[Questo testo è stata pubblicato nel numero 4/2025 del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, la rivista trimestrale dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, con il titolo “I cattolici nelle “alluvioni”: polis parallela e opzione Benedetto” – si veda QUI]

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Il caso che viene esaminato in questo numero del “Bollettino” è quello di chi, anche di fede cattolica, si trovi davanti ad un sistema di potere politico menzognero, inaccettabile moralmente e religiosamente, che non ammetta spazi di manovra se non compromettendosi con esso. Parliamo di un sistema compatto, coerente in tutte le sue parti, sottilmente organizzato, privo di fessure. Non è riformabile, perché la sua provata logica interna riassorbe i tentativi di riforma. È impossibile appellarsi a criteri estranei ad esso perché sono stati tutti annullati. Questo sistema è fondato sulla menzogna, ammette l’unica verità che non esiste verità, è persecutorio, non riconosce obiezione di coscienza. L’unica azione possibile, per non esserne schiacciati, non consiste nell’opporvisi, ma, al contrario, nella coltivazione clandestina e alternativa del nuovo.

Davanti ad un caso così estremo, molti hanno proposto di “smettere di combatterlo” e di “prendere la via del bosco” (Jünger), di creare una “società parallela” (Benda), o “comunità, istituzioni e reti di resistenza” (Dreher), “nuove forme di comunità” (McIntyre), di “salvare il seme” fino a che, “quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà” (Guareschi), di rifarsi ai primi cristiani che, come noi, vivevano in un mondo non cristiano (Lugaresi). L’esempio storico ricorrente in alcuni di essi, soprattutto McIntyre e Dreher, è quello di San Benedetto che nella “alluvione” delle invasioni barbariche e nel crollo dell’ordine sociale dell’Impero ha “cessato di impilare sacchi di sabbia” per frenare l’impeto delle acque o di rappezzare i tagli nel tessuto sociale del suo tempo, e si è tirato da parte a preparare la ricostruzione. Questa situazione è bene descritta da Jünger: “Quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i perseguitati ma per i persecutori, la responsabilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che ancora non si è piegato”[1]. È possibile sostenere che oggi la situazione per i cattolici sia, in molti casi, almeno vicina a questa tipologia.

Obiezione al sistema politico

Il sistema politico occidentale appare controllato da soggetti inarrivabili perché nascosti e operanti sinergicamente come un Deep State, uno Stato profondo[2], strettamente collegato con l’economia, la tecnologia e le ideologie sociali. La situazione prevalente è di un disegno globale che alimenta la cultura woke, condiziona la scienza, coordina l’agenda delle agenzie internazionali, impone i propri obiettivi nell’educazione pubblica, raccorda le sentenze delle corti internazionali con le esigenze delle politiche progressiste, gode dell’appoggio delle concentrazioni mediatiche, crea una rete personalistica e corporativa di manager globali[3]. Non si riesce a capire fino in fondo chi prenda in origine le decisioni, ma si vede che una volta prese vengono eseguite dai vari soggetti in modo coordinato e preciso. Il periodo Covid è stato come una grande prova generale di questo meccanismo globale. Di esso fa parte l’Unione Europea[4], così come è organizzata oggi, che limita ormai in modo consistente le libertà e impone una propria ideologia post-cristiana, soprattutto per quanto riguarda il fronte della vita e della famiglia e, in genere, delle società naturali, compresi popoli e nazioni.  

In questo scenario molti ritengono di essere costretti a vivere dentro un sistema falso inespugnabile, come scriveva Ernst Jünger: “Le persone sono talmente adagiate nell’alveo delle strutture collettive da non essere più capaci di difendersi. Quasi non riescono più a rendersi conto di quale forza abbiano raggiunto i pregiudizi della nostra epoca detta dei lumi”. Questo induce i più accorti a dar vita a società parallele, a percorsi pressoché clandestini, che vogliono rimanere ignoti al sistema per timore di ritorsioni, nel campo sanitario, educativo, della informazione e della comunicazione, nelle relazioni monetarie, nell’utilizzo delle risorse naturali, nell’approvvigionamento del necessario fuori della rete di controllo istituzionalizzata. Pagare sempre e solo in contanti, dar vita a monete alternative o a camere economiche di compensazione che escludano l’uso della moneta ufficiale, mantenersi ignoti al sistema elettronico centralizzato, creare piccole comunità indipendenti per la coltivazione del suolo e l’utilizzo dell’acqua, sottrarsi alla digitalizzazione dell’intera esistenza, suscitare forme di cooperazione distributista … Si diffonde l’idea di una prassi alternativa, sotterranea e parallela.

Una inedita situazione ecclesiale

Questo per quarto riguarda l’assetto politico. Bisogna però riconoscere che  – fatte le debite distinzioni – qualcosa di simile è avvenuto anche nella Chiesa cattolica. Veniamo da un periodo di imposizione di una linea pastorale molto decisa, che ha diviso i fedeli in ogni diocesi, in ogni parrocchia, in ogni associazione. Molti si sono trovati in grande difficoltà ad accettare i nuovi criteri pastorali della gerarchia, sia nell’ambito liturgico che etico. Davanti a scelte favorevoli a nuove ideologie secolarizzate, come accade per esempio nella Chiesa di Germania, ci sono sacerdoti che si dissociano pubblicamente e chiedono di non appartenere più a quella diocesi, e ci sono fedeli che si organizzano diversamente per la partecipazione alla liturgia domenicale, la catechesi e l’istruzione cristiana dei propri figli. In molte diocesi non si può più parlare di biopolitica o di Dottrina sociale della Chiesa senza snaturarne i contenuti di legge naturale e di fede cattolica, queste iniziative si devono tenere in via parallela e al di fuori delle reti istituzionali. Molti hanno detto che quello presente è il momento dei laici, nel senso che essendo costoro non legati canonicamente con le istituzioni ecclesiastiche, soli possono tenere vivi certi temi e ribadire alcune verità trascurate, quando non rovesciate. Su argomenti come l’aborto o il suicidio assistito, sui quali la gerarchia è possibilista oppure tace, spetta ai laici alzare la voce e questo dà vita ad una specie di società parallela.

Dopo l’elezione del nuovo Pontefice, molti parlano di “pacificazione” nella Chiesa, e questo equivale a riconoscere che una parte di Chiesa era stata costretta ad una specie di nuova vita catacombale. Ho avuto modo di conoscere una associazione di sposi che, dopo l’abbandono del coniuge, hanno creato una comunità di sposi-per-sempre in modo da aiutarsi a conservare l’indissolubilità del matrimonio nonostante tutto: sono stati allontanati dalla loro diocesi perché avrebbero disturbato i divorziati conviventi, ecco un esempio di una comunità parallela propria di chi trova preclusa “ogni via di scampo” (Jünger). La principale caratteristica del clima ora descritto è di esercitare una imposizione di linea non fondata sulla dottrina ma sulla pastorale. Appare chiaro, però, che dietro il motivo pastorale si cela in realtà un motivo dottrinale che consiste proprio nell’assegnare alla pastorale un nuovo ruolo nella Chiesa e nella comprensione della fede[5]. A maggior ragione questo spiega la “resistenza” di molti cattolici – si pensi alle messe celebrate di nascosto durante il periodo Covid  –  in attesa che i tempi cambino e che l’orizzonte si rischiari di nuovo dopo l’alluvione

Altri due elementi hanno contribuito ad alimentare questo sistema ecclesiale davanti al quale molti si sono trovati nella necessità della resistenza clandestina. Il primo è un problematico “positivismo papista” secondo il quale ogni affermazione del Papa sarebbe magistero obbligante l’assenso. Il secondo è che sarebbe arrivato il momento di una piena accettazione della secolarizzazione che comprenda anche la secolarizzazione del papato. I due punti sono in contrasto tra loro, perché il primo rafforza impropriamente l’autorità, mentre il secondo sembra indebolirla, ma in concreto hanno agito in accordo, per cui un papato secolarizzante è diventato più obbligante. Molti, che non si sono sentiti di assumere questo obbligo, hanno vissuto forme “parallele” di vita ecclesiale. Alcuni documenti pontifici e vaticani ufficiali hanno proposto idee di fede e di morale diverse dalla dottrina tradizionale. In qualche caso la resistenza nei loro confronti è diventata ampia, in molti altri è rimasta sottotraccia, chiusa in ambiti semi-clandestini, in modo da sfuggire alle conseguenze dannose che ne potessero derivare per gli interessati. Molti si sono visti minacciati nel pensare cattolicamente e hanno continuato a farlo clandestinamente, formando micro-comunità di intesa reciproca. Seminaristi si sono passati tra loro testi di filosofi e teologi cattolici tradizionali, e addirittura di dottori della Chiesa, vietati nei Seminari da loro frequentati. Anche questi sono casi di vita parallela.

Il mondo non cristiano nei primi secoli e ai nostri tempi

I due quadri finora visti, quello politico e quello ecclesiale, si uniscono quando si esamini il tema della odierna persecuzione dei cristiani. Il bel libro di Leonardo Lugaresi “Vivere da cristiani in un mondo non cristiano”[6] sostiene che, nella sostanza, già i primi cristiani si erano trovati nella nostra situazione, ossia dentro un mondo avverso, per cui è possibile imparare da loro. Egli segnala, in particolare, due loro atteggiamenti che dovrebbero diventare anche nostri. Il primo è la krisis, ossia il giudizio che mette in crisi il mondo in cui si vive, lo coglie in contraddizione e lo destruttura, fa emergere l’errore e ciò che è inadeguato o sbagliato. Ciò va fatto entrando nella vita del mondo che viene giudicato, non tirandosene fuori e, soprattutto, coinvolgendosi nell’operazione. La chresis è il retto uso secondo verità di quanto emerso dal giudizio critico[7].

Il libro, però, non riesce a chiarire fino in fondo la principale diversità tra quel “mondo non cristiano” e l’attuale “mondo non cristiano”. Quel mondo era pre-cristiano, il nostro è post-cristiano. Il paganesimo di allora non è paragonabile al neo-paganesimo di oggi[8]. Il paganesimo antico era comunque “teista” e l’ateismo era solo di filosofi isolati, mentre il nostro è post-teista, ha eliminato qualsiasi possibilità di concepire o riferirsi al teismo, lo ha dimenticato e ha dimenticato di averlo dimenticato. Oggi avviene «la condanna per legge del cristianesimo mediante la condanna per legge della natura» e «quando la post-naturalità diventa diritto, la naturalità diventa reato»[9]. Anche  Lugaresi mette in evidenza queste nuove forme radicali di persecuzione come il «rischio concreto di finire in tribunale perché semplicemente ci si comporta da cristiani» e l’abolizione del principio dell’obiezione di coscienza[10]. Oggi, tuttavia, la persecuzione procede per vie “leggere” come l’abbandono, l’oblio, la cancellazione della presenza, la distruzione delle vestigia, la dichiarazione di inutilità, il silenzio. Oggi, nell’Occidente cristiano, i bambini non vengono battezzati, i matrimoni non vengono celebrati, i defunti non vengono sepolti[11]. Moltissime persone oggi non sentono più parlare di Cristo, non lo conoscono e non sentono nessuna mancanza in proposito. Il cristianesimo sparisce non solo come religione ma anche come lascito di civiltà, viene cancellato anche nelle sue ricadute umane. I cattolici sono combattuti davanti alle cliniche abortive, sui libri di testo, nell’educazione scolastica, nelle politiche immigratorie, nelle applicazioni del principio di laicità, nella lotta ai simboli religiosi, nella imposizione culturale dei “nuovi diritti”. Molti fedeli pensano ancora che la religione cattolica e la Chiesa abbiano delle pretese quanto al loro ruolo pubblico, e si sentono obbligati a resistere su questi punti, concependosi in antitesi radicale con il mondo attuale e per questo danno vita ad iniziative proprie di piccoli gruppi e comunità che molto assomigliano a società parallele[12].

Lugaresi analizza in profondità alcuni ambiti di azione dei primi cristiani: il tribunale, la scuola, l’economia e lo spettacolo[13], traendone in sintesi la seguente lezione: i cristiani hanno adoperato il sistema vigente fino a quanto era compatibile con la verità, lo hanno invece giudicato e messo in crisi nei suoi elementi incompatibili con la verità e, infine, hanno sviluppato quanto di positivo emerso dal giudizio critico. In questo modo il nostro Autore sembra sostenere che un simile atteggiamento richiede di non isolarsi in società parallele fuori dal sistema, ma di agire standovi dentro. Non è una esclusione della società parallela, è piuttosto l’idea che questa deve essere fatta fermentare dentro la società di tutti. Esaminando, tuttavia, la situazione di questi quattro ambiti nell’epoca romana e nel mondo attuale, si coglie la diversità radicale tra le due. Oggi le quattro realtà sono strettamente combinate tra loro ad impedire in modo pressoché totale la verità delle cose, mentre ai tempi dei primi cristiani manifestavano ancora molti elementi collegati con una saggezza naturale. La sinergia tra la distruzione del diritto naturale, la devastazione della cultura woke, la finanziarizzazione dell’economia e il nichilismo negli spettacoli lo dimostrano. Non si tratta di un acutizzarsi del negativo per motivi quantitativi ma qualitativi. All’esercizio del giudizio si è costretti a sostituire quello della condanna perché un buono da far emergere e sviluppare non c’è, e se c’è, è un residuo del passato destinato – nel proseguimento della presente logica dell’insieme – ad affievolirsi sempre di più.

La Chiesa stessa lavora per la secolarizzazione

Tornando alla situazione ecclesiale bisogna aggiungere che nella Chiesa l’accettazione della secolarizzazione è ormai tale che l’inutilità pubblica del cristianesimo in un mondo diventato adulto viene diffusamente accettata. Durante il periodo Covid, la Chiesa stessa si è dichiarata socialmente e politicamente inutile[14]. Secondo il cardinale De Kesel “La società secolare è per la Chiesa una sfida e nello stesso tempo una grazia piuttosto che una minaccia”[15]. Nella Chiesa di oggi l’espressione “società cristiana” viene decisamente respinta, soprattutto quando essa voglia assumere anche un significato politico. Nello spazio pubblico la Chiesa si concepisce come una agenzia formativa dei cittadini sul piano etico, la sua competenza sarebbe la formazione ai valori, rinunciando di avere un ruolo originale ed unico da assolvere proprio come religione. La Chiesa sarebbe solo “esperta in umanità”. Ma il solo piano etico non basta a se stesso e infatti si assiste ad una progressiva incertezza e latitanza della Chiesa anche su questo piano. Le leggi sull’aborto vengono dichiarate “buone leggi”, una legislazione sul suicidio assistito viene considerata necessaria ed utile, della dottrina sulla contraccezione si auspica la modifica, le convivenze cosiddette “prematrimoniali” (anche se tali non sono, come faceva notare il cardinale Biffi) sono ormai accettate e perfino consigliate. Alla scomparsa del cristianesimo dalla scena pubblica non provvedono solo le agenzie anticristiane del neo-paganesimo, ma anche settori della Chiesa. È quindi comprensibile che si assista ad una frammentazione dentro la quale si costituiscano gruppi e comunità di resistenza e di vita parallela, colpiti, come sono, sia dal fuoco nemico che da quello amico. Man mano che i soggetti ecclesiali favoriscono quanto una volta combattevano, dal seno della Chiesa nascono altri soggetti che li sostituiscono, ancora ecclesiali quanto ad ispirazione, ma meno istituzionali. In Italia i soggetti ecclesiali nati a suo tempo per lottare contro la legge che consentiva l’aborto di Stato hanno perduto l’identità originaria ed è comprensibile che ne nascano altri a formare una specie di società parallela per la difesa della vita.

Il giudizio sulla modernità

Vorrei ora toccare due punti della questione che mi sembrano di grande significato per una visione adeguata del problema.

Senza una consona valutazione della modernità filosofica e teologica i molti ostacoli di vario genere che inquinano l’esperienza di società parallele rischiano di minarne l’esito. Per accettare la differenza sostanziale tra il mondo non cristiano premoderno e quello moderno e postmoderno bisogna avere consapevolezza del carattere originariamente ateo della modernità filosofica e teologica[16]. Qui nasce qualcosa di mai visto, ossia una cultura atea, un modo di pensare che assume se stesso come incapace di pensare adeguatamente Dio. Questo spiega perché quello moderno non sia solo un mondo senza Dio, ma contro Dio e perché, di conseguenza, le analogie tra i due mondi, che esistono certamente, non sono completamente esaustive. La filosofia precristiana conservava eminenti tratti naturali al punto da poter essere assunta – in parte, e purificata – dal cristianesimo nascente nella definizione dei propri dogmi. Contrariamente alle dottrine della de-ellenizzazione, il cristianesimo non fu ellenizzato, ma cristianizzò il pensiero ellenico. Il concilio di Nicea condannò Ario e, così facendo, condannò anche Plotino a cui Ario si ispirava. Tra il mondo precristiano e il cristianesimo non c’era una contrapposizione aggressiva, come invece c’è con i principi della filosofia moderna. Questa ha, in più di quella, una dimensione “religiosa” di tipo gnostico. Possiede una spinta distruttiva antirealista e anticristiana interna non correggibile, anche se attenuabile in certe fasi. Perfino Paolo VI lo dichiarò nel famoso discorso conclusivo del Vaticano II, quando parlò del dialogo tra il Dio che si fa uomo e l’uomo che si fa Dio, subito precisando: «perché anche questa è una religione». Il principio di immanenza del pensiero moderno è conseguenza di questa logica di una religiosità rovesciata. Leonardo Lugaresi propone ai cristiani che vogliono vivere da cristiani in un mondo non cristiano di adoperare la krisis e la chresis, ma i due atteggiamenti non sono pienamente possibili senza questo giudizio sulla modernità. Come già detto prima, il disordine dei primi tempi cristiani non aveva toccato i livelli di profondità cui invece arriva il disordine di oggi.

Società parallela e sguardo universale

La seconda considerazione è pure di primaria importanza. Spesso le proposte di dissociarsi dal sistema e cessare di opporvisi ma di creare nel piccolo una alternativa, di formare comunità di resistenza e di vita vera anche se circoscritta vengono accusate di chiudersi nel piccolo recinto, la qual cosa non sarebbe pienamente cristiana. Lugaresi ricorda a questo proposito l’arca di Noè, una società non solo parallela ma anche alternativa, che però abbandonava il mondo al diluvio. Le critiche al libro di Dreher “Opzione Benedetto” hanno di solito queste stesse motivazioni. Nelle forme di comunità parallele dentro la Chiesa molti vedono un mortifero distacco dal corpo ecclesiale e non solo una autonomia dalle sue istituzioni. Si tratterebbe, in altre parole, di piccole comunità destinate alla morte per asfissia, chiuse dentro se stesse.

A ben vedere, però, non è detto che sia così. Anzi, può essere vero il contrario. Certo l’isolamento e l’autosegregazione è possibile, ma non scontato e inevitabile. Chi fa obiezione di coscienza generale ad un certo sistema di cose giudicandolo impraticabile, non per questo non pensa più ad esso, non partecipa alle sue sorti, non ne segue con sofferenza la vita e cessa di ragionare secondo il tutto. Quando i cattolici, a seguito del Non expedit, fecero obiezione di coscienza non ad un particolare aspetto dello Stato italiano, ma allo Stato italiano in quanto tale, come sistema, seguendo l’invito a non partecipare alla sua vita politica e trasformando la propria presenza sociale in una particolare grande società parallela, con ciò non si disinteressarono delle condizioni della nazione, non cessarono di pensare in termini di bene comune, non si chiusero negli interessi minimi, non si dissociarono dalla società intera e non peccarono di particolarismo. Anzi, proprio per amore dell’intero, nei casi molto diversi tra loro di società parallele, chi vi opera lo fa per salvare qualcosa a beneficio, in futuro, del tutto e di tutti, per conservare qualche valore non per una piccola consorteria ma perché possa tornare a beneficio di tutti. San Benedetto conservò la visuale dell’insieme sia in senso sociale che ecclesiale. Quando il Crocefisso consiglia don Camillo che la cosa principale è conservare il seme, lo invita a farlo per amore dell’umanità intera. Ernst Jünger parla di una “piccola élite”[17], di una “esigua minoranza” ma poi aggiunge “Ma quando un popolo intero si prepara a passare al bosco, il suo potere diventa terribile”[18]. La natura della società parallela di Benda non è un governo-ombra rispetto al governo ufficiale ritenuto fondato sulla menzogna, ma ritiene di incarnare delle verità non proprie ma di tutti e lo fa per il bene di tutti e non solo degli adepti. Questo differenzia queste forme di società parallela dalle utopie moderne, che si isolano e combattono il tutto perché hanno la pretesa di creare la verità, quelle, invece, per servirla. 

Cercando di ipotizzare come sarà la pastorale sociale del futuro, il vescovo Crepaldi annota che essa nascerà dal basso e avrà come protagonisti i laici: «n questo momento un posto particolarissimo in questa ripreda dal basso l’abbiano i laici. L’iniziativa deve partire da loro, anche se mi auguro che trovino sacerdoti e Vescovi disposti a dare una mano»[19]. Cominciare dal basso e in piccoli nuovi contesti non significa perdere la visuale dell’universalismo cristiano: «Bisognerà ricominciare, ma dal basso e con una nuova coscienza. Ciò non significa che le nuove proposte non vengano rivolte a tutti e in prospettiva pienamente ecclesiale, non impedirà cioè che siano proposte in modo universalistico»[20]. Un caso interessante di applicazione di questa indicazione è la scuola parentale cattolica che nasce come società parallela ma non per staccarsi dalla Chiesa bensì, al contrario, per contribuire ad un recupero da parte della Chiesa stessa della propria originalità educativa[21].

Due importanti corredi da tenere presente

Quanto osservato in questi due ultimi paragrafi ci suggerisce che queste esperienze di impegno comunitario che in questo fascicolo indichiamo sotto il nome di Società parallela o Opzione Benedetto,  non devono accettare il dogma della irreversibilità della secolarizzazione e mantenere la prospettiva reale ed universale della cristianità. A questo proposito può essere utile riprendere criticamente la posizione espressa da Chantal Delsol nel libro da noi già citato sulla fine della cristianità e il ritorno al paganesimo[22]. La cristianità viene qui presentata come “fondata sulla conquista”, come una “perversione del messaggio”, come una società “satura di dogmi”, retta sulla “profanazione dell’idea di verità”, in essa veniva esercitata una “forma di influenza e di dominio sulle anime”. Secondo la nostra autrice il concetto di verità proprio della cristianità è superato, “l’essere è avvenimento e divenire, e non definizione oggettiva” e “la verità è un sogno che inseguiamo”, “deve cessare di essere proposizione e dogma per diventare un alone di luce, una trepida speranza, una cosa inafferrabile che si attende con sogni da mendicante”. Ne consegue che “Rinunciare alla cristianità non è un sacrificio doloroso” e, a questo punto, “non è la cristianità che ci lascia, siamo noi che la lasciamo”. Secondo Delsol “credere o far credere che se crolla il cristianesimo, tutto crolla con esso è una sciocchezza”, “smettiamola di credere che siamo gli unici al mondo che possono dare un senso al mondo”. Dopo la cristianità non ci sarà l’ateismo ma un nuovo paganesimo perché il bisogno religioso dell’uomo non morirà e in questa situazione i cristiani vivranno come “eroi della pazienza e dell’attenzione e dell’amore umile”. Ecco, questa prospettiva è quanto le comunità della società parallela non devono seguire, perché in questo caso si trasformerebbero sì in piccoli circoli chiusi, sentimentalmente auto-referenziali, capaci solo di intendere se stessi come stanchi epigoni di un declino irreversibile

Stefano Fontana

(Foto: Di Georges Jansoone – Opera propria, Pubblico dominio, wikicommons)


[1] E. Jünger, Trattato del ribelle, 1951, Adelphi, Milano 1990, p. 114.

[2] Osservatorio internazionale cardinale Van Thuân, Un Deep State planetario. La politica manovrata dall’ombra, 15mo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, Cantagalli, Siena 2023.

[3] M. Milano, Il Pifferaio di Davos. Il Great Reset del capitalismo: protagonisti, programmi e obiettivi, D’Ettoris, Crotone 2024.

[4] Osservatorio internazionale cardinale Van Thuân, Finis Europae, un epitaffio per il vecchio continente?, 16mo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, Cantagalli, Siena 2024.

[5] S. Fontana, La conversione pastorale e il progressismo cattolico, “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, XV (2019) 3, pp. 104-108.

[6] L. Lugaresi, Vivere da cristiani in un mondo non cristiano. L’esempio dei primi secoli, Lindau, Torino 2024.

[7] Ivi, pp. 92-100.

[8] Su questo tema Chantal Delsol ha scritto il libro La fine della cristianità e il ritorno al paganesimo (Cantagalli, Siena 2022). Come si vede già dal titolo, l’autrice perla di un “ritorno” al paganesimo precristiano, mentre si tratta di un paganesimo radicalmente nuovo.

[9] G. Crepaldi, La Chiesa italiana e il futuro della pastorale sociale, Cantagalli, Siena 2017, p. 107.

[10] Ivi, p. 122.

[11] E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi Editore, Roma 2024, pp. 161-165.

[12] Di recente anche l’Abbé Claude Barthe, pur criticando sia la Società parallela di Havel sia l’Opzione Benedetto di Dreher in quanto confluenti, secondo lui, nella democrazia liberale, ha indicato questa possibile via d’uscita almeno nel campo educativo: https://www.resnovae.fr/la-laicita-una-mostruosita/.

[13] Rispettivamente alle seguenti pagine: 121-158; 159-204; 205-244; 245-286.

[14] S. Fontana, Forgetting the Social Doctrine of the Church in the Epoch of Coronavirus, “Communio” ed. americana, XLVII (2020) 3, pp. 634-648.

[15] J. Card. De Kesel, Cristiani in un mondo che non lo è più, “Teologia”, L (2025) 1, p. 9.

[16] S. Fontana, Ateismo cattolico? Quando le idee sono fuorvianti per la fede, Fede & Cultura, Verona 2022.

[17] E. Jünger, Il trattato del ribelle cit., p. 93.

[18] Ivi, pp. 108-109.

[19] G. Crepaldi, La Chiesa italiana e il futuro della pastorale sociale cit., pp. 103-104.

[20] Ivi, p. 110.

[21] S. Fontana, Dalla scuola dello Stato alla scuola delle famiglie, “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, XI (2015) 1, pp. 12-15.

[22] C. Delsol, La fine della cristianità e il ritorno al paganesimo cit.

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