Ho conosciuto personalmente il cardinal Eijk nel contesto del convegno sulla Humanae Vitae “Lo splendore della verità”, cui ebbi l’onore di partecipare nel giugno 2018. Porto da allora grande stima per questo insigne Pastore dal quale continuo a invocare la benedizione. Ciò posto non mi trovo concorde con l’impianto della riflessione da lui tenuta nel contesto del convegno internazionale organizzato da Voice of the Family su “Salute dei malati e salvezza delle anime. Chiesa e società in un periodo buio della nostra storia” (Hotel Massimo d’Azeglio, Roma – 23 ottobre 2021). Ora verrò a spiegarne i motivi, con la speranza di offrire una chiave di lettura che possa giovare, soprattutto a quanti si sentono spaesati alla luce di tanti interventi ecclesiali tutti omologati tra loro e tutti in qualche modo succubi e almeno in apparenza piegati alle logiche del mondo politico, economico e sanitario contemporaneo.

L’intervento del presule tratta dell’obbligatorietà morale dei vaccini, lo fa con un certo equilibrio, sebbene termini con alcune richieste che esercitano pressione contro la coscienza di chi non si vaccina e che freddano la cura delle relazioni tra vaccinati e non vaccinati. Evito di entrare nel merito delle argomentazioni prese nel loro dettaglio e pongo qualche rilievo di carattere complessivo.

CRITERIO MEDICO-SCIENTIFICO

La questione medica è metodologicamente importante e, anche se non va assolutizzata, va puntualmente esaminata; ciò perché è una dimensione necessaria, seppur non sufficiente, nel cercare di leggere le vicende in corso. Sotto tale profilo il lungo intervento di mons. Ejik sembra fissare dei paletti di riferimento molto netti, e giustamente i fattori medici elencati concorrono a influenzare marcatamente lo sviluppo morale delle sue considerazioni successive. Fatto sta che proprio attorno a tale ambito è possibile rilevare delle imprecisioni non secondarie. Il professor Paolo Bellavite ha già provveduto a illustrare tutti i punti deboli della disamina medico-sanitaria presentata nel Convegno e io rimando a quella analisi (QUI). Ovviamente, riconoscere dei punti deboli a livello di ricostruzione scientifica, significa poter e dover andare a rivedere le deduzioni pratiche e le inferenze morali ispirate ad essi. Lascio ai lettori lo studio delle ragioni di Bellavite e per il resto, non essendo medico né scienziato, senz’altro aggiungere posso al massimo commentare questo primo assunto da un’ottica meramente culturale: alla luce di tali correzioni si percepisce quale sia la fatica nel trattare adeguatamente i termini del discorso, al punto che neppure una esperienza medica in senso più generico si rivela sufficiente (è il caso del porporato). Questo credo dovrebbe indurre a maggior prudenza e umiltà l’intero mondo ecclesiastico – nel quale a fatica troveremo un’autorità maggiore di quella del conferenziere olandese – purtroppo intento in un’apologia vaccinale che vibra colpi di intensità inversamente proporzionale al proprio sapere scientifico.

TAGLIO SOCIALE

Non è da meno considerare la questione morale nei suoi fondamenti. L’aggancio di Eijk lo conferma. E dunque, ecco quali sono a mio giudizio i punti deboli nella relazione del monsignore. Sommariamente: l’acclamato bioeticista sceglie di incorniciare il discorso bioetico nel più ampio panorama della dottrina sociale, ma afferma una inesattezza in termini di dottrina sociale e proprio a livello di principi fondanti, cui accompagna una interpretazione irenista del contesto politico.

Vengo a spiegarmi. L’intellettuale olandese presenta la propria tesi relativamente alla questione dei vaccini e sceglie di aprire il proprio monito con una netta caratterizzazione sociale (e non bioetica) del problema, facendo riferimento al Bene Comune. Il relatore sostiene che la base della Dottrina Sociale sia proprio il Bene Comune, definito come “l’insieme delle condizioni che devono essere soddisfatte per garantire lo sviluppo umano integrale di ogni membro della società”. Successivamente evoca il nemico del bene comune: l’individualismo. Parallelamente è menzionata l’ipotesi della degenerazione del bene comune: “un’etica di tipo collettivo, come per fascismo e comunismo”, questa sarebbe da denunciare e si presenterebbe come uno scavalcamento dello stesso Bene comune, se si avverasse, ma agli occhi del cardinale non costituisce una opzione realistica nell’orizzonte degli scenari geopolitici e culturali contemporanei.

La ricostruzione dell’Eminenza nel suo insieme è però opinabile. Se sostiamo sugli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa, leggiamo qualcosa di lievemente differente. Quattro sono i principi della Dottrina Sociale, quattro e non uno. E dovendo poi istituire una gerarchia di principi, non si potrà dimenticare il loro costante afferire alla natura della persona umana da rispettare nella sua dignità (cfr. Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa n. 160: “I principi permanenti della dottrina sociale della Chiesa costituiscono i veri e propri cardini dell’insegnamento sociale cattolico: si tratta del principio della dignità della persona umana nel quale ogni altro principio e contenuto della dottrina sociale trova fondamento, del bene comune, della sussidiarietà e della solidarietà”). Senza peraltro slegare la persona dal bene comune – che anzi dire persona equivale a riferirsi immediatamente alla natura politica e sociale che la costituisce – bisognerà dunque riconoscere che la radicale correlazione del discorso collettivo alla dignità dell’individuo fa tremare il castello di esortazioni a vaccinarsi per il Bene Comune. Tali esortazioni infatti possono avere senso solo se si è certi del fatto che le vaccinazioni proposte decisamente non infanghino la dignità della persona umana. E invece è possibile ritenere che stia accadendo il contrario. Tali vaccini sono bioeticamente borderline, al punto che la loro legittimità ha da esser difesa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, a motivo del legame torbido con la pratica dell’aborto. Tali vaccini sono medicalmente opinabili alla luce delle considerazioni su citate di Bellavite, e in generale tenendo conto che si tratta di prodotti di nuova tecnologia, ancora in fase di sperimentazione, distribuiti da un sistema sanitario internazionale più volte accusato di conflitto di interessi. Tali vaccini sono divenuti oggi occasione in molti Paesi per l’instaurazione di sistemi di gestione politica ricattatoria, dai caratteri para-totalitari, fonte di atti in grave odore di incostituzionalità, di discriminazioni sociali scientificamente ingiustificate, di tensioni e prevaricazioni nella cittadinanza. Tali vaccini sono l’argomento di maggior forza agitato da una cordata di mezzi di comunicazione fortemente allineati, giornalisticamente poco professionali, ai limiti di una propaganda della peggior specie, antropologicamente anticristiani e a tratti disumani (cfr. transumanesimo). E la lista potrebbe continuare, ma tanto basta a comprendere in che senso l’attuale campagna vaccinale venga a ledere la dignità umana. Sembra che tali elementi fossero chiari ai vescovi croati, a giudicare dal tenore del loro comunicato di inizio novembre (QUI).

Faccio presente una sottolineatura che reputo di grande importanza: al di là delle buone intenzioni, tenuto conto del clima di caos culturale, è necessario saper indicare in modo quanto più oggettivo quale sia il confine che distingue l’impegno – anche sacrificato – per il Bene Comune dalla pura e semplice deriva collettivista. Ebbene, proprio il principio della difesa della dignità umana offre un punto di riferimento certo, declinabile secondo l’elenco dei diritti umani (cattolicamente intesi e presentati in elenco al n. 155 del Compendio: “Gli insegnamenti di Giovanni XXIII,314 del Concilio Vaticano II,315 di Paolo VI 316 hanno offerto ampie indicazioni della concezione dei diritti umani delineata dal Magistero. Giovanni Paolo II ne ha tracciato un elenco nell’enciclica «Centesimus annus»”). Sostengo quindi che una difesa del Bene Comune e la stessa esortazione a sacrificarsi in vista di tale bene non sarà priva di pendenze ambigue verso derive collettiviste, fintantoché non verrà interpretata alla luce dell’appello a difendere la dignità umana.

Tale criterio è utile anche ad approfondire il senso della denuncia anti-individualista. Chi riflette sul Bene Comune senza tenere espressamente da conto la difesa della dignità della persona umana, tenderà a vedere forme di individualismo nelle posizioni alternative alla propria. In realtà la difesa della persona umana non è ancora individualismo. Quando alcuni autori contemporanei denunciano, per esempio, la discriminazione e degenerazione sociale che porta a dividere i cittadini in classi di diritti differenziati (cfr. gli italiani Agamben e Cacciari), nonché a concedere loro solo forme di libertà a comando, tali autori non stanno in ciò peccando di individualismo, bensì richiamano al principio della dignità della persona minacciato dal collettivismo emergente.

Costoro ricordano anche il valore della libertà, tolto il quale ancora una volta è molto difficile parlare di Bene in generale e di Bene Comune in particolare. Quanto ho appena affermato trova nuovamente riscontro nel Compendio della DSC, e poggia sulla considerazione a tutti palese, per la quale non si dà nessun valido principio fuori da un approccio ispirato ai valori universali fondamentali (i.e., verità, libertà e giustizia).

Infine, quanto al concetto di Bene Comune in se stesso, ricordiamo nuovamente la definizione proposta dal Compendio: per Bene Comune s’intende «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente (n. 164). Il Bene Comune non è il bene della maggioranza (quindi il mero calcolo di successo statistico non è garanzia di bontà), né si limita al benessere fisico. Esso invece punta alla salvezza complessiva della comunità, con una visione integrale sull’umano, nella quale ci si occupa del fisico in quanto destinato all’eternità. Giovino in riferimento a ciò i recenti interventi di S.E. il cardinal Mueller e quello di S.E. il vescovo Sanguineti.

In sintesi, sembra che una simile situazione, che interpella anche il riposizionamento di alcuni Pastori, abbia poco a che vedere col Bene Comune propriamente inteso e con l’insegnamento autentico e tradizionale della Chiesa.

RILIEVO MORALE

La critica che solleverei dal punto di vista morale, riguarda l’angolo prospettico che reputo opportuno assumere per interpretare in modo completo la situazione. In ciò mi distacco dall’assunto di molti moralisti cristiani, incluso il cardinale: costoro stanno protraendo una analisi – e soprattutto suggerendo una scelta – che giudico eccessivamente specialistica rispetto al fenomeno che va travolgendoci nella sua interezza. Fermarsi a discettare di vaccini, per quanto sia tema prezioso, ignorando le altre dinamiche sociali già messe in moto, è esercizio di fatto insufficiente. Guardare all’immediata emergenza sanitaria immediata – essa pure oggetto di contenziosi nelle ermeneutiche scientifiche internazionali – e non alla drammatica politico-religiosa futura è una scelta imprudente. Anche laddove riusciremo a sciogliere le riserve scientifiche e bioetiche circa i vaccini (attorno ai quali ancora permangono ambiguità), ci troveremo comunque avvolti in una tale rete di problematiche antropologiche da non poterci in nessun modo consolare della prospettiva che ci viene incontro. Sono in tanti ormai ad averlo dichiarato: il problema non si chiude considerando la vaccinazione in sé, ma il modo con cui essa è stata condotta e il contesto che si è profilato in nome di essa; il che porta a ipotizzare una regia – non un complotto, ma una regia – per la quale il fine non è il vaccino, per la quale piuttosto il vaccino offre uno spazio innovativo per un agire politico allarmante, pericoloso e disumanizzante. Se non di regia si tratta, si tratta allora di travolgente decadenza culturale: ora, arginare la situazione critica sanitaria, ignorando la situazione cronica culturale è indegno nella visione integrale cristiana. Toccare la questione vaccinale a monte di tale scenario è ozioso, forse nel contesto attuale può risultare pernicioso. Supportare e magari imperare una vaccinazione, il cui apporto alla foschia geopolitica contemporanea è divenuto di fatto strumentale e tattico, mi consta essere sconveniente – e non solo per un cristiano. Sperare che tutti i fedeli si riconoscano nell’obbligo di vaccinarsi, argomentando da una lettura così connotata da tratti di miopia e parzialità, risulta quantomeno curioso, difficilmente sostenibile e almeno in parte offensivo del buon senso del laicato e del clero.

Avrei preferito in questa sede sentire nuovamente S.E. mons. Eijk citare quel passo del Catechismo (n. 675), da lui evocato con coraggio nel 2018 e oggi per molti aspetti molto più attuale: “Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il ‘mistero di iniquità’ sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità”.

Marco Begato

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