
[Il 28 ottobre scorso, è morto all’età di 91 anni il Cardinale Renato Raffaele Martino, al quale la Dottrina sociale della Chiesa deve molto. avendo assunto egli l’impegno di applicarla e di diffonderla dall’alto degli incarichi da lui svolti alla Santa Sede. Il Cardinale ha voluto bene anche al nostro Osservatorio. In sua memoria ripubblichiamo un suo scritto, contenuto nel nostro “Bollettino della Dottrina sociale della Chiesa” di luglio-settembre 2014, nel quale egli parla della propria missione nella Chiesa – vedi QUI]
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Per sedici anni, dal 1986 al 2002, durante il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, fui nominato Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, a New York, succedendo all’arcivescovo Giovanni Cheli (1918-2013). In veste di Nunzio apostolico presenziai quindi attivamente sia alla Terza conferenza internazionale su popolazione e sviluppo che si svolse al Cairo dal 5 al 14 settembre 1994, la cui organizzazione fu affidata al controverso Fondo specializzato delle Nazioni Unite per la popolazione (l’UNFPA, istituito nel 1969 e allora diretto a livello esecutivo dalla pakistana Nafis Sadik che fu nominata segretario generale dell’assise mentre come presidente venne scelto il ghanese Fred T. Sai dell’International Planned Parenthood Federation (IPPF)), sia alla Quarta conferenza mondiale sulle donne di Pechino che si tenne l’anno seguente (dal 4 al 15 settembre 1995, segretario generale l’ex ministro tanzaniano Gertrude Mongella), e che ne mutuò in blocco le formulazioni sulla salute e sulla decostruzione della sessualità responsabile (dall’individuazione della categoria-chiave del ‘gender‘ che avrà in seguito largo successo all’idea stupefacente che solo i bambini realmente voluti hanno diritto a nascere), oltre a segnare un sensibile passo indietro nel campo della libertà religiosa.
Al Cairo fui capo-delegazione della Santa Sede e intervenni con un discorso apposito molto dettagliato il 7 settembre in cui, partendo da alcune considerazioni generali sullo sviluppo globale in atto, cercai di rilanciare le profonde motivazioni del progetto biblico di Dio sull’uomo – che è un piano di bontà e di felicità – soffermandomi in particolare sull’immagine del divino che ogni uomo a ogni latitudine porta con sé e sulla natura fondamentalmente relazionale di ogni persona per cui il campo della sessualità rientra comunque nella sfera sociale, interpersonale e dunque pubblica dell’agire umano (http://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/archivio/documents/rc_seg-st_19940907_conferenza-cairo-martino_sp.html).
L’agenda programmatica della conferenza, appoggiata prevalentemente da Stati Uniti e Unione Europea, spingeva allora molto sull’urgenza – descritta con toni apocalittici, ma scientificamente del tutto indimostrata e al fondo piuttosto ideologica – del supposto problema della sovrappopolazione mondiale (stimata ben maggiore rispetto alla disponibilità delle risorse del pianeta), rivendicando l’imposizione arbitraria di qualsiasi mezzo per il controllo delle nascite (birth control), o ‘pianificazione familiare’, come ci si esprimeva cercando di confondere i più ingenui – essendo l’espressione, come noto, presente anche in documenti del magistero pontificio ed ecclesiale – , dalla contraccezione all’aborto. Quelli che oggi in ossequio al nuovo lessico del progetto culturale mondialista vengono codificati a tutti i livelli come i cosiddetti ‘diritti riproduttivi’ (nella neo-lingua giuridica frutto dell’individualizzazione del diritto, una specie del più ampio genus di ‘salute riproduttiva’ o reproductive health) trovarono lì il loro conio ufficiale a livello internazionale.
Di fronte a questo quadro desolante, un reale invito pratico neanche troppo velato all’immoralità di massa e persino al libero crimine nel caso dei bambini già concepiti, mi opposi energicamente, coadiuvato nella circostanza da numerosi delegati africani e latinoamericani. Fu proprio grazie a questo intervento se alla fine nel Programma di Azione uscito dalla Conferenza al paragrafo 8.25 fu possibile leggere un passo come questo: «In nessun caso l’aborto può essere invocato come metodo di pianificazione familiare». Fu una vittoria realmente strepitosa per il fronte pro-life che i Paesi europei, in stragrande maggioranza favorevoli all’aborto, non hanno mai digerito. Cosa ancora più importante, quella formulazione non è mai più stata revocata in nessun documento delle Nazioni Unite, malgrado ci abbiano provato in continuazione. Il primo tentativo di cancellare quel divieto fu proprio a Pechino, pochi mesi dopo, nel 1995, alla Conferenza dedicata alla donna e ugualmente mirata a imporre l’imperialismo contraccettivo ai poveri del cosiddetto Terzo Mondo. Tutti i Paesi che erano stati sconfitti al Cairo si coalizzarono insieme a Pechino e tentarono in ogni modo di cancellare questa affermazione, ma non ci riuscirono.
La battaglia, d’altronde, era cominciata già anni addietro quando iniziarono a diffondersi – creati artificialmente dalle influenti ideologie eugeniste e neomalthusiane – gli allarmi planetari sulla bomba demografica pronta ad esplodere da un momento all’altro e dunque a proliferare le prime teorie antinataliste, di chiara impronta dirigistica (in Italia in quegli anni abbiamo avuto il Club di Roma), fino a che il controllo delle nascite (nella forma del family planning) non venne introdotto dalle Nazioni Unite – sulla spinta di Paesi ad alta densità di popolazione, come l’India – come nuovo diritto umano nella Dichiarazione di Teheran, del 1968.
Va detto che i successi all’ONU furono resi possibili anche grazie alla fiducia e al supporto di San Giovanni Paolo II che mi sostenne sempre e che nelle occasioni più opportune agì anche in prima persona, come nell’imminenza della conferenza egiziana. A marzo del 1994 il Papa inviò infatti una eloquente lettera aperta al segretario generale delle Nazioni Unite – che era allora il diplomatico e politico copto egiziano Boutros Boutros-Ghali – e per conoscenza ai Capi di Stato di tutti i Paesi partecipanti (http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/letters/documents/hf_jp-ii_let_19031994_population-develop_it.html) in cui profeticamente denunciava i prossimi “sbandamenti morali” che si profilavano all’orizzonte, notava che nei lavori preparatori dell’assise il matrimonio come istituzione appariva “ormai superato” e replicava: «un’istituzione naturale così fondamentale ed universale come la famiglia non può essere manipolata da nessuno. Chi potrebbe dare un tale mandato ad individui o ad istituzioni? La famiglia appartiene al patrimonio dell’ umanità! La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’ Uomo, d’ altronde, afferma senza equivoci che la famiglia è «l’ elemento naturale e fondamentale della società» (Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, art. 16, 3). L’Anno Internazionale della Famiglia dovrebbe dunque costituire l’occasione privilegiata, perché la famiglia riceva, da parte della società e dello Stato, la protezione che la Dichiarazione Universale riconosce doverlesi garantire. Non farlo sarebbe tradire i più nobili ideali dell’ ONU».
Nel luglio, poi, il Pontefice si pronunciò pubblicamente su vari aspetti della questione demografica e ribadì autorevolmente la posizione della Chiesa – rispettosa della legge morale naturale – che non era contraria alla regolamentazione delle nascite in generale ma semmai al modo e alla prassi con cui questa veniva realizzata sottolineando che la responsabilità procreativa appartiene da sempre esclusivamente alla libertà e all’autonomia decisionale della famiglia e non ad interventi – autoritari, o peggio, coercitivi – dello Stato o di terzi, fossero pure le organizzazioni non governative (ONG), come se fossimo all’interno di un consolidato regime sociale verticistico.
In occasione della conferenza di Pechino scrisse ancora l’ormai celebre Lettera alle donne celebrando l’autentico ‘genio femminile’, che riprendeva tutti i principali temi della sua riflessione sulla donna e sulle donne, un’altra grande eredità del suo quasi trentennale magistero.
In ogni caso, il Papa era informatissimo su tutto quello che succedeva all’Onu. Ogni volta che ritornavo a Roma dalla missione mi invitava a pranzo in Vaticano e durante tutto il tempo che eravamo insieme si informava precisamente su tutto quello di cui si discuteva all’Onu e dei lavori preparatori delle varie Conferenze internazionali in programma. C’era una grande consonanza fra ciò che lui diceva e ciò che io facevo a New York. Ecco perché nel 1992 si oppose al mio trasferimento dall’Onu. Praticamente andò così: la segreteria di Stato mi aveva già proposto l’incarico per la nunziatura in Brasile, ma Giovanni Paolo II, appena lo seppe, bloccò tutto. Disse: «Martino resta alle Nazioni Unite». Così, alla fine, sono rimasto ancora altri dieci anni.
Lui era al corrente di tutto, nel 1992 già si iniziava a preparare la Conferenza del Cairo, anch’io stavo lavorando per questo, e si seppe che quella dichiarazione sull’aborto come diritto riconosciuto era in fieri, allora il Papa disse «No. Resta». Nel 2002 poi mi chiamò di nuovo e mi disse «Adesso basta all’Onu, vieni a Roma a fare il presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e pace». Subentrai così al posto del compianto cardinale Van Thuân che morì proprio nel settembre di quell’anno. Infine, nel 2003 mi fece cardinale.
In tutti quei sedici anni di Osservatore nel palazzo di vetro a New York devo comunque registrare il tentativo ripetuto di declassare e anche espellere – in un modo o nell’altro – il Vaticano dall’ONU perché la Chiesa ha sempre difeso la vita e combattuto l’aborto in ogni modo, anche quando (dopo Pechino) si tentò d’introdurre nelle risoluzioni dell’ONU la nuova espressione ‘contraccezione d’emergenza’ che significava in realtà lo sdoganamento dell’aborto entro i primi tre e/o i primi cinque giorni o quando sospese il proprio contributo finanziario all’UNICEF per via dei programmi didattici inneggianti alla sessualità sregolata per i ragazzi e all’incentivazione della denatalità come valore positivo. D’altra parte, nell’epoca del relativismo, diffuso ormai anche istituzionalmente a livello globale, la Santa Sede rappresenta l’unica autorità morale con un vertice riconosciuto e visibile – il Papa – in grado di parlare un linguaggio universale di verità e di carità insieme senza rappresentare interessi particolari o partigiani. L’unico interesse che orienta l’azione della Chiesa come Istituzione etica a livello internazionale sono le istanze e i bisogni dei più poveri, soprattutto di quelli che non hanno più voce, per citare la Beata Madre Teresa di Calcutta, dai bambini a cui è impedito di nascere agli anziani a cui sono impedite le cure e le medicine primarie di base: questo lo comprendono tutti ed è per questo che spesso viene attaccata. La sua agenda non è in vendita, né contrattabile. Non guarda alle convenienze politiche, tattiche o strategiche del momento ma pensa a testimoniare unicamente il primato della verità, coerentemente con quello che professa nel Credo apostolico. In un mondo in cui si ritiene comunemente che tutto si può comprare e tutto ha un prezzo purché si abbia un po’ di soldi a disposizione, la Santa Sede invece ricorda che esistono princìpi e valori che non si contrattano perché la dignità umana è il prezzo del sacrificio immane di Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo per noi e per la nostra salvezza eterna. E questo viene tollerato sempre di meno dal pensiero unico dominante, largamente egemonizzato peraltro da correnti materialiste e laiciste, che pare battersi unicamente – per citare sempre la menzionata lettera di Giovanni Paolo II del 1994 – per «una società di cose e non di persone».
Tuttavia, va pure rilevato che la campagna di declassamento ai danni della Santa Sede (che in Italia ha avuto tra i principali agitatori i radicali di Marco Pannella) non ha avuto successo anche perché nei consessi internazionali non siamo affatto soli. Ad esempio, è significativo che in occasione dei quarant’anni della presenza della Santa Sede all’ONU, il 1° luglio 2004, i 191 Paesi membri dell’assemblea abbiano adottato all’unanimità una risoluzione che riconosce alla missione diplomatica della Chiesa il diritto a una più attiva partecipazione ai lavori ordinari rafforzando il proprio status di Osservatore permanente. Come pure è vero d’altra parte che fu proprio Papa Giovanni Paolo II ad esprimersi nel senso di un maggiore rafforzamento delle Nazioni Unite quando – da ultimo nel messaggio per la Giornata Mondiale della pace del 2004, intitolato “Un impegno sempre attuale: educare alla pace” – auspicando un nuovo assetto dell’ordinamento internazionale, scrisse testualmente che «occorre che l’Organizzazione delle Nazioni Unite si elevi sempre più dallo stadio freddo di tipo amministrativo a quello di centro morale, in cui tutte le Nazioni del mondo si sentano a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere una famiglia di Nazioni».
Tornando agli attuali punti sensibili, invece, del dialogo diplomatico e interculturale, un nodo particolarmente dirimente è proprio quello linguistico e terminologico: il cambiamento di mentalità e comportamenti a livello internazionale tende sempre di più a passare attraverso progressivi mutamenti semantici dei termini di riferimento fondamentali, che veicolano ormai dietro di sé intere visioni del mondo. Si fanno strada in maniera strisciante con una veste asettico-scientifica in grado di significare tutto e il contrario di tutto, tranne che per gli esperti delle definizioni stesse. La salute riproduttiva, ad esempio, è stata definita ufficialmente come «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non soltanto l’assenza di malattia e infermità, in tutti i campi che riguardano il sistema riproduttivo, le sue funzioni e i suoi processi». Che cosa dedurne? Lo può sapere solo chi l’ha ideata, ma di certo l’impressione è che la definizione rimandi a una concezione unilateralmente meccanicistico-biologica dell’essere umano da fare invidia ai periodi passati di più fanatico positivismo scientista. Di fronte a queste visioni, il personalismo cristiano è seriamente in difficoltà: ‘uomo’ e ‘donna’, ‘papà’ e ‘mamma’, spirito, relazioni, affetti e morale scompaiono improvvisamente dall’orizzonte culturale per essere sostituiti da non meglio precisate espressioni burocratiche quali ‘genere’, ‘monogenitoriale’, ‘bigenitoriale’ e via via elucubrando, lontano il più possibile dal campo oggettivo della natura e della realtà, dei ruoli, diciamo anche della ‘vocazione personale’ come cristiani. Tutto diventa ‘cultura’ e dunque inteso quale sovrastruttura, interpretabile, manipolabile, modificabile, in ogni caso socialmente costruito e non oggettivamente dato. A questo processo se ne accompagna poi parallelamente un altro che tende a fare dei concetti artificiali della neo-lingua astratta dei diritti da codificare e riconoscere fino ad arrivare ipso facto a sacralizzarli (‘la sacralizzazione dei diritti’) come ha illustrato recentemente il filosofo e storico francese Marcel Gauchet.
Nell’epoca della società liquida e della secolarizzazione di massa in Occidente ci troviamo di fronte quindi ad una situazione singolarmente paradossale: avanza una nuova pseudo-‘religione’, una sorta di umanitarismo laicista postmoderno, che mira a brandire i desideri individuali per una nuova lotta di classe globale, facendo leva sulla manipolazione formidabile di un sentimento naturale e in realtà umanissimo, addirittura nobilitato dalla Rivelazione cristiana, di grande effetto nell’attuale civiltà dell’immagine che amplifica a dismisura drammi e conflitti: la pietà. E’ per un supposto senso di pietà, così si dice, che si causa, si agevola o addirittura si accelera la morte di un neonato, di un disabile o di un anziano. E’ sempre per lo stesso supposto e malinteso senso di pietà che si affida (o peggio, si procrea artificialmente) un bambino consegnandolo a una coppia di adulti che non sono né potranno mai essere i suoi genitori recidendo alla base ogni legame materno o paterno.
Non si tratta di uno scivolamento momentaneo frutto dell’emotivismo che ci circonda ma di un vero e proprio piano inclinato molto ben argomentato e altrettanto lucido, lo “slippery slope” come dicono gli studiosi inglesi, portato avanti dalla mentalità libertaria di alcune classi dirigenti influenti almeno da quattro decenni. In ogni caso, come si vede, siamo ben distanti dalla cornice sociale ed ambientale che generò la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo approvata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite a Parigi il 10 dicembre 1948. Tuttavia, è proprio su questo piano che la Chiesa e i fedeli laici cristiani impegnati nella società sono chiamati a dare la loro testimonianza di verità, con ragionevolezza e carità, oggi più che mai: la chiamata alla nuova evangelizzazione passa ormai necessariamente per i campi della cultura, del dialogo sociale, della comunicazione e dell’educazione ampiamente intesa. Dalla consapevolezza di questa grande sfida dipenderà buona parte della qualità della presenza cattolica nel mondo di domani, sia dentro che fuori le organizzazioni internazionali.
Cardinale Renato Raffaele Martino
(Foto: Di Ninocento di Wikipedia in italiano)

