Giorni fa, la sede nazionale dell’Associazione Pro Vita & Famiglia – la benemerita onlus cattolica dedita alla difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale e alla promozione della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio – è stata vandalizzata ad opera d’un fantomatico collettivo femminista che ha preso di mira Pro Vita per i manifesti fatti affiggere in tutta Roma in occasione della festa della donna. I manifesti in questione ritraggono una bimba nel grembo materno con scritto “Potere alle donne? Facciamole nascere! #8 marzo”. Non solo un messaggio pro-life e una denuncia dell’abominio dell’aborto ma anche, proprio legandosi alla festa dell’8 marzo, una coraggiosa messa in luce di un dato spesso taciuto: nel mondo una significativa percentuale di interruzioni volontarie di gravidanza è motivata dalla scelta di non avere figlie femmine, di eliminare le figlie femmine considerate meno utili o desiderabili rispetto ai figli maschi. Si tratta della pratica aberrante dell’aborto selettivo femminile, pratica diffusa in molti Paesi del mondo. A guidare questa triste classifica Cina e India dove milioni di bambine in età prenatale sono uccise ogni anno. Stando all’United Nations Population Fund (Unfpa), dal 1970 ad oggi, circa 140 milioni di bambine in età prenatale sarebbero state uccise attraverso la pratica dell’aborto selettivo. Da oggi al 2030 si stima che nella sola India sarà impedito di nascere a circa 7 milioni di bambine. In Cina la nascita di maschi è circa il 25% superiore a quella di femmine, in Azerbaigian del 17%, il che porta statisticamente a comprendere la portata enorme del fenomeno di selezione, tramite aborto, del sesso del nascituro. Anche l’Europa non è estranea a questa disumana pratica, anche se con percentuali molto minori.

I manifesti affissi da Pro Vita lungo le vie di Roma volevano riportare la festa della donna alla sua radice più vera: la difesa della dignità femminile! Non retoriche paludate e frasi fatte, non brindisi e mimose, non più o meno mondani festeggiamenti, non ideologiche battaglie di genere. Dire semplicemente e con schiettezza che non è lecito uccidere le bambine nel grembo materno, che la prima ed essenziale difesa della dignità delle donne è difenderne il diritto di nascere. Purtroppo da tempo l’aborto, da delitto e tragedia, è divenuto preteso diritto civile e, nello specifico, diritto delle donne. Il diritto all’aborto è così concepito come indicatore di civiltà e progresso, di emancipazione femminile. L’originaria spinta alla giustizia del primo femminismo che si batteva per il diritto di voto delle donne (suffragette), per una equa retribuzione del lavoro femminile, per condizioni di lavoro più sicure e salubri negli opifici, per avere riconosciuto il diritto alla maternità, dal finire degli anni ’60 lascia il posto ad un neo-femminismo, a rivendicazioni che poco o nulla hanno a che vedere con la dignità femminile ma, piuttosto, si intrecciano con la rivoluzione sessuale e l’ideologia liberal-radicale.

La vicenda dei manifesti di Pro Vita si può leggere anche come uno scontro tra due femminismi, il femminismo di chi chiede tutela per la maternità e denuncia come barbaro l’aborto selettivo femminile, odiato e sbeffeggiato invece dal neo-femminismo di chi ritiene la maternità un gravame “di genere” e l’aborto un diritto civile delle donne. L’8 marzo per noi cattolici dovrebbe essere l’occasione, non per accodarci alla retorica dominante, ma per valorizzare la festa della donna secondo lo spirito originario, nel senso di una sempre più chiara promozione della dignità femminile, dal giusto salario alla tutela della maternità passando per una reale valorizzazione del genio femminile.

Don Samuele Cecotti

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