Il Foglio scrive qualcosa di sostanziale sul caso di Jeffrey Epstein e sulle vicende storiche della dinastia Rothschild [qui, qui]. Giulio Meotti, nel primo articolo, tralascia lo scandalo sessuale e descrive l’attività finanziaria di Jeffrey Epstein (1953-2019), morto forse suicida in carcere, nel corso delle indagini sul suo presunto traffico di minorenni. Non deve stupire l’abbondanza di avverbi come «forse» o aggettivi come «presunto» nel caso di vicende legate al potere o all’alta finanza, perché il successo economico e politico si può realizzare – specialmente nel mondo contemporaneo – solo nella segretezza e nell’occultamento di operazioni più o meno lecite. È difficile e spesso quasi impossibile, al cronista o al magistrato, reperire le prove e ricostruire l’attività criminosa di persone non comuni, o perché protette da poteri superiori, o per la scaltrezza nell’uso del denaro, che può essere usato per corrompere, pagare cauzioni e comprare il silenzio.

Epstein, scrive Meotti, divenne popolare per via della filantropia. Egli fu essenzialmente un mecenate milionario, che non conservò la ricchezza, ma la distribuì per il finanziamento della ricerca scientifica e tecnologica. La lista dei beneficiati è molto lunga. Il «denaro» – afferma Meotti – «è una delle ragioni più semplici per cui gli scienziati erano interessati a Epstein». Dall’«esperto di funghi, all’inventore del cloud [tecnologia informatica di archiviazione, ndr], passando per il quark e l’intelligenza artificiale: non c’era ricerca che non volesse finanziare».

Epstein fu un entusiasta e attivissimo realizzatore di un suo progetto umanitario – ma è meglio definirlo “umanistico” – per cui divenne il profeta di molta parte dell’odierna ideologia mondialista: «transumanesimo, eugenetica, criogenia, miglioramento della specie umana, una “Gattaca” o versione high-tech dell’antica divisione tra liberi e schiavi, nobili e plebei, ma spacciata per progresso morale». La “Gattaca”, tra l’altro, che è null’altro che la sequenza azotata del DNA (G-T-C-A), è l’ultimo orizzonte del filantropismo, il quale sogna l’avvento radioso di droidi e umanoidi, nonché un futuro fondato sulla manipolazione totale del codice genetico umano.

La gran parte della gente finita negli «Epstein files» è difficile che c’entri qualcosa con il sesso o con i favori sessuali. Si tratta, in genere, di scienziati (Lee Smolin, Lawrence Krauss, Jennifer Doudna, Nathan Wolfe, Richard Dawkins e molti altri) poco noti al grande pubblico, ma notissimi a chi è interessato alla sostanza delle cose. Non è infatti il pettegolezzo o la lussuria a produrre un qualche risultato, ma la riservatezza e l’oggettiva capacità di fare qualcosa. Se c’è del marcio nel mondo, è anche grazie ai successi delle attività finanziate da personaggi affini ad Epstein. Attività che coinvolgono i maggiori centri scientifici mondiali: Institute for Advanced Studies, Pennsylvania University, Cornell University, Cambridge Institute of Technology, Santa Fe Institute, Artificial Intelligence Laboratory. Istituzioni, queste, nelle quali Epstein era di casa.

C’è un’ingenuità maldestra nei cercatori di scandali sessuali degli «Epstein files», che ignorano quanto il finanziere fosse «come un’ape». Disse di lui Stephen Kosslyn, psicologo di Harward: «Parla con persone diverse e si impollina a vicenda. Due mesi fa, gli ho parlato di una nuova alternativa alla psicologia evoluzionistica. Ne è rimasto affascinato e mi ha mandato un assegno». Se allora il transumanesimo o l’eugenetica hanno trionfato, è pure grazie agli assegni staccati dai grandi mecenati, noti al popolino solo in occasione dello scoppio di un qualche scandalo sessuale.

La tossicità di questa ideologia al potere – costruita, secondo Meotti (che riassume un libro di Michel Houellebecq), «attorno all’edonismo sessuale, alla clonazione e alla ricerca dell’immortalità» – nasce dal cervello e dalla speculazione, non da pulsioni cieche. Epstein, a questo proposito, è riuscito a contattare e coinvolgere idealmente nel suo programma anche il filosofo e linguista Noam Chomsky, che propose una «grammatica universale», al posto della «linguistica strutturalista e funzionalista».

Sarebbe stato strano, poi, se il filantropo non avesse incrociato la dinastia Rothschild, per un qualche problema legato ai soldi. Se ne occupa Stefano Cingolani nel secondo articolo. Avvenne semplicemente che Ariane Langner, vedova di Benjamin de Rothschild, chiese la consulenza di Epstein, per limitare una contravvenzione da decine di milioni di dollari, che il governo USA aveva imposto a La Compagnie Financière, di cui Langner era presidente esecutivo (2013). Il faccendiere risolse la questione grazie alle sue conoscenze politiche e intascò emolumenti per venticinque milioni di dollari.

Ma se, nel sollevare la polvere su Epstein, qualcosa di losco s’intravvede, molto meno emerge dai Rothschild, poiché – scrive Cingolani a chiusura del suo intervento – «chi dice Rothschild dice mistero». Ma si può essere più avveduti e scaltri di Epstein? Evidentemente sì. C’è riuscito un certo Mayer Amschel Rothschild (1744-1812), banchiere tedesco di origini ebraiche, capostipite della «dinastia dello scudo rosso» (Roten Schild, in tedesco, significa scudo rosso). Un nome, un programma: il poeta Heirich Heine disse che «il denaro è il dio dei nostri tempi e Rothschild è il suo profeta».

Non è chiaro come la stirpe sia sopravvissuta nei secoli, nonostante la parziale disobbedienza al volere di Mayer Amschel, che aveva impostato il futuro dei discendenti su due sole raccomandazioni, del tenore di un comando: siate riservati e restate uniti. Sulla riservatezza fu un successo, perché il mistero dei Rothschild si fonda proprio sulla capacità quasi claustrale di tacere. Sull’unione no. Il capostipite inviò i suoi cinque figli, sotto il motto latino di famiglia «Concordia, Integritas, Industria», in altrettanti Stati: Gran Bretagna, Francia, Germania, Austria, Regno di Napoli. Ne sorsero cinque rami dei Rothschild, «ricchi, potenti, ma divisi». Oggi ne sono rimasti tre. La storia della dinastia è, tutto sommato, semplice: si tratta della concorrenza tra banchieri, nel solco della rivalità tra Stati, proprio sullo sfondo della prima e della seconda Guerra mondiale.

Dopo lotte per la supremazia (fra gli appartenenti della stirpe) e problemi a non finire, dovuti alla continua tensione tra potere finanziario e potere politico, non emerge nulla di spettacolare, non solo nell’articolo de Il Foglio, ma anche nella realtà dei fatti: alti e bassi, compresi i suicidi e le guerre di successione, ma nulla che sia appena appena al di sopra del mondano o dei pettegolezzi di un qualche rotocalco culturale. I Rothschild si sono ben protetti dietro il loro scudo rosso, a prova di complottismo e smaltato di filantropia.

Ma non è difficile bypassare il silenzio, perché la via alla verità non è fatta solo di giornalismo investigativo. La filantropia dei Rothschild è riconoscibile dai frutti e omogenea a quella di Epstein e di altri mecenati. Si fonda su di un coacervo etico anticristiano ed è difforme dalla Dottrina sociale della Chiesa. Questo è sufficiente. Non va dimenticato, a titolo di esempio, che i Rothschild del XVIII secolo «tenevano in portafoglio le monarchie d’Europa» – osserva Cingolani – e «la loro ricchezza in rapporto a quella mondiale era superiore a quella di oggi di Bill Gates o Elon Musk». E per giustificare i frutti, non c’è che da guardare all’albero che li ha generati.

Silvio Brachetta

(Foto: Foto di micheile henderson su Unsplash)

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