covid ha imposto un lungo “letargo”. Svegliatisi dal quale, gli honkonghesi si sono risvegliati in un mondo diverso. E peggiore. Il 1° luglio 2020, anniversario della riunificazione con la Cina (ma anche della vittoria democratica del 2003) Pechino ha introdotto la nuova Legge per la Sicurezza Nazionale, con una decisione presa dall’Assemblea Nazionale senza passare da un voto delle istituzioni locali. Come abbiamo visto, fra i cavalli di Troia della Basic Law, c’era, appunto, la possibilità per Pechino di imporre la sua legge, in caso di “disordini scoppiati all’interno del territorio che minaccino l’unità nazionale o la sicurezza”. E così sono state classificate le proteste del 2019. La nuova norma punisce severamente, con pene che arrivano fino all’ergastolo, atti di “[…] tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro il Governo centrale del Popolo, furto dei segreti di Stato, divieto di organi e organizzazioni straniere di condurre attività politica nella Regione”. Una volta approvata la nuova Legge per la sicurezza nazionale ad Hong Kong è arrivato anche il commissariamento. Il regime di Pechino ha istituito il nuovo Ufficio per la Salvaguardia della Sicurezza Nazionale. Con un personale tutto suo, scelto e controllato dal governo centrale, deve applicare la nuova norma al di là del volere delle istituzioni locali.

La nuova normativa ha avuto un impatto politico immediato. I deputati Alvin Yeung, Dennis Kwok, Kwok Ka-ki e Kenneth Leung sono stati i primi ad essere espulsi dal Consiglio Legislativo per ordine del Comitato permanente del Partito Comunista Cinese a Pechino. Questo organismo interno al Pcc ha infatti emesso una risoluzione che applica la nuova normativa anche ai parlamentari: coloro che sostengono l’indipendenza di Hong Kong, o rifiutano di riconoscere la sovranità cinese su Hong Kong, o “chiedono a forze straniere di interferire negli affari del territorio”, o “commettono atti che minacciano la sicurezza nazionale” devono essere allontanati dalla politica attiva. L’azione unilaterale del regime di Pechino ha provocato la reazione “aventiniana” dell’intera opposizione democratica. Tutti i membri del gruppo pro-democrazia del Consiglio Legislativo (15 parlamentari) hanno rassegnato le loro dimissioni, lasciando il parlamento locale senza alcuna opposizione.

Il processo di erosione dell’autonomia di Hong Kong è culminato in marzo con la riforma elettorale, anche questa imposta da Pechino. Essa prevede la costituzione di un Comitato di revisione che vaglia l’eleggibilità dei candidati. Il Comitato di revisione si occuperà di “esaminare e confermare le qualifiche patriottiche” dei comitati e dei candidati politici. La riforma stabilisce anche un allargamento della Commissione elettorale (con l’aggiunta di 300 membri della Conferenza consultiva del popolo cinese) che garantisce automaticamente la maggioranza ai delegati fedeli al Partito Comunista. Cancellati, invece, i seggi riservati ai consiglieri distrettuali, democraticamente eletti. E inclini all’anti-comunismo: basti pensare che le ultime elezioni locali del 24 novembre 2019, nel pieno della protesta, avevano dato la vittoria ai candidati democratici, con un’ampia maggioranza rispetto a quelli pro-Pechino.

La fine dell’autonomia politica di Hong Kong ha determinato, da subito, un’erosione profonda delle libertà, da tutti i punti di vista. Due generazioni di attivisti democratici sono state processate e condannate per le manifestazioni del 2019 e rischiano pene ancor più severe se condannati sulla base della Legge per la Sicurezza Nazionale. Fra questi spiccano le figure di Jimmy Lai, imprenditore ed editore cattolico e di Martin Lee, 82 anni, fondatore storico del Partito Democratico e anch’egli cattolico fervente, oltre a  Lee Cheuk-yan il sindacalista sopravvissuto al massacro di Tienanmen nonché organizzatore delle veglie annuali. Fra i giovani, sono stati giudicati colpevoli Agnes Chow, Ivan Lam e Joshua Wong, i leader del movimento Demosisto, protagonisti delle proteste studentesche del 2013, 2014 e 2019. Intanto, 12 attivisti honkonghesi, arrestati mentre cercavano di fuggire a Taiwan in barca, intercettati dalla guardia costiera cinese, sono stati processati e condannati in un tribunale della Repubblica Popolare Cinese, a dimostrazione che, pur avendo ritirato la legge sull’estradizione, Pechino inizia a trattare i cittadini honkonghesi come suoi diretti sottoposti.

Alla fine della libertà politica segue anche quella della libertà di espressione. Sempre dietro il pretesto sanitario di impedire gli assembramenti, negli ultimi due anni non si è potuta celebrare liberamente la veglia per i caduti di Tienanmen. Ancor più grave: è di fatto finita anche la libertà di stampa. La pubblicazione di Apple Daily, il quotidiano edito da Jimmy Lai, punto di riferimento dell’opposizione a Pechino, ha cessato le sue pubblicazioni nell’ultima settimana di giugno. Dopo l’arresto e la condanna del suo editore e perquisizioni-spettacolo dei suoi uffici (trasmesse in diretta e condotte con decine di agenti), l’Apple Daily aveva subito una pressione insostenibile.

Ora, dopo la soppressione delle libertà politica e di espressione, toccherà anche alla libertà di religione? Il nuovo vescovo di Hong Kong, fresco di nomina, è Stephen Chow Sau-yan, superiore provinciale dei gesuiti. Non è conosciuto come un prelato filo-Pechino. Vuol dire che, almeno finora, la Chiesa è riuscita a mantenere la sua indipendenza. Ma la libertà di religione rischia di essere cancellata in men che non si dica. Prima di tutto, nel corso delle proteste del 2019, le parrocchie hanno cessato di essere un rifugio sicuro: la polizia ha condotto ispezioni al loro interno, dando la caccia ai manifestanti. Era la prima volta che accadeva. Nelle chiese cattoliche hongkonghesi si è potuta celebrare ancora la Messa di suffragio per le vittime di Tienanmen in questo 4 giugno 2021. Ma i preti sono però obbligati a rispettare (ed insegnare ai fedeli) la Legge per la Sicurezza Nazionale. E in base alla nuova norma, che include il divieto di attività sul territorio di organizzazioni straniere, la Cina potrebbe estendere all’enclave la sua politica di “sinizzazione”, cioè di creazione di religioni “con caratteristiche cinesi” plasmate a immagine e somiglianza del Partito Comunista Cinese, in tutti i loro aspetti, dottrina inclusa. Sempre secondo la nuova Legge per la sicurezza nazionale, potrebbe essere arrestato persino il cardinal Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, da sempre critico del regime comunista cinese e sostenitore del movimento filo-democratico dell’enclave ex britannica. La sua voce libera si è sentita ancora, nei giorni di luglio 2020, successivi all’introduzione della nuova normativa: “Se le parole giuste e appropriate sono da considerarsi contro la loro legge, io sopporterò la denuncia, il processo e l’arresto. Numerosi precessori hanno subito cose simili”.

Stefano Magni

 

 

 

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