TAVOLO DI LAVORO SUL DOPO-CORONAVIRUS

La verità è andata in crisi nella nostra cultura; il fenomeno Coronavirus ha svelato la fragilità delle verità cui ci affidiamo; le risposte adombrano ulteriormente tale valore; la Chiesa, chiamata ad essere “colonna e fondamento della verità”, sta traballando e fatica ad offrire un sostegno pienamente adeguato ai tempi.

Oggi, volendo attingere alla Dottrina Sociale della Chiesa per offrire una lettura critica della situazione di grave crisi palesatasi a seguito dell’emergenza Coronavirus, scelgo di farlo a partire da uno dei quattro valori fondanti della DSC stessa. Il Compendio di DSC – testo viepiù introvabile, ma perlomeno disponibile in rete – dopo aver concluso la fondazione teologica e antropologica della visione cristiana sull’universo, e dopo aver introdotto la dottrina ecclesiastica in tema di diritti, viene a illustrare i quattro valori e i quattro principi imprescindibili e utili a informare una buona pratica sociale. I principi sono quelli della difesa della persona umana, del bene comune, della solidarietà e della sussidiarietà. I valori sono verità, libertà, giustizia e carità. Il valore di cui vorrei parlare nella presente sede è la verità. La mia tesi è semplice: la verità è andata in crisi nella nostra cultura; il fenomeno Coronavirus ha svelato la fragilità delle verità cui ci affidiamo; le risposte socio-culturali mostrano un istinto ad adombrare ulteriormente tale valore; la Chiesa, chiamata ad essere “colonna e fondamento della verità”, sta traballando e fatica ad offrire un sostegno pienamente adeguato ai tempi. Alla luce di ciò il monito sobriamente e fermamente espresso nella DSC si mostra attuale e urgente: “Il nostro tempo richiede un’intensa attività educativa e un corrispondente impegno da parte di tutti, affinché la ricerca della verità, non riconducibile all’insieme o a qualcuna delle diverse opinioni, sia promossa in ogni ambito, e prevalga su ogni tentativo di relativizzarne le esigenze o di recarle offesa.” (DSC 198). Ora presentiamo alcuni punti che sostengono e dispiegano la tesi.

Coronavirus e verità scientifica

In primo luogo, come in molti hanno notato, la vicenda del Coronavirus ha mostrato in modo evidente i limiti della scienza. Lungi da me sollevare una retorica antiscientifica e antimedicale. Ma è evidente che davanti a una pandemia virale la scienza ha dimostrato molteplici limiti e gli scienziati interpellati hanno dato sovente l’impressione di essere una comunità divisa, priva di un metodo sicuro e infallibile. Ciò è avvenuto nonostante il rischio pandemico fosse preventivato dai programmi militari, e non solo, già alcuni anni fa. Gli esperti si sono divisi pressoché su tutto: la pericolosità del virus, il rischio del suo ritorno, l’utilità di mascherine, disinfettanti per mani, cure di un tipo o dell’altro, vaccini, autopsie. Possiamo trarne una qualche lezione? Ne propongo due.

Anzitutto rifletto sul legame tra scienza e politica. Alcune curiose dichiarazioni di scienziati hanno certamente pagato pegno alla politica, al punto che evidentemente i portavoce del Sistema hanno sfilato nei diversi salotti televisivi con sicumera proporzionale all’appoggio partitico, più che al riscontro scientifico delle loro tesi. Il che decisamente non mi stupisce, ma mi dà l’occasione di tornare su una questione abusata quanto fraintesa: il caso Galileo. Sostengo e reputo per noi opportunissima la tesi di Rodney Stark, secondo il quale il caso Galileo non fu un esempio di scontro tra religione e scienza, bensì tra politica e scienza. Galileo risultò scomodo e fu messo a tacere non per ragioni di oscurantismo religioso (i religiosi gesuiti, appassionati astrofili, lo sostennero; uno scolopio gli fece da assistente di laboratorio), ma per interessi di tipo politico, vuoi accademico (i colleghi aristotelici gelosi del proprio prestigio e dei propri Istituti) vuoi culturale (il Papa preoccupato di mantenere consenso e coesione). Avessimo perso meno tempo a manipolare la questione galileiana con pregiudizi antireligiosi, ci saremmo forse predisposti meglio ad affrontare l’ennesimo plagio politico a danno della scienza. Per approfondimenti rimando agli studi di Rodney Stark (cfr. A gloria di Dio, Lindau 2017).

Secondariamente il collasso del prestigio oracolare imputato alla scienza, presunto sostituto della religione, potrebbe giovare ad affrontare con maggior onestà ed equilibrio il discorso relativo all’epistemologia del sapere scientifico, cioè il discorso relativo al valore del sapere scientifico. La scienza infatti gode di un consenso curiosamente tanto alto quanto infondato. A cavallo tra Ottocento e Novecento, infatti, sembrava che la scienza dovesse arrivare a comprendere e padroneggiare ogni sapere e ogni realtà. Poi le scoperte incorse all’inizio del XX secolo hanno mostrato l’inconsistenza di tale ambizione. Ma tale consapevolezza è rimasta appannaggio degli studiosi: il popolo ha continuato a credere al mito della scienza onnisciente. Salvo poi concedere, quasi a sintomo del colpo subito dagli studiosi, che emergessero e dilagassero teorie del tutto antiscientifiche e assurde, quali il terrapiattismo e l’ideologia gender. Oggi tale stato paradossale è predominante: quasi ogni filone del sapere deve fare i conti al suo interno con falangi di scientisti ancora convinti che ogni aspetto della realtà possa e debba essere trattato con formule numeriche, e falangi antiscientifiche che rifiutano qualsivoglia approccio di studio e sostengono visioni ove misteriche, ove fantasiose, ove oniriche. Ebbene, l’evidente fragilità della risposta scientifica al Coronavirus potrebbe essere occasione per riprendere il discorso dove era stato interrotto e adombrato: riconoscendo alla scienza e alla medicina le loro grandi virtù, l’alta percentuale della loro capacità analitica, predittiva e risolutiva, pur arrivando finalmente ad accettare che tali branche di studio non sono perfette, né infallibili, e quindi è bene mettano da parte la pretesa di ergersi a sostitute di Dio e della religione e della filosofia, e tornino a svolgere il loro umile e fecondo servizio pratico e ancillare all’umanità. Per approfondire consiglio gli studi di Sergio Rondinara (cfr. Scienze fisiche e matematiche, Città Nuova 2010).

DDL Zan-Scalfarotto e verità antropologica

Abbiamo già accennato a come la crisi delle scienze presti il fianco a risposte estreme di taglio antiscientifico. Tra di esse spicca l’ideologia di genere che, a differenza di altri saperi alternativi, vanta un retroterra culturale più raffinato e soprattutto si accompagna a interessi di tipo economico-sociale molto elevati. Tali posizioni estreme potevano germinare solo in una cultura ottusamente scientista, come la nostra, e ricoprono il ruolo di bilanciamento agli assurdi neopositivisti che la cultura popolare ostinatamente divulga. Abbiamo appena accennato a come una posizione di equilibrio e una buona filosofia della scienza, ovviamente su basi metafisiche, potrebbe giovare ed evitare entrambe le polarizzazioni della questione. Ma in questo paragrafo non vorrei ripetere quanto esposto nel precedente, bensì coglierei l’occasione del DDL Zan-Scalfarotto, il disegno di legge che vuole introdurre una sorta di dittatura culturale genderista in Italia (attorno al quale l’Osservatorio si è già espresso ufficialmente https://www.vanthuanobservatory.org/una-legge-che-merita-solo-disobbedienza-in-piazza-contro-la-legge-zan-e-la-verita-di-stato-2/), per toccare un argomento utile agli ambienti culturali cattolici o simpatizzanti.

Con grande merito e immane dispiego di forze il fronte cattolico e pro-life sta muovendo la propria battaglia epocale – una sorta di nuova Lepanto o nuova Vienna – contro il progetto neo-totalitario della cultura progressista filo-omotransessualista. Il termine più corretto sarebbe pansessualista: difendendo qualsivoglia categoria e finanche i pedofili, è evidente che col DDL Zan-Scalfarotto si stia passando dalla retorica pro-omosessuale a una più esplicita posizione di idolatria sessuale a tutto tondo. Non mi soffermo sulla questione, oggi rivolgo piuttosto delle analisi all’azione dell’onda pro-vita. Dunque, fatti salvi i meriti di tale compagine, ammesso che la strategia da loro assunta sia la più efficace e realista del momento, assolutamente non volendo contestare o disprezzare tali e tante iniziative, stimo però opportuno esplicitare un grave limite insito nella campagna contro il pansessualismo. La scelta è stata quella di costruire una propaganda che non attaccasse direttamente lo schieramento avversario e non si esprimesse dunque “contro”, ma che valorizzasse un “pro” e quindi desse sostegno a un valore condiviso e universale: la libertà di espressione. Ribadisco: scelta accorta e funzionale alla propaganda di massa. L’auspicio è che la massa appunto si risvegli dal torpore del consumismo (e ora dell’ipocondria anticovid) e si accorga che ci sono ideali condivisi messi a rischio da DDL ambigui. Al contempo è importante che, almeno in sede di riflessione e condivisione, riconosciamo la grave lacuna del movimento pro-libertà, nella misura in cui si limiti a spendersi per-la-libertà. Credo si possa e si debba ricordare che la libertà nella sua pienezza chiede un costante rapporto con la verità. Ora, il problema del DDL in oggetto non è solo quello di mettere a repentaglio la libertà di espressione, bensì quello di affermare delle menzogne istituzionali. Dal canto suo, la libertà di espressione, se non è volta a esprimere sempre meglio la verità, non è autentica libertà e diviene solo una sorta di logorrea capricciosa. Il pansessualismo camuffato da instrumentum pacis per gli omosessuali non è male solo in quanto minaccia la libertà di espressione di chi non aderisce alla loro ideologia, bensì in quanto nega una verità sull’uomo e nel far questo viola apertamente ogni sapere scientifico-medico e antropologico fin qui corroborato e conquistato. Che fare dunque? Rimbrottare i pro-life? Sarebbe mossa alquanto idiota da parte del sottoscritto. Ma alla parabola che sensibilizza ad extra la popolazione italiana, facendo leva su aspetti valoriali libertari condivisi (tipicamente illuministi e rivoluzionari), si deve accompagnare una azione di informazione, in cui istruire in modo completo le persone circa il valore della verità e ciò che esso comporta per sé e in riferimento all’umano e alla sua sessualità. Purtroppo già alcune agenzie cattoliche ufficiali hanno mostrato lassismo su questo punto e ciò alla lunga può indurre all’ignoranza il Popolo di Dio, fino a fargli sposare posizioni culturali antitetiche alla Rivelazione e quindi al vero bene dell’umanità. D’altra parte, lo ripeto ed esplicito, una libertà senza chiaro rapporto con la verità tende a decadere nel libertarismo cieco e prepotente: esattamente quello che sorregge il DDL pansessualista, che effettivamente tutela la libertà di espressione, ma dei forti a danno dei deboli. In sintesi: far leva sulla libertà di espressione è mossa strategicamente opportuna, ma che dovrà esser rivolta quanto prima a un recupero di un discorso sulla verità, altrimenti alla lunga questa stessa mossa è destinata a far germogliare i semi libertaristi che porta in seno e rischia di trasformarsi col tempo o in un autogoal o un in una finta vittoria.

Modelli veritativi e fake news

Un terzo aspetto che merita qualche attenzione è l’insistenza sul fenomeno delle fake news. Il focus su tale argomento è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni, entrando ormai in ogni agenda: politica, mediatica, scolastica. Circa le fake news mi sovvengono due semplici osservazioni. Prima però, proviamo a identificare il fenomeno in oggetto. Al di là delle definizioni più tecniche, alla portata di tutti i lettori, prenderei spunto da un colloquio avuto col dott. Alberto Maestri, docente della Ninja Academy, durante un corso di aggiornamento sulla Comunicazione. Maestri faceva notare come propriamente il titolo di fake news non spetti alle menzogne belle e buone, né alle contraffazioni palesi, bensì a quelle notizie costruite in maniera tale da poter apparire vere, in quanto altamente verosimili. Queste, a detta dell’esperto, sono le vere fake, le più insidiose; costruite ad arte per spiazzare il lettore, compilate in modo da lasciare un messaggio persuasivo nell’inconscio, anche una volta smascherate; strutturate con tale finezza da risultare difficili da riconoscere e da sconfessare. Certo nell’universo delle fake news rientrano anche gli altri tipi di comunicazioni errate e falsate, ma reputo di grande valore conoscere e riconoscere la più raffinata tra le varianti delle fake news.

Di qui la prima osservazione. La fake news costruita ad arte si basa sul concetto di verosimiglianza, non su quello di verità. Ora, tale dettaglio mi ha fatto riflettere sul fatto che tutta l’area giornalistica muove in tale zona, vive di verosimiglianze e non di verità. Ancora una volta tornerebbe utile portare ordine e chiarezza sul discorso e precisare quando possiamo ambire alla verità e quando no. La scienza a quale verità può rivolgersi? E la storia? Gian Battista Vico suggeriva che la storia si occupa del verosimile. Quanto più la cronaca, allora! In un certo senso la fortuna che contorna il fenomeno fake news ha a che fare con l’evoluzione de concetto di verità. La nostra cultura ha perso il riferimento al vero e si è confinata nel verosimile; ha dimenticato il valore di un sapere veritativo, fosse esso metafisico o ermeneutico; ha fittiziamente difeso una capacità veritativa scientifica oracolare, nonostante gli eventi passati l’avessero già confutata; ha aperto il fianco a posizioni palesemente antiscientifiche e irrazionali, come la dittatura culturale pansessualista. Stupisce scoprire che tale società ora si preoccupi dello statuto di verosimiglianza delle proprie notizie; che trovi importante distinguere tra un verosimile affidabile e un verosimile non affidabile; che tema di essere sopraffatta dal falso, mentre continua a fare i conti con esso, preoccupata direi di avere a che fare con un falso buono e non con un falso cattivo. Evidentemente si tratta di una vite che gira a vuoto e di una battaglia destinata alla sconfitta o a breve termine (qualora le fake news prevalessero incontrastate) o a lungo termine (qualora esse fossero contenute, ma si continuasse a vivere di verosimiglianze senza una cura per la verità). Replico qui la critica rivolta ai movimenti pro-life e pro-libertà: chiunque non faccia i conti a fondo con la propria realtà, potrà conseguire alcuni risultati immediati, ma alla lunga si troverebbe sopraffatto dai difetti che cova in grembo. La realtà con cui deve fare i conti il mondo dell’informazione è la fiducia nella verità: chi relativizza il vero e sceglie sistematicamente il verosimile, non deve poi allarmarsi se questo prende il sopravvento e produce i suoi mostri. Con o senza fake news la dittatura giornalistica del verosimile, spogliata di un ancoraggio alla verità, è destinata a produrre sempre e solo mostri.

La seconda osservazione si instaura sulla prima. Evidentemente il discorso sulle fake news, stando a quanto appena detto, ha a che vedere ben poco con una tutela certa della verità, per conseguenza sarà sbilanciato su ben altri ambiti, esponendosi per esempio alla manipolazione politica. Ecco dunque levarsi il sospetto – già accusato per tempo su altre testate – che la premura per le fake news, lungi dall’essere un vero allarme in favore della verità, sia solo una mossa politica, sapientemente orchestrata al fine di istituire novelle forme di controllo del consenso e di censura di regime. Dopo anni di terrorismo culturale anti-fake, gli organi di propaganda sono pronti a stringere il cappio, andando a colpire tutti gli avversari politici con l’accusa di diffondere fake news, e andando a confortare il popolo assicurandogli che le notizie ufficiali rispecchiano invece la verità. Ebbene, se è plausibile la mia analisi (quasi banale), relativa all’assenza di verità e al dilagare di verosimiglianza nei media, allora dobbiamo concludere che la lotta alle fake news e la censura dei falsificatori è la più grande e meglio elaborata fake news dei nostri tempi, su scala planetaria, e intendo proprio una fake news del tipo più subdolo e astuto: quella che si camuffa da vero assoluto e salvifico.

La pastorale del consenso e l’eclissi della verità teologica

Un’ultima osservazione che voglio palesare, per quanto fonte di sofferenza, concerne la posizione della gerarchia ecclesiastica nei confronti della verità. Duole dirlo, ma lo stile assunto nell’ultimo lustro presenta un corpo ecclesiastico che molti e autorevoli autori giudicano viepiù distante dal ruolo autenticamente (o almeno tradizionalmente) magisteriale – termine che assumo in senso lato e stando al di qua di difficili specificazioni teologiche. Mi sia concesso fare alcuni esempi, che toccano primariamente la situazione romana e italiana (non ho seguito gli sviluppi negli altri Paesi). Circa il pontificato di Sua Santità, Papa Francesco, cui filialmente mi sottometto, un elemento a tutti evidente è l’accentuazione piuttosto politico-sociale del suo ministero, andata a scapito del ruolo di acclaramento e di conforto dogmatico-dottrinale. Rispetto all’analisi che stiamo svolgendo, tale priorità del politico sul teoretico può significare un indebolimento del discorso veritativo. Anche la scelta di un approccio alle questioni teologiche, in cui si è ritenuto di insistere sullo scongiuro di pieghe culturali fissiste e rigide in favore di sperimentalismi e aperture, può rappresentare un movimento ecclesiale piuttosto incline al soggettivismo che alla difesa di verità oggettive. Chi scrive ha una formazione di scuola fenomenologico-ermeneutica e non aristotelico-tomista, per cui non mi reputo ingenuamente posizionato su fronti di fissità, eppure prendo nota del fatto che, sia o meno volontà del Pastore, la ricezione degli ultimi anni di Magistero è stata decisamente caratterizzata da toni di soggettivismo.

A conferma di ciò, si consideri anche il contributo recente della Chiesa italiana, le cui dichiarazioni in campo politico e sociale e le cui scelte in ordine al discorso sanitario sono state ultimamente caratterizzate da principi desunti dal pensiero culturale dominante e non da un discernimento puramente evangelico. Di questo han scritto in molti e non vorrei ripetere ciò che persino semplici fedeli, al di qua di ogni schieramento, ormai affermano con sicumera e con un certo distacco. La Chiesa italiana nel contesto delle risoluzioni sanitarie si è posta come esecutrice mansueta di indicazioni statali e non “come uno che ha autorità” (Mc 1,22). Potrei accettare con ossequio e nella fede tale linea, confidando che la Gerarchia comprenda trame oscure a noi popolino e che attraverso di esse lo Spirito ci stia guidando a una particolare rinascita. Fede a parte, la percezione comune dilagante è quella di un contributo ecclesiale poco originale e, di nuovo, molto politicizzato. Quale sia la differenza cristiana e cattolica con cui contribuire al discorso italiano, non si è compreso. Quale sia la verità evangelica da testimoniare non è più cosa univocamente condivisa tra Pastori e fedeli. L’impressione è che siamo stati chiamati ad allinearci al trend secolarizzato imperante, ovviamente adeguandoci sempre dopo e arrivando in ritardo. Se mi è concessa una facezia, pare che la profezia di Martini si sia inverata e aggiornata: la Chiesa non è più in ritardo di 200 anni (https://www.corriere.it/cronache/12_settembre_02/le-parole-ultima-intervista_cdb2993e-f50b-11e1-9f30-3ee01883d8dd.shtml), ma di un paio di giorni, tempo utile a capire la linea dettata dal mondo e adeguarvisi.

Questo – lo preciso – è ciò che un numero crescente di fedeli percepisce. Corrisponde all’intenzione dei Pastori? Se sì, abbiamo perso la strada della verità cattolica. Se no, abbiamo quantomeno indebolito la trasparenza comunicativa all’interno della Chiesa in Italia. Nell’uno e nell’altro caso, bisogna riconoscere una crisi nel discorso veritativo ecclesiale, la quale ovviamente non può che nuocere allo sviluppo della cultura secolare in senso veritativo. Se ammettiamo con il teologo ortodosso Pavel Florenskij, che la Chiesa è chiamata ad essere “colonna e fondamento della verità” (cfr. il titolo del suo capolavoro, 1914), allora dall’incertezza della Chiesa, bisogna aspettarsi che tutto quanto poggia su tale colonna e su tale fondamento non goda di buone prospettive. Rimane urgente chiarirsi come cattolici, al fine di poter pienamente contribuire al bene anche culturale del nostro tempo.

Indicazioni del Compendio

Al lettore lascio di giudicare circa la pertinenza delle tesi esposte. Credo però che, tolte alcune sfumature interpretative, non sia facile negarle in toto. Ci soccorre a tal punto del percorso il Compendio della DSC, dal quale attingiamo indicazioni per il nostro impegno futuro. Ho già riportato una citazione in apertura: “Il nostro tempo richiede un’intensa attività educativa e un corrispondente impegno da parte di tutti, affinché la ricerca della verità, non riconducibile all’insieme o a qualcuna delle diverse opinioni, sia promossa in ogni ambito, e prevalga su ogni tentativo di relativizzarne le esigenze o di recarle offesa” (DSC 198). Gli esempi fin qui illustrati confermano il senso di impellenza che sta nella citazione: veramente serve una educazione alla verità e una educazione che sia intensa, per fronteggiare il relativismo dilagante; veramente i tentativi di relativizzare il vero stanno prevalendo e chiedono una strategia puntuale. Ancora dal 198: “Quanto più le persone e i gruppi sociali si sforzano di risolvere i problemi sociali secondo verità, tanto più si allontanano dall’arbitrio e si conformano alle esigenze obiettive della moralità”. “La ricerca della felicità” era il titolo di un film di successo italiano (G. Muccino 2006), mail Compendio suggerisce, sul fondamento di una genuina antropologia cristiana, che la felicità è contestuale alla ricerca della verità. Lo sforzo per la verità non è concepito come un traguardo intellettuale, bensì come una fonte antropologica, realizzazione dell’umano, capace di colmare i cuori e per questo di stabilire azioni morali convenienti e azioni sociali feconde. Chiunque cerchi felicità, rispetto, libertà, dialogo, sapere deve impegnarsi a edificarlo sulla verità: “Tutti i valori sociali sono inerenti alla dignità della persona umana, della quale favoriscono l’autentico sviluppo, e sono, essenzialmente: la verità, la libertà, la giustizia, l’amore. La loro pratica è via sicura e necessaria per raggiungere il perfezionamento personale e una convivenza sociale più umana” (DSC 197). La crisi innescata dalla pandemia ci trovi più risoluti nell’avviare quella intensa attività di educazione alla verità, da cui dipende la pace dei cuori e degli Stati.

don Marco Begato

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