“Il mondo è pieno di verità cristiane impazzite”, ossia strappate dal proprio contesto, isolate e private del loro valore autentico in seguito ad un’assolutizzazione operata all’interno di un sistema di riferimento ideologico. Tali parole di Chesterton valgono anche per l’excursus politico degli ultimi tre articoli, poiché i tre sistemi esaminati sono basati su delle verità che sono però state isolate e poste ad unico fondamento del sistema politico dopo essere state assolutizzate. La verità che il popolo deve poter prendere parte alla vita politica diventa l’unica realtà politica intorno alla quale si costruisce il sistema liberale; la verità che la politica deve avere una legittimazione a cui far riferimento quando si prendono decisioni diviene il fondamento della sovranità popolare nel democraticismo; la verità che la politica deve favorire la libertà e il bene è il fondamento di tutte le ideologie socialiste del passato e del presente. Che tali verità siano impazzite nei vari sistemi in cui sono state inserite è dato dai traguardi raggiunti: il sistema liberale passa velocemente ad un sistema democratico e questo ad uno socialista, per poi rifare il giro una volta raggiunto il tracollo economico o sociale. Il fatto che il mondo politico attuale sia un aperto contrasto tra un sistema politico relativista e liberista in occidente e un sistema politico ideologico e totalitario in oriente mostra come la polarizzazione tra verità parziali non trova facilmente una via d’uscita.

Ma tali verità sono impazzite perché sono state prese dalla visione cristiana e realista del mondo e poi trasposte in un sistema filosofico che ne è la negazione, ossia la visione hobbesiana della realtà politica. Quest’ultima viene esposta chiaramente nel Leviatano: lo stato di natura tratteggiato da Hobbes è la guerra di tutti contro tutti, nella quale conta solo sopravvivere di fronte all’altro che è evidentemente un nemico. In questa visione del mondo non ha alcun senso pensare ad un bene o ad un male che siano concreti e fondati nella realtà stessa delle cose, per cui non c’è alcun discrimine oggettivo o soggettivo tra un’azione buona e una malvagia. Per giustificare questa visione delle cose Hobbes ricorre ad una filosofia della natura basata sul corpuscolarismo, nella quale tutte le realtà superiori alle particelle sono solo degli aggregati che non aggiungono alcuna realtà sostanziale – perciò non esistono nature, né un bene e un male che si basino su esse – e riconduce il bene e il male al piacevole e allo spiacevole soggettivamente intesi, per cui non sono altro che “impressioni” abitudinarie diverse da uomo a uomo. Su questa visione della realtà si innesta la filosofia politica hobbesiana, nella quale l’arte (così viene chiamato l’intervento umano sulla realtà) ha uno spazio indefinito, limitato solo dai mezzi che possiede per plasmare il reale nelle forme che vuole: il mondo (anche politico ed umano) è un foglio bianco sul quale scrivere o disegnare qualunque cosa indifferentemente. In questa prospettiva le verità esposte non hanno alcun fondamento reale, ma poco importa la realtà: volontaristicamente si può imporre qualunque ordine ad un mondo che ne è completamente privo (e la filosofia di Hobbes ha una forte matrice volontaristica), per cui è solo una questione di mezzi. Ma allora perché scegliere di costituire il Leviatano? Perché la guerra di tutti contro tutti è poco piacevole, e si guadagna di più stando sotto un ordine statale costituito dalla cessione dei propri diritti di natura (illimitati per principio) ad un ente statale fondato pattiziamente, il quale ha il potere assoluto – non riconosce nessuno superiore o esterno – di imporre l’ordine deciso quando lo si è costituito. Fin qui Hobbes.

Da qui nasce lo Stato moderno, il quale detiene il monopolio del diritto e dell’uso legittimo della forza, e in un modo o nell’altro è l’agente principale al quale poter fare riferimento in ambito politico. Che si tratti del liberalismo di Locke, della sovranità popolare teorizzata nel XVIII secolo o di qualche socialismo di vario colore, tutta la politica moderna non può fare a meno dello Stato. Non solo per ragioni pragmatiche (necessità del potere per realizzare la propria politica), ma per motivi intrinseci: tutte queste idee condividono la visione della realtà propria della filosofia hobbesiana, e lo Stato è il solo agente politico e la sola fonte di ordine in una realtà che non ha alcuna consistenza a livello morale, politico o giuridico. Ed è a causa di tale visione che le verità sono impazzite: se non hanno una concretezza nella realtà di tutti i giorni il solo a guadagnarci è lo Stato, che scardinerà ogni realtà concorrente e ogni visione del mondo alternativa per il solo fatto che se si vuole fruire di libertà, di ordine, di diritti, sarà necessario l’intervento statale che ponga in essere tutto ciò sopra una realtà che ne è essenzialmente priva, spazzando via ogni alternativa.

Proporre un’alternativa allo Stato moderno è un lavoro che non si può esaurire in un articolo, e in ambito cattolico non c’è una teologia politica univoca e definita che possa avanzare un’alternativa; quanto segue è poco più di un insieme di suggerimenti personali, che vogliono delineare una futura riflessione sul tema. Questa riflessione è partita dalla domanda cos’è la democrazia, e tirando le somme possiamo dire che nella visione cattolica è un insieme di mezzi che riescono a permettere la partecipazione popolare e individuale al bene comune, dal quale promana la libertà dell’uomo di perfezionarsi e sviluppare le proprie facoltà e talenti. Il bene comune non è un’invenzione decisa dallo Stato o dal partito imposta ad una realtà senza alcun fine o bene proprio, ma qualcosa di reale e concreto, fondato su una visione realista del mondo dalla quale si mutuano le verità di base sul bene e il male, sui rapporti sociali e sul fine da raggiungere che poi entrano a far parte della politica, consistente nell’utilizzo di mezzi finalizzati all’ottenimento del bene comune di quante più persone possibile nel modo più pieno possibile. In tal modo al posto dello Stato vi è una società politica, alla quale partecipano individui e gruppi portando le loro esigenze e le loro richieste, insieme a talenti e capacità da sviluppare, in modo da poter fruire del bene e ottenere così la propria libertà.

In questa visione la parte più importante è il bene, che consiste nel vero sovrano della realtà politica e sociale, e che può essere conosciuto da tutti e da tutti posseduto in misura della propria capacità. In quest’ottica la misura del bene non è data dal funzionamento di un sistema teoretico o burocratico, ma dalla sua aderenza alla realtà extramentale e oggettiva: il male non è dovuto ad una falla interna nel funzionamento del sistema (come viene sempre raccontato ad ogni fallimento del socialismo), ma il sistema non funziona perché è malvagio, ossia slegato dalla realtà. Va da sé che in quest’ottica la cosa più importante è una base di verità condivisa e una idea di bene da raggiungere e perseguire, senza la quale non c’è una realtà sociale né un punto di partenza per l’agire politico, il quale si ridurrebbe solo ad una struttura imposta ad una realtà umana e naturale che non ha alcuna rilevanza politica intrinseca. Senza verità non c’è un agire comune e sociale, non c’è nulla da governare, ma solo una massa che si plasma a piacimento. Senza un bene in base al quale agire non c’è azione umana che si possa discriminare moralmente e legalmente.

Tale visione del bene non può essere realizzata tramite lo Stato o calata dall’alto da un’élite che “rieduca” il popolo: il bene comune cristiano e realista è comune appunto perché si trova nella realtà delle cose, e può essere appreso e compreso nella vita di tutti i giorni, senza la stretta necessità di qualcuno che lo indottrini a partire da zero o, peggio, scardinando la percezione basilare della realtà. Certamente esistono tante nozioni di bene, tanti sistemi religiosi, filosofici, morali e quant’altro che hanno un’idea di bene politico più consistente di quella della teoria hobbesiana dello Stato: come poter capire qual è la migliore? Dal successo concreto e dai traguardi raggiunti a livello di civiltà e moralità: è la realtà che mostra la verità e dimostra che il bene che perseguiamo è reale o meno.

Tutto ciò è possibile solo incarnando la politica in una visione realista del mondo, dove le varie verità trovano il loro posto e l’ordine reciproco, potendo così comunicare alle persone e ai gruppi il proprio bene, portando allo sviluppo e alla libertà che consegue alla partecipazione alla verità.
(4-fine)

Di Riccardo Zenobi

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