Tommaso d’Aquino fra i Santi Pietro e Paolo, Fermo, Stella (attribuito) https://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/BS370-00011/

Abbiamo già presentato [QUI] questo libro di Francisco Elías de Tejada Filosofia del diritto pubblico. Contributi giusnaturalistici, edito dalla edizioni Jovene, Napoli 2024, con la curatela del prof. Giovanni Turco che ha anche scritto una corposa Introduzione di ben 140 pagine. Desideriamo però riprenderlo in mano per sottolineare qualche aspetto particolare di grande interesse.

Il tema è il diritto pubblico secondo la filosofia ispanica (realista, metafisica, cattolica), corrotto e decomposto dal diritto pubblico moderno a seguito soprattutto del Protestantesimo e della filosofia di Immanuel Kant. Il testo si divide in cinque capitoli. Nel primo de Tejada fornisce una panoramica ad ampio raggio dell’evoluzione dei rapporti tra politica e diritto dagli inizi del pensiero umano, passando attraverso la Grecia classica e Tommaso d’Aquino per giungere a Kant, Hegel e Carl Schmitt. Nel secondo capitolo contrappone il cosiddetto “Stato di diritto” del pensiero tedesco e di Kant in particolare con il diritto secondo la tradizione ispanica. Nel terzo capitolo approfondisce i principi del “giusnaturalismo protestante” (Grozio, Pufendorf, Weber, Thomasius), si concentra sul lavoro di Dilthey, che viene valutato come positivo ma inconcluso e inconcludente, e scrive delle pagine veramente potenti su Lutero (175-177) per arrivare a mostrare la “Necessità di sostituire i principi generali del diritto con il Diritto naturali ispanico”, come suona il titolo del capitolo stesso. Nel quarto capitolo si occupa della vigenza del diritto naturale e nell’ultimo del “Diritto naturale come fondamento della civiltà”.

Vorrei soffermarmi in questa presentazione solo su due aspetti tra i tanti che meritano particolarmente di essere considerati. Il primo riguarda la rivoluzione impostata da Kant. Con lui si pensa che non ci sia diritto dove non c’è Stato. In questo modo si finisce per intendere la società come l’unione di una moltitudine di uomini sotto norme giuridiche, quelle appunto emanate dallo Stato, che diventa quindi il fondamento della convivenza politica. Nasce così lo “Stato di diritto” con cui si intende che i cittadini sono tali perché lo Stato ha normato la loro esistenza tramite appunto il diritto, sicché essi devono rispettare le leggi perché poste dallo Stato e lo Stato deve rispettare le leggi da se stesso poste, quindi cambiabili se il loro autore, ossia lo Stato stesso, lo decidesse. Non essendoci un diritto precedente a quello statale, i cittadini avrebbero solo diritti se lo Stato non normasse la loro vita con il proprio diritto, per cui questo si riduce ad essere l’insieme delle condizioni per cui l’arbitrio di ogni singolo possa convivere con l’arbitrio degli altri. Lo Stato di diritto è quello che protegge i diritti individuali. Questo è lo Stato borghese liberale e il suo autore è Immanuel Kant.

Kant scinde il diritto dalla giustizia, dato che non ammette la finalità di ordine naturale, ma solo la legge, mentre senza il fine non c’è nemmeno il giusto, se non in senso formalista e legalista. Lo Stato kantiano deve solo garantire una uguaglianza tra i cittadini rispetto alla rivendicazione dei loro diritti individuali, in modo che la libertà degli uni non impedisca la libertà degli altri. In questo modo la forma della legge è separata dal contenuto della legge. Lo Stato liberale borghese restringe il giuridico al legale e fonda il legale sulla forza dello Stato.

L’altro aspetto è l’importanza assegnata da de Tejada a Lutero nel passaggio allo Stato di diritto borghese e liberale. Quando Lutero abbandonò la soluzione armonica di San Tommaso, ”Da una parte il destino trascendente dell’uomo fu consegnato alla decisione capricciosa di un Dio terrificante, prima trasposizione teologica del totalitarismo in politica. D’altra parte, svincolò l’esistenza terrena da qualsiasi rapporto con Dio, negando la ripercussione ultraterrena delle azioni terrene, aprendo così la strada al libero esame, prima rappresentazione teologica delle democrazie liberali in politica” (p. 175). Di conseguenza, annota de Tejada, l’etica non inquadrò più l’esistenza terrena, l’economia si separa dall’etica e nasce il capitalismo, la politica si separa dall’etica e nasce il machiavellismo, la legge si separa da Dio e nasce il giusnaturalismo europeo di Ugo Grozio basato su un ordine mondano autopoietico come se Dio non fosse, i saperi diventano indipendenti e nasce così il “dramma spirituale europeo” (p. 177

Stefano Fontana

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