
Pubblichiamo alcune riflessioni sulla storia dei Cristeros, di cui ricorrono i 100 anni (1926-2026), con le quali si conclude l’articolo di Giovanni Formicola pubblicato nel fascicolo del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” 1/2026 ora in distribuzione. Clicca QUI per leggere per intero l’articolo, vedere l’indice dal numero e le modalità di acquisto e abbonamento.
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6.4. La Rivoluzione anti-cristiana vuole sradicare dalla società la religione. Se l’ideale sarebbe la sua totale cancellazione in un mondo ateo, completamente libero da ogni vincolo morale e radicalmente egualitario, in cui sia eliminata ogni differenza, in ultimo anche quella sessuale, essa si accontenta anche solo di toglierle rilevanza pubblica e libertà, fino a censurare l’annuncio e a pretendere di controllare la dottrina, la struttura e la disciplina della Chiesa.
In Messico capirono, pur sapendo ben distinguere tra Dio e Cesare, che con la sua totale interiorizzazione presto la fede sarebbe avvizzita e la Chiesa cancellata in modo indolore o quasi. Se è vero che il Regno non è di questo mondo, e che lo scopo dell’evangelizzazione non è in quanto tale una società cristiana, è pur vero che nell’età di mezzo tra l’Incarnazione e la Parusia il Corpo mistico di Cristo vive anche in questo mondo, e che in una società ostile l’annuncio si fa difficile, se non impossibile. Se per assurdo – assurdo teologico, non storico – tutti i testimoni della Risurrezione fossero stati subito eliminati, noi non ne sapremmo niente. Ci sono vasti territori che si affacciano sul Mediterraneo, che furono culla del Vangelo e dell’evangelizzazione e dove oggi la sua voce non risuona più o quasi. E poiché fides ex auditu (Rm 10,17), ciò significa la sua estinzione.
I cattolici messicani ritennero che questo fosse il prezzo della pace, e decisero che non poteva essere pagato. Sbagliarono? Certo si è che oggi nel Messico la fede è ancora annunciata, e Guadalupe è la seconda meta di pellegrinaggio nel mondo dopo Lourdes. È merito loro? Senza la Cristiada avremmo avuto e avremmo un altro panorama storico? È difficile dirlo. È però da dire che la mitezza cristiana non va confusa con l’arrendevolezza, la passività flaccida e l’accidia, quando non con la viltà. La possibilità di vivere e annunciare liberamente la fede, di non costringere all’eroismo chi intenda praticarla non nel segreto della propria stanza, ma gridarla sui tetti come il Signore Gesù chiede (Mt 10,27), è un bene troppo grande, come ha ribadito Papa Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata della Pace del 2011, per sacrificarlo volontariamente, o rimanere passivi mentre viene negato e confiscato. Esso impone che si reagisca ogni volta che venga minacciato, fino a non accontentarsi della Libertas Ecclesiae, ma puntando anche alla sua (libera, spontanea) exaltatio. Il silenzio sul punto è sempre colpevole.
Altra questione è la scelta dei mezzi; ma «Ci sono casi in cui la lotta armata è una realtà inevitabile a cui in circostanze tragiche non possono sottrarsi neanche i cristiani»[1].
Questo è l’oggi dell’epopea cristera. Ci hanno dato un esempio – e ce l’hanno potuto dare per le radici profonde della loro fede, affondate nella loro storia più remota – che supera ogni storica contingenza: Nostro Signore e la sua Santa Madre, la fede, la Chiesa, sono le sole realtà per le quali vale la pena di vivere. E quindi anche di morire. Nessuna pace, né morale, né materiale, merita che per essa vengano sacrificate o rinchiuse nella coscienza del credente come in un ghetto.
Giovanni Formicola
(Immagine: Di Sconosciuto – Wikicommons)
[1] S. Giovanni Paolo II, Omelia per la celebrazione dei Vespri d’Europa nella Heldenplatz, Vienna 10 settembre 1983, n. 4 (http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1983/documents/hf_jp-ii_hom_19830910_celebrazione-vespri.html).
