
Indice
Le radici del male: il cattolicesimo liberale dell’ottocento
De Gasperi e i fondatori dell’europa: la realizzazione del programma liberale
Il precursore filosofico: l’ambiguità di Jacques Maritain
La cronaca del cedimento contemporaneo
Le radici teoriche della capitolazione: il laboratorio del 1977
I protagonisti dell’operazione a tenaglia
I teologi della Nouvelle Théologie: i precursori metodologici
Karl Rahner: l’architetto della svolta antropologica
I Vescovi: la cinghia di trasmissione della Rivoluzione
Bernhard Häring: il “manuale” della Rivoluzione
Il trait d’union del cedimento
Gli errori del Concilio Vaticano II
Dignitatis Humanae: La libertà religiosa come diritto
Gaudium et Spes: L’autonomia delle realtà terrene
Lumen Gentium: Il sensus fidei e la collegialità
Il metodo conciliare: pastorale vs dottrinale, l’errore più grave
Anatomia del tradimento nei documenti teologici ufficiali
Primo atto (1983): “Dignità e diritti della persona umana” – La fortezza con le porte spalancate
Secondo atto (2009): “Alla ricerca di un’etica universale”– L’eutanasia della legge naturale
La conseguenza inevitabile
I limiti della Evangelium Vitae
Il problema della mancanza di sanzioni
Il vulnus più grave
L’unica potente soluzione
L’impossibilità della vittoria nel sistema attuale
Il “male minore” peggiore del male
La capitolazione finale
La rotta di Caporetto cattolica
Conclusione
La domanda fondamentale: Cosa possiamo fare?
Il martirio della nuova era
L’armatura di Dio per la battaglia spirituale
Il dovere di stato: l’unico campo inespugnabile
Conclusione finale: Fede senza speranza umana
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La successione degli eventi della cronaca, quando si tratta di questioni bioetiche, sta diventando sempre più stucchevole. Alla richiesta dei Radicali fa da contraltare il coro dei cattolici del così detto male minore. È uno schema ripetuto dal referendum minimalista del Movimento per la Vita sino ad oggi, con risultati a dir poco sconfortanti.
Pochissimi si chiedono perché le cose non funzionano; guardando questo scenario, non posso non pensare alle parole di re Theoden nel fosso di Helm: “Come siamo giunti a questo?”
Essendomi occupato, per oltre un ventennio, di attacchi alla vita umana, ho un ricco carnet di idiozie, per non dire abomini, pronunciati da cattolici ecclesiastici di ogni ordine e grado. A distanza di anni rimango ancora basito che le posizioni più aberranti di Pannella, Bonino & C. siano state mutuate da quelle dei cattolici deviati. Pertanto, ho cercato di fare un po’ di memoria, partendo ovviamente dall’attualità.
Prendo inizialmente spunto dall’editoriale di Giacomo Rocchi sulla NBQ riguardo al Ddl Bazoli: “Suicidio assistito: sulla vita non si scende a compromessi”[1]. L’analisi di Rocchi è certamente condivisibile sui principi, ma mi sembra incompleta. Quello che manca è il riferimento al cedimento di tanti “cattolici” favorevoli alla legge, soprattutto Oltre Tevere. È importante vedere come siamo arrivati fin qui, perché la situazione odierna non è frutto del caso, ma l’esito logico di un processo iniziato oltre un secolo fa con l’infiltrazione del liberalismo nel pensiero cattolico.
Le radici del male: il cattolicesimo liberale dell’Ottocento
Prima di analizzare i cedimenti contemporanei, dobbiamo risalire alle radici del problema. Come aveva magistralmente dimostrato Louis Veuillot nel 1866 ne “L’illusione liberale”[2], il cattolicesimo liberale è una contraddizione in termini: “Il cattolico liberale non è né cattolico, né liberale. Con questo voglio dire, senza dubitare della sua sincerità, che egli non ha più né la vera nozione di libertà, né la vera nozione di Chiesa”.
Veuillot aveva perfettamente descritto il tipo umano che sarebbe diventato dominante nella Chiesa postconciliare: l’uomo che mantiene il linguaggio cattolico ma accetta la sostanza liberale. Un “settario” che predica la neutralità dello Stato come progresso rispetto alla regalità sociale di Cristo.
Don Félix Sardà y Salvany, nel 1884, aveva ulteriormente chiarito la questione nel suo “Il liberalismo è un peccato”[3]: “Il Liberalismo è l’affermazione dogmatica dell’indipendenza assoluta della ragione individuale e sociale. Il Cattolicesimo è il dogma della soggezione assoluta della ragione individuale alla Legge di Dio: Come conciliare il sì e il no di due dottrine così opposte?”
Questi autori avevano già compreso che l’accettazione del principio “Libera Chiesa in libero Stato” era l’inizio della fine per la civiltà cristiana. Eppure, questo stesso principio sarebbe diventato il fondamento della Democrazia Cristiana e, più tardi, dell’Unione Europea.
De Gasperi e i fondatori dell’Europa: la realizzazione del programma liberale
Alcide De Gasperi e gli altri “padri fondatori” dell’Unione Europea erano già intrisi di cattolicesimo liberale. La loro visione dell’Europa era nel solco di quella “libera Chiesa in libero Stato” che Veuillot aveva denunciato come settaria. Come nota il Cardinale Etchegaray[4], molto amico della massoneria: “Dopo lo Stato cristiano, del quale la Dichiarazione conciliare ha segnato la fine, dopo lo Stato ateo che ne è l’esatta e tanto intollerabile antitesi, lo Stato laico neutro, passivo e disimpegnato, è stato certamente un progresso”.
Ma lo Stato laico neutro altro non è che lo Stato ateo camuffato, come avrebbe dimostrato l’evoluzione successiva. L’Europa senza radici cristiane nella sua Costituzione non era un caso o una dimenticanza, ma la logica applicazione dei principi del cattolicesimo liberale che i suoi fondatori avevano sposato.
Il precursore filosofico: l’ambiguità di Jacques Maritain
Jacques Maritain, generalmente considerato come uno dei massimi esponenti del neotomismo nei primi decenni del XX secolo, rappresenta un caso emblematico di come intellettuali apparentemente ortodossi abbiano preparato indirettamente i cedimenti successivi.
Come riportato nel testo, Maritain sostenne posizioni filosoficamente errate sull’embrione umano[5]: “Ammettere che il feto umano, dall’istante della sua concezione, riceva l’anima intellettiva quando la materia non è ancora in nulla disposta a questo riguardo, è ai miei occhi un’assurdità filosofica. È tanto assurdo quanto chiamare bebè un ovulo fecondato. Significa misconoscere completamente il movimento evolutivo, che viene in realtà considerato un semplice movimento di aumento o di crescita”. Per poi, bontà sua, uscirsene con”uccidere un essere che possiede virtualmente la natura umana ed è fatto per essere uomo, è lo stesso delitto che uccidere un uomo”[6]. L’ambiguità di Maritain fu sfruttata dai teologi progressisti (es. Karl Rahner) per giustificare l’aborto “nei primi giorni”.
Che dire… si rimane senza parole a leggere che il filosofo di punta della cattolicità progressista possa dire che l’embrione è un essere che possiede virtualmente la natura umana. Giusto per rispondere a Maritain, ecco le argute parole del domenicano padre Giorgio Maria Carbone[7]: “Il nuovo organismo vivente a quale specie apparterrà? Dipende dalla specie vivente cui appartengono i gameti, cioè l’ovocita e lo spermatozoo. Da che mondo è mondo quando un elefante si incontra con una “signora elefante”, nasce un elefante; quindi, se lo spermatozoo è della specie homo sapiens sapiens e se l’ovocita è della stessa specie, il nuovo organismo vivente che ne deriva sarà un essere della specie umana. Quindi, l’anima è una e ciò che conta non è tanto il fatto che adesso eserciti determinate attività. Ciò che conta è che abbia la capacità reale di svolgere quelle attività. Quindi l’argomento di quegli abortisti che dicono che l’embrione nei primi giorni di vita non ha l’anima, perché non è capace d’intelligenza è un sofisma perché l’anima c’è, anche se non esercita ancora l’attività raziocinativa”.
Ma il colpo di grazia alla fragile costruzione filosofica di Maritain non viene dalla scienza o dalla sola filosofia. Viene dal cuore stesso della Fede Cattolica, da un evento concreto della Storia della Salvezza che rende ogni discussione sull’animazione mediata non solo un errore anacronistico, ma una bestemmia strisciante. Mi riferisco, come ha magistralmente sottolineato il grande bioeticista e scienziato, sacerdote benedettino, Stanley Jaki[8], alla Visitazione.
Analizziamo i fatti come ce li presenta il Vangelo. La Beata Vergine Maria, avendo appena concepito per opera dello Spirito Santo, si reca da sua cugina Elisabetta. In quel momento, Nostro Signore Gesù Cristo è un embrione di pochi giorni, esattamente quella “materia non ancora disposta” che Maritain considerava filosoficamente incapace di ricevere un’anima intellettiva. Nel grembo di Elisabetta, San Giovanni Battista è un feto di sei mesi.
Cosa accade all’incontro di queste due madri? Accade un miracolo che demolisce l’intera teologia progressista. “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo“. Non un movimento casuale, ma un sussulto profetico. È il Precursore che riconosce e adora il suo Re. È l’incontro tra due persone, un feto e un embrione.
E se ancora ci fossero dubbi, è lo Spirito Santo a dissiparli per bocca di Elisabetta, che proclama: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?”. Non “la futura madre”, ma “la madre”. E in quel momento, il “Signore” è un ammasso di poche cellule. La Rivelazione, quindi, non ci lascia spazio per le contorsioni filosofiche. Ci dice che quell’embrione non è un “essere virtuale” o un “candidato all’umanità”, ma è il Kyrios, il Signore dell’universo, in persona.
Di fronte a questo dato di Fede, l’argomento di Maritain non è solo sbagliato; diventa irrilevante e pericoloso.
Mons. Michel Schooyans, grande bioeticista difensore della vita esautorato dalla Pontificia Accademia per la Vita da Papa Francesco[9] (a pensarci ancora oggi mi vengono le lacrime agli occhi), dà il giudizio definitivo: “Maritain, pur essendo un grande filosofo, cadde in un grave errore antropologico: pensare che l’embrione non sia persona finché non mostra segni esteriori di razionalità. Ma l’uomo non è tale perché pensa; pensa perché è uomo fin dal concepimento”[10].
Il problema di Maritain non era solo questa specifica posizione sull’embrione, ma un approccio metodologico più ampio: la sua enfasi personalista, pur nobilitata da intenzioni ortodosse, apriva la porta a un soggettivismo che avrebbe minato le basi oggettive della morale; il suo tentativo di far dialogare il realismo tomista con le necessità del mondo moderno finiva spesso per essere una capitolazione alle istanze moderne, come dimostrato dalle sue posizioni sui “diritti umani” e sulla democrazia. Maritain fu uno degli ispiratori teorici della Democrazia Cristiana europea, contribuendo a quella separazione tra fede e politica che costituisce una delle radici del problema.
La cronaca del cedimento contemporaneo
Venendo ai giorni nostri, nel “Piccolo Lessico sul fine vita” del 2024 si legge che, pur richiamando la posizione del Magistero contro il suicidio assistito, “possono emergere ragioni per interrogarsi se, in determinate circostanze, possano ammettersi mediazioni sul piano giuridico in una società pluralista e democratica”. Il ragionamento è che contribuire a una mediazione servirebbe a evitare esiti più permissivi e a favorire la coesione sociale.
Nel 2017, Papa Francesco scrive al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita parlando della necessità di “un supplemento di saggezza” e auspicando “un clima di reciproco ascolto e accoglienza”. Avvenire, prontamente, suona la grancassa sostenendo che “ciò che è imperfetto potrebbe essere migliorato, corretto, reso adeguato, invece che accantonato senza fine”.
Francesco D’Agostino, nel novembre 2017, arriva al punto di esortare ad abbandonare quella che chiama “un’indebita bioetica difensiva” e ad affrontare “con pacatezza” le tematiche bioetiche. Ma già nel marzo dello stesso anno aveva proposto di “abbandonare in parte (solo in piccola parte!) il vecchio paradigma della medicina ippocratica”. Qui mi sono fermato a riflettere: quale piccola parte del paradigma ippocratico si vuole abbandonare? E quale paradigma nuovo si vuole abbracciare?
Vittorio Possenti, già nel 2009, sosteneva che “in una prospettiva agnostica e non religiosa sia molto difficile, se non impossibile, fondare il principio dell’assoluta indisponibilità della propria vita”.
Le radici teoriche della capitolazione: il laboratorio del 1977
Ma questi cedimenti contemporanei non sono degenerazioni impreviste. Sono l’applicazione coerente di principi teorici formulati sistematicamente già nel 1977, nel volume “L‘aborto. Il dibattito nella discussione teologica cattolica“, edito da Queriniana e curato da Gianangelo Palo. È significativo che questo volume preceda di appena un anno la Legge 194, approvata il 22 maggio 1978 e firmata da ministri tutti democristiani del governo Andreotti III. La firma della Legge 194 non fu semplicemente una sconfitta politica per il mondo cattolico; fu un atto di alto tradimento, un’apostasia consumata nel cuore stesso del potere democristiano.
Questo volume della Queriniana rappresenta la “formazione titolare” di quel pensiero che ha plasmato il dibattito e preparato il terreno intellettuale per le decadi successive. L’elenco degli autori è impressionante: Alfons Auer, Philippe Roqueplo, Jacques-Marie Pohier, Enda McDonagh, Daniel Callahan, Carlos-Josaphat Pinto de Oliveira, Enrico Chiavacci, Stephan H. Pfurtner. Un vero “gotha” della teologia morale progressista europea e americana.
Ma il “laboratorio del 1977” non era un esercizio accademico: era la preparazione teorica per legittimare quello che sarebbe accaduto l’anno successivo. I democristiani che firmarono la 194 non tradirono per opportunismo, ma applicarono coerentemente i principi che questi teologi, e non solo, avevano elaborato.
I protagonisti dell’operazione a tenaglia
Fu un’operazione a tenaglia, condotta con una coerenza strategica impressionante:
Alfons Auer, prete diocesano e ordinario di teologia morale alla facoltà di teologia cattolica all’Università di Tubinga, ha fondato una morale laica “cristianamente approvata”, sostenendo che la morale cristiana non è un’etica speciale, ma l’approfondimento dell’etica umana universale. Con questa mossa, ha espulso Dio dalla legge e dal dibattito pubblico come fonte di norme vincolanti. Le sue parole sono illuminanti: “Per efficacemente opporsi all’atroce miseria degli aborti si dovrà affrontare anche la questione della sterilizzazione. Quale aiuto per i coniugi più anziani non dovrebbe essere totalmente indiscutibile”.
Stephan H. Pfurtner, domenicano, direttore dello studio domenicano di Walberberg e ordinario di teologia morale all’Università di Friburgo in Svizzera, teorizzò la”Contraccezione responsabile per evitare gravidanza indesiderata”. Nel memorandum evangelico-cattolico, alla cui introduzione ha collaborato il card. Dopfner, si dichiara sostenibile la depenalizzazione dell’aborto su indicazione medica. La sua argomentazione è tipicamente utilitarista: “Ma si può a tutti i costi pretendere da un non ancora nato, o da sua madre, o dalla famiglia un’esistenza pesantemente gravosa? L’intangibilità della vita umana la si deve completare con la vita degna di un uomo”.
Philippe Roqueplo, domenicano, consigliere ecclesiastico alla Union catholique des Scientifiques francais e insegnante di filosofia e scienze nell’Institute catholique di Parigi, ha teorizzato la separazione invalicabile tra l’ordine del “Savoir” (sapere scientifico, pubblico) e l’ordine della “Foi” (fede, senso privato). Ha fornito alla politica cattolica la giustificazione teologica perfetta per dichiarare la propria impotenza e ritirarsi dal campo. Ma le sue parole sono ancora più radicali[11]: “Risulta un errore invocare il rispetto della vita umana per proibire l’aborto precoce. La stessa cosa capita, a mio avviso, nella pratica in vitro: questa pratica s’imporrà, almeno in certi casi, come morale e questa evidenza morale implicherà il convincimento che l’embrione così prodotto non è un essere autenticamente umano […]. Questo embrione non è autenticamente umano perché non è mai stato destinato a diventare un uomo, perché nessuno ha mai voluto farne un uomo. Questa conclusione mi sembra valga anche nel caso dell’embrione di cui una donna, in piena lucidità, non appena capisce di essere incinta, decide d’interrompere lo sviluppo. Non vedo in nome di che cosa si potrebbe essere sicuri che questa donna, agendo in tal modo, si opponga inevitabilmente al rispetto che ognuno di noi deve a ogni vita autenticamente umana”.
Pare che l’ex domenicano Roqueplo sia stato fonte di discernimento per papa Francesco[12]: “Un filosofo francese, negli anni Settanta, aveva fatto una distinzione che a me ha dato molta luce, si chiamava Roqueplo e mi ha dato una luce ermeneutica. Lui diceva: per capire una situazione bisogna dare tutte le spiegazioni e poi cercare i significati, cosa significa socialmente, cosa significa personalmente, o religiosamente?”. Mah…
Jacques-Marie Pohier, prete domenicano, professore e vice rettore nella facoltà di Le Saulchoir, specializzato nel discorso interdisciplinare tra morale, teologia e psicologia, ha decostruito la legge naturale, negando che esista una verità iscritta nel nostro essere. Ha aperto la porta a tutte le manipolazioni della vita, rendendo la moralità una costruzione della coscienza soggettiva. Le sue parole si sono rivelate una profezia al contrario: “Molte persone, nella mia chiesa, affermano: la legalizzazione dell’aborto conduce all’eugenismo, all’eutanasia, all’infanticidio. Ora, dal semplice punto di vista dei fatti, tutto questo è falso. Mi si indichi un solo paese in cui questo è avvenuto”. Questo “falso profeta” ha negato esattamente ciò che poi è puntualmente accaduto in tutti i paesi che hanno legalizzato l’aborto.
Enda McDonagh ha fornito la giustificazione pastorale, sostenendo il primato della coscienza individuale nelle “situazioni di conflitto”. È il padre spirituale dell’approccio basato sulla “misericordia” che mette tra parentesi la verità.
Daniel Callahan ha elaborato il modello politico del compromesso democratico, teorizzando che in una società pluralista la legge debba essere il risultato di una mediazione, non l’espressione della verità.”La mia posizione è che l‘aborto sia da concedere legalmente dietro richiesta fino alla 12a settimana di gravidanza: questo aborto è giustificabile moralmente in certe circostanze”;”Quando la vita umana incomincia e quando la vita umana, una volta cominciata, merita o richiede pieno rispetto, sono due questioni diverse”.
Carlos-Josaphat Pinto de Oliveira ha relativizzato l’aborto annegandolo nella lotta più ampia contro la “violenza strutturale”, fornendo l’alibi perfetto per essere “pro-choice” ma sentirsi “pro-life”[13].
Enrico Chiavacci ha tradotto tutto in termini giuridici, sostenendo che lo Stato può rinunciare a penalizzare l’aborto per ragioni di opportunità ed efficacia.
I teologi della Nouvelle Théologie: i precursori metodologici
Per completare il quadro, dobbiamo considerare anche i grandi nomi della Nouvelle Théologie che, pur mantenendo un linguaggio più ortodosso, prepararono il terreno teorico per i cedimenti successivi.
Henri de Lubac, con la sua teoria del desiderio naturale del soprannaturale, contribuì a relativizzare la distinzione natura/grazia. Se la natura umana è già intrinsecamente orientata al soprannaturale, le norme “esterne” diventano meno vincolanti rispetto all’esperienza interiore.
Yves Congar, valorizzando l’esperienza dei laici, aprì la strada al primato della loro “esperienza vissuta” contro le norme del Magistero. La sua ecclesiologia collegiale relativizzò l’autorità pontificia, preparando il terreno per il dissenso “legittimo”.
Marie-Dominique Chenu teorizzò l’attenzione ai “segni dei tempi” con un’ermeneutica storicista: se la verità si manifesta attraverso la storia, anche le norme morali devono essere reinterpretate secondo l’evoluzione dei tempi. Secondo Chenu[14], la Rivelazione di Dio non si è conclusa con gli Apostoli in modo statico. Dio continua a “parlare” attraverso gli eventi della storia umana, attraverso i movimenti culturali, sociali e politici. La secolarizzazione, l’ascesa della classe operaia, la decolonizzazione, il progresso scientifico non sono solo fenomeni mondani; sono “luoghi teologici” (loci theologici), “segni” che la Chiesa ha il dovere di interpretare per capire la volontà di Dio per il presente. Questo capovolge il metodo tradizionale. La Chiesa non deve più giudicare il mondo a partire dalla sua dottrina immutabile (metodo deduttivo). Deve, al contrario, mettersi in ascolto del mondo per “scoprire” la Parola di Dio che si manifesta oggi (metodo induttivo). Il mondo diventa una fonte di rivelazione. Chenu è un critico implacabile della “Cristianità” medievale e del regime costantiniano. Cosa dice Chenu: La Cristianità, con la sua stretta alleanza tra trono e altare, con la sua pretesa di un potere sociale e politico, è stata una deviazione storica che ha “incrostato” il Vangelo di mondanità. Ha trasformato la Chiesa da comunità profetica a istituzione di potere. La fine della Cristianità (a causa della Riforma, della Rivoluzione francese, della secolarizzazione) non è una tragedia, ma una provvidenziale liberazione. Pertanto – secondo Chenu – la Chiesa non deve rimpiangere la perdita del suo status privilegiato. Al contrario, deve accogliere con gioia la secolarizzazione perché le permette di ritornare a una presunta “purezza evangelica”, di essere una Chiesa “serva e povera” (ritornerà lo stesso tema), un “fermento” nel mondo e non più un’istituzione che domina il mondo. Chenu sviluppa una teologia dell’Incarnazione che tende a valorizzare enormemente il “profano” e il “terreno”. Per lui con l’Incarnazione, Cristo ha santificato non solo la natura umana, ma tutta la realtà creata. Non c’è più una separazione netta tra “sacro” e “profano”. La grazia non è solo qualcosa che scende dall’alto tramite i sacramenti, ma è immanente alla storia umana, al lavoro, alla cultura, alla politica. Il cristiano non deve “fuggire” dal mondo, ma impegnarsi nel mondo per scoprire e portare a compimento la grazia che già vi opera segretamente. Questo porta a una visione estremamente positiva della modernità. Se la grazia è già all’opera nella storia e nel progresso umano, il dialogo con le forze moderne (anche socialiste e laiche) non è un compromesso con il nemico, ma un dovere per riconoscere l’opera dello Spirito Santo. Questo è il fondamento teologico della “svolta antropologica” di Gaudium et Spes e del Post-concilio.
A questi precursori metodologici si aggiunsero i radicalizzatori: Edward Schillebeeckx sviluppò una teoria per cui le norme morali devono essere sempre mediate dalla situazione concreta; Hans Küng teorizzò che le norme morali dovessero essere frutto di consenso democratico piuttosto che di autorità magisteriale; il Cardinale Suenens tradusse le teorie progressive in orientamenti pastorali concreti; Dom Helder Camara inquadrò tutti i temi morali nella lotta contro le “strutture di peccato”, relativizzando la gravità dell’aborto nel contesto più ampio della “violenza strutturale”.
Karl Rahner: l’architetto della svolta antropologica
Karl Rahner (1904-1984) rappresenta una figura ancora più centrale nella genealogia del cedimento cattolico. Rahner ha dedicato la sua riflessione a quello che viene indicato come “svolta antropologica”, cioè la trasformazione culturale che rifiuta di vedere la realtà come carica di un rimando assoluto, leggendola invece come realtà puramente storica.
Rahner sviluppò una teologia che metteva al centro l’esperienza umana piuttosto che le norme oggettive. La sua teoria del “cristiano anonimo” implicava che ogni persona, anche senza conoscere esplicitamente Cristo, potesse essere in rapporto salvifico con Dio attraverso la propria coscienza. Questo approccio relativizzava inevitabilmente l’importanza della dottrina esplicita e delle norme morali oggettive.
Nel campo specifico della bioetica, Rahner arrivò a posizioni sconcertanti[15]: “Nessun teologo affermerà di poter portare la prova che l’interruzione volontaria di gravidanza sia, in ogni caso, un omicidio. Sarebbe pur lecito pensare che, una volta ammessa l’esistenza di un serio e positivo dubbio circa l’autentica fisionomia umana del materiale sperimentale, parlino a favore dell’esperimento (con embrioni umani) solidi argomenti i quali, soppesati dalla ragione, risultino più forti dell’incerto diritto vantato dall’esistenza solo dubbia di un uomo”.
Rahner discute il caso di malformazioni fetali gravi (es. anencefalia) e suggerisce: “ Se il feto è affetto da tali malformazioni che, anche se nascesse, non potrebbe sviluppare una vita umana cosciente, l’aborto potrebbe non essere un peccato mortale se compiuto per evitare un danno psichico insostenibile alla madre”[16]. Problema: Rahner non condanna l’aborto in sé, ma lo lega alla valutazione soggettiva del “danno psichico”.
Qui Rahner applica il suo “proporzionalismo”: “In casi estremi, dove la continuazione della gravidanza minaccia la stabilità psicofisica della madre, la coscienza individuale può giudicare diversamente dalla norma generale”[17]
La metodologia rahneriana fu devastante, perché la verità morale doveva essere mediata dall’esperienza concreta della persona, rendendo le norme universali sempre “relative” alla situazione. Enfatizzando l’apertura trascendentale dell’uomo, Rahner relativizzava l’importanza delle mediazioni storiche e dottrinali concrete. Come perito del Concilio Vaticano II, Rahner influenzò profondamente la Gaudium et Spes e l’impostazione antropocentrica che avrebbe caratterizzato la Chiesa post-conciliare.
I Vescovi: la cinghia di trasmissione della Rivoluzione
Queste teorie sarebbero rimaste nei convegni accademici se non avessero trovato traduttori pratici di alto livello. La strategia episcopale è stata sottile e devastante: non negare la dottrina in astratto, ma renderla inapplicabile nella pratica, svuotandola dall’interno.
Il Cardinale Carlo Maria Martini è stato l’intellettuale dubbioso per eccellenza, il leader che ha reso “rispettabile” l’erosione della certezza. La sua strategia era porre “domande”, sollevare “dubbi”, esaltare la “complessità” che rende la norma generale inadeguata. Non ha mai sostenuto l’eutanasia, ma ha teorizzato un'”anticamera della morte” dove la Chiesa non dovrebbe interferire con la coscienza del malato. Ha incarnato perfettamente il metodo dei teologi del ’77, anche nelle parole: “L’aborto è sempre qualcosa di drammatico, che non può in nessun modo essere considerato come un rimedio per la sovrappopolazione, come mi pare avvenga in certi paesi del mondo. Naturalmente non intendo comprendere in questo giudizio anche quelle situazioni limite, dolorosissime anch’esse e forse rare, ma che possono presentarsi di fatto, in cui un feto minaccia gravemente la vita della madre. In questi e simili casi mi pare che la teologia morale da sempre ha sostenuto il principio della legittima difesa e del male minore, anche se si tratta di una realtà che mostra la drammaticità e la fragilità della condizione umana”[18]. Il feto come minaccia grave per la vita della madre è un vero capolavoro di idiozia mortifera.
Il Cardinale Godfried Danneels è stato il pragmatista della mediazione, l’uomo che ha lavorato per “governare” la secolarizzazione dall’interno. L’episodio con re Baldovino del Belgio è emblematico: di fronte alla crisi di coscienza del re sulla firma della legge abortista, Danneels non lo incoraggiò all’obiezione eroica, ma cercò soluzioni politiche di compromesso.
Il Cardinale Joseph Bernardin ha importato la strategia in America con la teoria della “tunica inconsutile”, inquadrando l’aborto in un’unica “etica della vita” che include povertà, guerra, pena di morte. L’effetto pratico è stato relativizzare la gravità unica dell’aborto, fornendo ai politici cattolici liberal la giustificazione per dirsi “pro-life” pur votando a favore dell’aborto.
L’Episcopato Tedesco ha istituzionalizzato il dissenso fin dalla “Dichiarazione di Königstein” del 1968: si riafferma formalmente la dottrina del Papa, poi si dichiara che la decisione finale spetta alla “coscienza ben formata”. È la formula perfetta per salvare la faccia e dare il via libera al dissenso pratico.
Bernhard Häring: il “manuale” della Rivoluzione
Ma per comprendere appieno la genealogia del cedimento, dobbiamo risalire ancora più indietro, a Bernhard Häring, il vero “mastermind” della rivoluzione morale cattolica. Häring non fu semplicemente un dissidente, ma l’architetto di un sistema teologico alternativo che, mantenendo le apparenze dell’ortodossia, svuotava dall’interno tutta la morale cattolica. La sua strategia fu diabolicamente geniale: usava sempre terminologia cattolica (“Legge di Cristo”, “dignità della persona”, ecc.), ma svuotava questi concetti del loro contenuto oggettivo e arrivava a conclusioni completamente opposte alla dottrina tradizionale.
Nel suo “Medical Ethics” del 1973, Häring applicò sistematicamente questi principi ai temi della vita, sostenendo che l’embrione umano non diventa persona fino al venticinquesimo giorno e difendendo sterilizzazione, contraccezione e inseminazione artificiale sulla base del “proporzionalismo” – la teoria per cui non esistono atti intrinsecamente malvagi ma tutto dipende dalle “circostanze” e dalle “intenzioni”.
Il trait d’union del cedimento
Esiste un filo conduttore che lega tutte queste posizioni “cattoliche”: l’accettazione della laicità dello Stato che non può esimersi dal prendere in considerazione tutte le visioni della vita – religiosa, agnostica e atea. Seguendo il principio del “libero Stato in libera Chiesa”, si finisce per abbandonare i principi cattolici per cercarne di condivisi.
Cerco di dare una risposta partendo dalla dottrina cattolica precedente il Concilio Vaticano II. Il vero problema sta nella separazione tra Stato e Chiesa, cavallo di battaglia del liberalismo, che è la causa principale dell’attacco alla vita umana.
Il cardinale Newman, nel suo celebre “Discorso del biglietto” del 1879, aveva già messo in guardia: “Non c’è mai stato un piano del Nemico così abilmente architettato e con più grandi possibilità di riuscita. E, di fatto, esso sta ampiamente raggiungendo i suoi scopi, attirando nei propri ranghi moltissimi uomini capaci, seri ed onesti”.
Il liberalismo distrugge la vera religione insegnando che “tutte devono essere tollerate, perché per tutte si tratta di una questione di opinioni”. Ma Leone XIII, nell’enciclica “Au milieu des sollicitudes” del 1892, era chiarissimo: “la religione, e solamente essa, è capace di creare il vincolo sociale; solo la religione può tenere ancorata la pace di una nazione a solide fondamenta”.
Nell’enciclica “Immortale Dei“[19] del 1885, Leone XIII ci ricorda che “il potere pubblico per se stesso non può provenire che da Dio” e che i Principi “tra i loro più sacri doveri devono porre quello di favorire la religione, difenderla con la loro benevolenza, proteggerla con l’autorità e il consenso delle leggi”.
Il Papa spiegava che “Dio volle ripartito tra due poteri il governo del genere umano, cioè il potere ecclesiastico e quello civile, l’uno preposto alle cose divine, l’altro alle umane. Entrambi sono sovrani nella propria sfera” ma devono collaborare armoniosamente.
Poi Leone XIII stigmatizza l’errore in cui siamo immersi fino al collo: quel “pernicioso e deplorevole spirito innovatore” che proclama principi secondo cui “nessuno ha il diritto di comandare agli altri” e lo Stato “non si riterrà vincolato ad alcun dovere verso Dio”.
Gli errori del Concilio Vaticano II
Per comprendere appieno come siamo arrivati a questo punto, dobbiamo analizzare gli errori contenuti nei documenti conciliari che hanno reso possibile tutta la deriva successiva. Non si tratta di semplici “ambiguità” o “interpretazioni errate”, ma di vere e proprie rotture con la dottrina tradizionale.
Per comprendere la natura del disastro non servono interpretazioni esterne. Basta ascoltare, con attenzione e senza filtri, la voce dei suoi stessi protagonisti. La rivoluzione nella Chiesa non fu un incidente di percorso; fu un progetto consapevole, una “vittoria” i cui architetti non hanno mai nascosto il loro vero intento. La loro sincerità, oggi, suona come una condanna.
Il primo a proclamare la natura rivoluzionaria dell’evento fu una delle figure più influenti e potenti del Concilio, il Cardinale Léon-Joseph Suenens, scelto da Paolo VI come moderatore. In un’intervista del 1969, egli dichiarò senza mezzi termini: ”Il Vaticano II è il 1789 della Chiesa”[20]. Una frase la cui portata è terrificante. Il 1789 non è una data di pace e continuità; è il simbolo della presa della Bastiglia, della fine di un mondo, della scristianizzazione imposta con la ghigliottina. E per chi avesse dubbi sull’autenticità di una simile affermazione, basti notare che essa è riportata persino nella monumentale Storia del Concilio Vaticano II[21] diretta da Giuseppe Alberigo, il massimo esponente della “Scuola di Bologna”. Lì non è presentata come un’accusa, ma come la conferma del carattere epocale di discontinuità che il Concilio ha rappresentato, dimostrando che l’interpretazione del Concilio come rottura è condivisa dagli stessi promotori della “svolta”.
A questa confessione politica fa eco quella teologica del Cardinale Joseph Ratzinger. Nel suo libro del 1982, Teoria dei principi teologici, offrì una diagnosi di una lucidità spietata. Riferendosi a Gaudium et Spes, il documento-manifesto della nuova era, scrisse: “Se è desiderabile offrire una diagnosi del testo per intero, potremmo dire che (in congiunzione con i testi sulla libertà religiosa e le religioni del mondo) è una revisione del Sillabo di Pio IX, una sorta di controsillabo”. Un controsillabo. Non uno sviluppo, non un approfondimento, ma il suo esatto contrario. Ratzinger stesso ammette, con onestà intellettuale, che il Concilio ha operato un rovesciamento programmatico, un tentativo di riconciliazione con quei principi del mondo moderno che i Papi precedenti avevano solennemente condannato. Lo stesso concetto fu ribadito, in termini più accessibili, nel celebre libro-intervista Rapporto sulla fede[22] (1985), dove descrisse il Concilio come il tentativo di porre fine alla “guerra fredda” col mondo inaugurando una nuova stagione di apertura e dialogo.
Poi ci sono i teologi, i veri ingegneri della rivoluzione. In sostanza – come ci ricorda Roberto De Mattei – la portata rivoluzionaria del Concilio fu ammessa dagli stessi protagonisti. Si cita spesso una frase attribuita al padre Yves Congar che riassume perfettamente lo spirito dell’evento: ‘La Chiesa ha fatto, pacificamente, la sua rivoluzione d’ottobre’. Ma al di là di questa singola affermazione, è l’intera documentazione storica – dai diari privati dei Padri conciliari agli atti ufficiali – a dimostrare senza ombra di dubbio che il Vaticano II fu vissuto e inteso da chi ne fu artefice non come una riforma nella continuità, ma come un capovolgimento epocale.
Lo stesso si può dire per un altro architetto della svolta, il padre Marie-Dominique Chenu. Gli viene attribuita una frase che, ancora una volta, pur essendo probabilmente una parafrasi, descrive la sua opera con una precisione devastante: “Il Concilio Vaticano II ha compiuto ciò che la Riforma protestante non riuscì a realizzare: una secolarizzazione interna della Chiesa”. Il suo programma teologico, espresso chiaramente in opere come La Parole de Dieu, era esattamente questo: sostituire la Tradizione con la Storia (attraverso i “segni dei tempi”), decretare la fine della Cristianità come una “liberazione provvidenziale”, e santificare il mondo e il suo progresso vedendovi un’opera immanente della grazia. Chenu ha fornito le armi teologiche per giustificare l’apertura al mondo e la dissoluzione della Chiesa nella “fermento della storia”.
Messe insieme, queste voci non sono note stonate o occasionali, ma compongono una sinfonia coerente e terrificante. È la sinfonia della capitolazione. C’è un accordo di fondo tra i leader politici, i teologi di punta e persino i custodi futuri dell’ortodossia: il Vaticano II è stato una rottura. Una rivoluzione, un “Controsillabo”, un “1789”, una nuova era. La divergenza tra loro e noi non sta nella diagnosi dell’evento, ma nel giudizio di valore su di esso.
Per loro, questa rottura fu una vittoria, una liberazione dalle catene di un passato oscurantista. Per noi, e per la storia che abbiamo documentato, fu l’atto di suicidio con cui la Chiesa, invece di convertire il mondo, ha permesso al mondo di convertire lei. Le parole trionfanti dei suoi artefici sono diventate, col senno di poi, l’epitaffio di una civiltà e la confessione involontaria di un tradimento.
Questo modo di argomentare mostra che non solo l’ala “conservatrice”, ma anche quella “progressista” è concorde nel definire il Vaticano II un evento di rottura. A quel punto, l’unica domanda retorica che si impone è: una rivoluzione come il 1789, che ha portato alla ghigliottina e alla scristianizzazione, può mai essere un bene per la Chiesa?
Dignitatis Humanae: La libertà religiosa come diritto
Il documento più devastante è senza dubbio la Dignitatis Humanae, che proclama: “Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa”. Non si tratta più, come nella dottrina tradizionale, della libertà di abbracciare l’unica vera religione, ma del diritto di professare qualsiasi religione o anche nessuna religione.
La conseguenza è inevitabile: se tutte le religioni hanno pari dignità davanti alla legge, lo Stato non può più riconoscere Cristo come Re. La neutralità religiosa dello Stato diventa un obbligo morale, non più un errore da combattere. È la detronizzazione ufficiale di Cristo dalla società.
Leone XIII nella Libertas aveva chiaramente condannato questa concezione: “La libertà di pensare e di pubblicare i propri pensieri non deve mai essere annoverata tra i diritti, quando degenera oltre misura dalla ragione e diventa manifestamente nociva”. Il Concilio capovolge questa dottrina senza spiegare come questo sia compatibile con l’infallibilità della Chiesa.
Ma il veleno più sottile sta nel n. 3, dove si afferma che “l’uomo coglie e riconosce gli imperativi della legge divina attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza. E non si deve neppure impedirgli di agire in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso“.
Se la coscienza individuale è il criterio ultimo della verità morale, con quale autorità la Chiesa può dichiarare certi atti sempre intrinsecamente malvagi, aborto ed eutanasia compresi?
Il filosofo laicista Maurizio Mori afferma apertis verbis nel suo libriccino”Aborto e morale”[23]: “Infatti, una legislazione che vietasse l’aborto violerebbe il diritto di coloro che non accettano il principio di sacralità della vita di comportarsi conformemente alla propria visione del mondo. In breve, il divieto di aborto sarebbe contrario al diritto di”libertà religiosa” tipico del mondo moderno, sancito dall’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948): “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione””.
Gaudium et Spes: L’autonomia delle realtà terrene
Ancora più sottile, ma altrettanto devastante, è l’errore contenuto nella Gaudium et Spes (n. 36) sull'”autonomia delle realtà terrene”: “Se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e la stessa società umana godono di leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza di legittima autonomia”.
Questa formulazione è ambigua e pericolosa. Sembra dire che le realtà terrene (scienza, politica, economia) hanno leggi proprie indipendenti dalla legge di Dio. Ma se la politica e la scienza sono “autonome” dalla legge divina, con quale autorità la Chiesa può dire che l’aborto è sempre un male intrinseco? Se la scienza è autonoma, perché non può decidere quando inizia la vita umana secondo i suoi criteri?
Ma il vero veleno della Gaudium et Spes sta nelle sue conclusioni (nn. 91-93), dove si teorizza un dialogo universale che relativizza la missione evangelizzatrice della Chiesa. Il documento afferma che la Chiesa deve “stabilire un dialogo fiducioso” con tutti, inclusi “coloro che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne riconoscano ancora l’autore” e persino “coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano”. Questo dialogo viene presentato come fine a se stesso, non più orientato alla conversione ma al “costruire insieme il mondo nella vera pace”. È la nascita del “dialogo ecumenico” e “interreligioso” che ha sostituito la missione evangelizzatrice tradizionale. La conseguenza logica è che non esiste più una verità unica da proporre al mondo, ma tante verità parziali da “dialogare” in vista di una sintesi superiore. Tra le tante verità, come visto, spiccano quelle bioetiche.
Mentre la Gaudium et Spes menziona il peccato al n. 13, il problema è che l’intera impostazione del documento minimizza drasticamente gli effetti del peccato originale: “Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l’uomo però, tentato dal Maligno, fin dagli inizi della storia abusò della libertà, erigendosi contro Dio“, ma poi, nei numeri successivi, si parla dell’uomo come se fosse ancora capace di realizzare da solo un dominio perfetto sul mondo, dimenticando che la concupiscenza e l’orgoglio rendono questo progetto utopico e pericoloso. Il vero problema è che la Gaudium et Spes, pur menzionando il peccato, struttura tutto il suo discorso come se l’uomo post-lapsario fosse ancora l’uomo integro delle origini, capace di dominare saggiamente il creato e costruire una società perfetta. La conseguenza pratica di questo errore antropologico è stata l’accettazione acritica del progresso tecno-scientifico e della neutralità dello Stato, che hanno portato alla secolarizzazione e, infine, alla cultura della morte che stiamo vivendo oggi.
L’effetto pratico è stato quello di legittimare la separazione tra fede e ragione che abbiamo visto all’opera nei teologi del 1977. Roqueplo non ha fatto altro che applicare questa “autonomia”: il Savoir (scienza autonoma) e la Foi (fede privata) appartengono a sfere separate.
Lumen Gentium: Il sensus fidei e la collegialità
La Lumen Gentium introduce due novità che hanno indebolito l’autorità magisteriale: il sensus fidei del popolo di Dio (n. 12) e la collegialità episcopale (n. 22).
Il sensus fidei, pur esistendo nella tradizione, viene presentato in modo da suggerire che il popolo di Dio possa in qualche modo “correggere” o “integrare” il Magistero attraverso la sua esperienza di vita. Questo ha fornito la base teologica per l’appello alla “esperienza pastorale” contro la dottrina. McDonagh e gli altri pastoralisti non hanno fatto altro che invocare il sensus fidei delle coppie che “vivono la realtà” contro le norme “astratte” del Magistero.
La collegialità, dal canto suo, ha relativizzato l’autorità pontificia distribuendola tra tutti i vescovi. Il risultato pratico è stato che ogni conferenza episcopale si è sentita autorizzata a “adattare” la dottrina alle proprie circostanze locali, come abbiamo visto con la Dichiarazione di Königstein dell’episcopato tedesco.
Inoltre, la possibilità di salvezza seguendo la sola coscienza ha minato il fondamento dell’obbligatorietà della dottrina cattolica (16).
Il metodo conciliare: pastorale vs dottrinale, l’errore più grave.
Ma l’errore più grave del Concilio non sta solo nei contenuti, ma nel metodo. Giovanni XXIII aveva annunciato un concilio “pastorale” e non “dottrinale”, come se si potesse separare la pastorale dalla dottrina. Questo ha creato la mentalità per cui si può mantenere formalmente la dottrina ma cambiarla nella pratica “pastorale”.
È esattamente quello che abbiamo visto con i vescovi progressisti: non negano la dottrina sull’aborto, ma la rendono inapplicabile attraverso la “complessità” pastorale. Il Concilio ha legittimato questo approccio schizofrenico.
Anatomia del tradimento nei documenti teologici ufficiali
Per chi ancora si illudesse che la capitolazione della Chiesa sia un fenomeno di sola prassi pastorale, basta analizzare i documenti prodotti dal suo più alto “think tank” teologico, la Commissione Teologica Internazionale (CTI). Lì, non troviamo la resistenza alla modernità, ma la sua inesorabile metabolizzazione. I testi del 1983 e del 2009 sono le prove d’appello che confermano una condanna già scritta: non si tratta di un incidente, ma di un progetto.
Primo atto (1983): “Dignità e diritti della persona umana”[24] – La fortezza con le porte spalancate
Questo documento è il manifesto teologico dell’ottimismo wojtyliano. A prima vista, una difesa imponente della dignità umana; in realtà, la consacrazione della resa strategica al liberalismo. Il fatto, sorprendente per molti, è che non esista una definizione giuridica universalmente accettata dei diritti umani. Lo ammette la stessa CTI:
“Ammesso che quello fondamentale della dignità umana sia da ritenere come il valore sommo […], bisogna innanzitutto definire con chiarezza e precisione i diritti dell’uomo e fissarne la formulazione giuridica.”
Dopo aver ammesso che l’intero edificio poggia sul nulla, il documento cerca invano di definire questi diritti in modo convenzionale, compiendo una rinuncia clamorosa e totale alla Verità come loro unico fondamento possibile. Sentite con quale logica mondana si propone di fondarli:
“[…] dipenderà dal consenso che si riuscirà a ottenere al di là delle diverse concezioni (filosofiche e sociologiche) sull’uomo. Una volta ottenuto, tale consenso servirà come fondamento […] Ora, questo fondamento sta in quei tre principi basilari che sono la libertà, l’uguaglianza e la partecipazione.”
In questa Dichiarazione, la Verità scompare. I diritti umani sono visti in funzione del “consenso” ottenibile e di tre principi figli diretti della Rivoluzione Francese. La “libertà” a cui si fa appello assomiglia molto di più alla formula rivoluzionaria –”poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri” – che alla dottrina cattolica, secondo cui, come insegnava Leone XIII nella Libertas, essa”presuppone la necessità di ottemperare alla suprema ed eterna ragione, che altro non è se non l’autorità di Dio”.
Ma il tradimento si fa esplicito poche righe dopo, in una frase da ponderare attentamente: “il nesso esistente tra i tre principi basilari esclude qualsiasi interpretazione unilaterale”. Ora, qual è l’interpretazione “unilaterale” per eccellenza se non quella unica e vera del Magistero perenne della Chiesa? Il documento lo conferma subito, spiegando come si ottiene il consenso:
“Per ottenere un simile consenso giuridico internazionale, è necessario prescindere, metodicamente, dai conflitti dottrinali del passato e dai modelli più restrittivi, propri di alcune comunità.”
Ecco l’auto-decapitazione teologica nero su bianco. Per entrare nel salotto buono del mondo, la Chiesa deve “prescindere metodicamente” da se stessa, considerare la propria dottrina un “modello restrittivo” tra gli altri, rinunciare alla Verità in favore del consenso e cedere la propria sovranità alla “giurisdizione d’un istituto internazionale”. È il passo obbligato per arrivare al Nuovo Ordine Mondiale, a un Moloch totalitario a cui nessuno potrà sfuggire.
Secondo atto (2009): “Alla ricerca di un’etica universale”[25] – L’eutanasia della legge naturale
Se il testo del 1983 era l’apoteosi dell’ottimismo ingenuo, questo del 2009 è il certificato di morte mascherato da “rinnovamento”. Non è un tentativo di porre rimedio al disastro, ma la sua consacrazione definitiva, compiuta con una mossa diabolica: mantenere il nome “legge naturale” svuotandolo completamente della sua sostanza. Già il titolo è un programma. La Chiesa non proclama più una Verità che possiede, ma si mette “alla ricerca” insieme al mondo. Le conclusioni sono la logica conseguenza di questa falsa umiltà:
113. […] Chiamiamo legge naturale il fondamento di un’etica universale che cerchiamo di ricavare dall’osservazione e dalla riflessione sulla nostra comune natura umana. […] Questa legge naturale non ha niente di statico nella sua espressione; non consiste in una lista di precetti definitivi e immutabili. È una fonte di ispirazione che zampilla sempre nella ricerca di un fondamento obiettivo a un’etica universale.
Questa non è un’interpretazione, è un omicidio. L’immutabilità è l’essenza della legge naturale. Qui, essa viene liquidificata, trasformata da roccia perenne a un flusso storicista, e retrocessa da imperativo divino a vaga “fonte di ispirazione”. Ma l’apostasia si compie nel mandato finale dato ai cattolici:
116. Offrendo il nostro contributo alla ricerca di un’etica universale, […] desideriamo invitare gli esperti e i portavoce delle grandi tradizioni religiose, sapienziali e filosofiche dell’umanità a procedere a un lavoro analogo a partire dalle loro fonti, per giungere a un riconoscimento comune di norme morali universali…
Ecco la fine della missione. Il Magistero della Chiesa, unico depositario dell’interpretazione autentica della legge naturale, si mette sullo stesso piano di tutte le altre “tradizioni”, in un grande sinodo mondiale il cui scopo non è più convertire il mondo alla Verità, ma “costruire consenso”.
Questi documenti, quindi, sono le prove d’appello che confermano la condanna. Il primo mostra la malattia al suo culmine; il secondo, la malattia che ha imparato a mimetizzarsi. Sono la dimostrazione che la crisi non è un abuso, ma una dottrina, e che non si può curare la malattia se la si continua a definire “salute”.
La conseguenza inevitabile
Cosa succede quando, in nome dei diritti umani proclamati dalla Dignitatis Humanae, si introduce il diritto alla libertà religiosa per tutti? Non essendoci più distinzione tra vero e falso, lo Stato deve diventare necessariamente neutrale. Cristo re viene detronizzato, ma ricordiamo le parole del nostro Salvatore: “Senza di me, non potete far nulla”, che valgono anche per la società e per lo Stato.
I risultati di questa apostasia li vediamo oggi sotto i nostri occhi, ma erano prevedibili. Pio XI nella “Quas primas” li aveva già descritti: “i semi della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odi e quelle rivalità tra i popoli; le discordie civili; quel cieco e smoderato egoismo”.
Ho studiato a lungo questo tema e devo dire che la questione dei diritti umani è più complessa di quanto sembri. Esistono due concezioni opposte:
La prima: i diritti umani discendono dai doveri verso Dio, quindi sono legati alla verità. In questo caso esiste il diritto a professare liberamente l’unica vera religione, ma non la libertà di professare qualsiasi religione falsa.
La seconda: i diritti umani sono qualità intrinseche dell’uomo nella sua autonomia. In questo caso lo Stato è obbligato ad acconsentire anche ai seguaci di Lucifero di costruire una cappella per adorare Satana, come è avvenuto in una università statunitense.
Il filosofo liberale Marcello Pera, nel suo libro “Diritti umani e cristianesimo”, ha scritto parole illuminanti: “Ho ben presente che anche solo porre in questione il concetto dei diritti umani significa oggi sollevare scandalo, come commettere l’eresia”. Ma poi ammette onestamente: “pensare che il giorno in cui saremo tutti nel possesso pieno e garantito dei nostri diritti finalmente godremo di pace e benessere, felicità, è idea molto bella. Le manca solo di essere vera”.
Il problema più grave è che i diritti umani si divorano da soli. Pera lo spiega bene con l’esempio dell’aborto: si parte dal diritto alla vita, si arriva al diritto a una vita degna, poi al diritto all’autodeterminazione, infine al diritto di rimuovere gli ostacoli – e così il diritto alla vita finisce per implicare il diritto alla soppressione della vita.
La sua conclusione è terribilmente onesta: “Se si considera come sono andate le cose, non si fa fatica a scoprire che la storia dei diritti umani è anche la storia di come il diavolo abbia tentato di offrire un’altra mela all’uomo e di come l’uomo l’abbia gradita”.
I limiti dell’Evangelium Vitae
Perché EV non è stata accolta come avrebbe dovuto? A rileggere quanto appena scritto, bisognerebbe capovolgere la domanda in: “Perché EV avrebbe dovuto essere accolta?”.
Esistono, comunque, contraddizioni interne all’Enciclica? Purtroppo, la risposta è affermativa. Giovanni Paolo II si trova in una contraddizione strutturale: da un lato difendeva strenuamente la vita umana come valore assoluto, dall’altro accettava il paradigma dei “diritti umani”, della libertà religiosa come diritto fondamentale e, soprattutto, la teologia di De Lubac e compagni.
Ma come è facilmente dimostrabile, i diritti umani si autodistruggono: partendo dal diritto alla vita si arriva inevitabilmente al diritto all’aborto, seguendo la logica interna del sistema. Quando Giovanni Paolo II parla di “principi non negoziabili” in una società fondata sui diritti umani, crea un ossimoro. Se tutti hanno diritto alla libertà di coscienza e alla autodeterminazione (diritti umani moderni), con quale autorità si possono dichiarare certi principi “non negoziabili”?
Ecco perché l’Evangelium Vitae, pur apprezzabile nei contenuti, è strutturalmente debole nell’argomentazione pubblica: non può appellarsi all’autorità divina (violerebbero la neutralità statale); deve usare il linguaggio dei diritti umani (che però si rivolta contro se stesso); cerca di essere “ragionevole” in un sistema che ha espulso la ragione metafisica, sistema che egli stesso ha contribuito a costruire.
In un mio precedente articolo[26] su EV, scrissi che”Evangelium Vitae resta un capolavoro teologico che ha illuminato una generazione di cattolici”. Alcuni attenti lettori ne hanno colto una contraddizione, chiedendosi con arguzia quale bevanda strana avessi bevuto… Ammetto di essere stato troppo indulgente, definendola capolavoro teologico. In realtà è un capolavoro relativo all’ambiente in cui è stata scritta, diciamo che ha rappresentato un tentativo di baluardo contro gli attacchi alla vita, contenendo in essa la frase che, in tutto il post Concilio, più si avvicina ad una dichiarazione ex cathedra:
62. […] Pertanto, con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi — che a varie riprese hanno condannato l’aborto e che nella consultazione precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno unanimemente consentito circa questa dottrina — dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale”.
Non considerarlo sarebbe ingiusto, anche se EV rimane”strutturalmente inadeguata come strategia culturale perché accetta il quadro di riferimento dell’avversario”.
Il problema della mancanza di sanzioni
Ma c’è un aspetto ancora più grave che spiega il fallimento dell’Evangelium Vitae: l’assenza totale di conseguenze per chi la contraddiceva. Un’enciclica senza sanzioni è come una legge senza tribunali: resta lettera morta, per quanto belle possano essere le sue parole.
Guardiamo i fatti: praticamente nessuno dei teologi che abbiamo citato – da Auer a Roqueplo, da Pohier a McDonagh, da Häring a tutti gli altri – ha mai subito conseguenze per le loro teorie in ambito morale che svuotavano dall’interno la dottrina cattolica. Al contrario, molti hanno fatto carriera, sono stati promossi, hanno ricevuto cattedre prestigiose e riconoscimenti accademici, altri hanno spontaneamente e logicamente abbandonato la fede cattolica e l’abito monastico. SOLO UNO (Pohier) subì sanzioni canoniche pesanti, e solo per aver negato dogmi cristologici fondamentali[27], non per la sua morale. TRE (Pohier, Pfürtner, Roqueplo) lasciarono il sacerdozio, ma lo fecero come scelta personale dopo uno scontro o per coerenza con le proprie idee, non perché “epurati” con la forza. I RESTANTI CINQUE fecero carriere accademiche di enorme successo e prestigio all’interno di importanti istituzioni cattoliche o nel mondo secolare, plasmando per decenni la mente del clero e dei laici. In particolare Auer, Enda McDonagh e Chiavacci. In sintesi, il “laboratorio del 1977” non produsse martiri, ma quasi solo cattedratici e maestri del pensiero dominante. Il messaggio della gerarchia, con la sua inazione, fu chiarissimo: si può smantellare la morale cattolica, ma finché non si tocca direttamente la risurrezione di Cristo, la propria carriera non correrà alcun rischio. Anzi.
Ancora più significativo è il caso dei vescovi progressisti. Martini è diventato cardinale e figura di riferimento internazionale. Danneels non solo ha guidato l’arcidiocesi di Malines-Bruxelles per trent’anni, ma è stato uno dei cardinali più influenti nella Chiesa, membro della famosa “mafia di San Gallo” che ha lavorato per decenni per cambiare la direzione ecclesiale. Bernardin è stato promosso alla prestigiosa sede di Chicago e la sua teoria della “tunica inconsutile” è diventata dottrina ufficiale di fatto dell’episcopato americano. L’episcopato tedesco, nonostante la sua sistematica opposizione a Humanae Vitae e le sue continue sfide al Magistero, non ha mai subito interventi disciplinari significativi.
Questo aspetto è decisivo: se Giovanni Paolo II avesse davvero voluto che l’Evangelium Vitae fosse presa sul serio, avrebbe dovuto accompagnarla con azioni concrete contro chi la contraddiceva pubblicamente. Invece, il messaggio implicito è stato chiarissimo: si può insegnare una cosa e farne un’altra, si può proclamare la dottrina e poi permettere che venga svuotata impunemente. La coscienza prima di tutto…
Il risultato è stato inevitabile: i fedeli, i teologi, i vescovi hanno capito che le parole dell’enciclica erano belle dichiarazioni di principio, ma che nella realtà concreta la Chiesa accettava il dissenso, anzi lo premiava. Perché seguire una dottrina “difficile” quando si vedeva che chi la contraddiceva non solo non veniva punito, ma spesso veniva promosso?
Giovanni Paolo II, pur difendendo la vita, ha inconsapevolmente fornito le armi teoriche ai suoi avversari accettando il paradigma liberale e, cosa ancora più grave, ha legittimato praticamente il dissenso attraverso la sua tolleranza verso i dissidenti. In fondo, applica coerentemente i principi del Vaticano II, di cui è stato perito per la Gaudium et Spes. L’ambiguità sui diritti umani non nasce con lui, ma con la Dignitatis Humanae e la sua proclamazione della libertà religiosa come diritto fondamentale della persona.
Il percorso è lineare: il Vaticano II accetta la libertà religiosa come diritto umano, con la conseguenza inevitabile che lo Stato deve diventare neutrale tra religioni. Giovanni Paolo II cerca di difendere la vita usando il linguaggio dei diritti umani, con il risultato di una contraddizione strutturale, aggravata dall’assenza di sanzioni contro chi la contraddiceva. Era il preannuncio di una sconfitta annunciata.
Il vulnus più grave
Il punto n. 104 di Evangelium vitae è veramente cruciale:
“Il drago si pose davanti alla donna… per divorare il bambino appena nato” (Ap 12, 4): la vita insidiata dalle forze del male
104. Nel Libro dell’Apocalisse il”segno grandioso” della”donna” (12, 1) è accompagnato da”un altro segno nel cielo”: “un enorme drago rosso” (12, 3), che raffigura Satana, potenza personale malefica, e insieme tutte le forze del male che operano nella storia e contrastano la missione della Chiesa.
Anche in questo Maria illumina la Comunità dei Credenti: l’ostilità delle forze del male è, infatti, una sorda opposizione che, prima di toccare i discepoli di Gesù, si rivolge contro sua Madre. Per salvare la vita del Figlio da quanti lo temono come una pericolosa minaccia, Maria deve fuggire con Giuseppe e il Bambino in Egitto (cf. Mt 2, 13-15).
Maria aiuta così la Chiesa a prendere coscienza che la vita è sempre al centro di una grande lotta tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Il drago vuole divorare”il bambino appena nato” (Ap 12, 4), figura di Cristo, che Maria genera nella”pienezza del tempo” (Gal 4, 4) e che la Chiesa deve continuamente offrire agli uomini nelle diverse epoche della storia. Ma in qualche modo è anche figura di ogni uomo, di ogni bambino, specie di ogni creatura debole e minacciata, perché — come ricorda il Concilio —”con la sua incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo”. Proprio nella”carne” di ogni uomo, Cristo continua a rivelarsi e ad entrare in comunione con noi, così che il rifiuto della vita dell’uomo, nelle sue diverse forme, è realmente rifiuto di Cristo. È questa la verità affascinante ed insieme esigente che Cristo ci svela e che la sua Chiesa ripropone instancabilmente: “Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me” (Mt 18, 5);”In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40).
Giovanni Paolo II si rende pienamente conto dell’aspetto preternaturale dell’attacco alla vita umana, ma per spiegarlo usava una citazione di GS22 veramente problematica: “perché — come ricorda il Concilio —”con la sua incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo”. Proprio nella”carne” di ogni uomo, Cristo continua a rivelarsi e ad entrare in comunione con noi, così che il rifiuto della vita dell’uomo, nelle sue diverse forme, è realmente rifiuto di Cristo”.
In questa citazione permane tutta la tragedia della variazione dottrinale del Concilio Vaticano II e del post-concilio. Il n. 104 di EV descrive bene l’assalto del Drago al bambino, però non fornisce la giusta soluzione, che non può che essere soprannaturale. Non basta certo l’uomo unito in qualche modo a Cristo! Uomo redento che sarebbe da solo in grado di sconfiggere il Drago con lo scudo dei diritti umani fondati sulla dignità ontologica della persona umana, come se questa non fosse deformata dal peccato originale. È, al contrario, molto più probabile che l’attacco del Drago alla vita nascente avvenga proprio perché il concepito NON è ancora unito a Cristo tramite il Battesimo.
L’unica potente soluzione
Ecco l’elenco cronologico dei Paesi europei con la data di quando hanno introdotto la legalizzazione dell’aborto:
- Regno Unito (1967)
- Finlandia (1970)
- Danimarca (1973)
- Germania (1974 – legge rivista nel 1976)
- Francia (1975)
- Austria (1975)
- Lussemburgo (1978)
- Italia (1978)
- Norvegia (1978)
- Paesi Bassi (1984)
- Spagna (1985)
- Grecia (1986)
- Belgio (1990)
- Svizzera (2002)
- Portogallo (2007)
- Irlanda (2018)
Di seguito un’analisi rapida di come era considerato l’aborto procurato in Grecia e a Roma:
1. Grecia Antica
In Grecia il dibattito era acceso e le posizioni variavano notevolmente. Non esisteva una visione univoca.
- La Scuola di Ippocrate (V-IV sec. a.C.): Questa è la posizione più famosa contro l’aborto. Il Giuramento di Ippocrate afferma esplicitamente: “Non darò a nessuna donna un medicinale abortivo”. Questa posizione, tuttavia, non rappresentava l’opinione di tutti i medici né della società in generale. Era la posizione etica di una specifica e prestigiosa scuola medica, che Francesco D’Agostino vuole in piccola parte abbandonare…
- Platone (IV sec. a.C.): Ne La Repubblica, Platone promuove una visione utilitaristica e statalista. Sostiene l’aborto come strumento di eugenetica e controllo demografico. Per il bene dello Stato ideale, l’aborto dovrebbe essere reso obbligatorio per le donne che concepiscono dopo i 40 anni e in generale per evitare di allevare figli “imperfetti”. Qui l’interesse del singolo e del feto è completamente subordinato a quello della polis.
- Aristotele (IV sec. a.C.): Simile a Platone, ne La Politica accetta l’aborto come mezzo per limitare la popolazione. Introduce però una distinzione cruciale: l’aborto è ammissibile “prima che [nel feto] abbiano origine la sensazione e la vita”. L’etica dell’atto dipendeva quindi dallo stadio di sviluppo (teoria dell’animazione successiva), una concezione che avrà un’enorme influenza nei secoli successivi.
In Grecia, quindi, l’aborto era visto come una questione privata o, al più, di utilità pubblica, non come un delitto contro una persona.
2. Roma Antica
A Roma, la pratica era estremamente comune, soprattutto tra le classi elevate, e la legge era molto chiara: il feto non era considerato un essere umano (homo), ma una parte viscerale del corpo della madre (portio mulieris vel viscerum) e, soprattutto, una speranza di erede (spes animantis) appartenente al padre.
- Status legale: Non esisteva una legge che punisse l’aborto in quanto tale. Il reato si configurava solo quando la donna abortiva senza il consenso del marito (pater familias). In questo caso, il delitto non era l’omicidio, ma la frode ai danni del padre, che veniva privato del suo legittimo diritto ad avere un figlio. Un marito poteva divorziare e punire una moglie che abortiva clandestinamente per questo motivo.
- Motivazioni sociali: Le ragioni erano molteplici e note dalle fonti letterarie (Ovidio, Giovenale, Seneca): nascondere un adulterio, non rovinare la propria bellezza fisica, evitare i pericoli del parto (che aveva un’altissima mortalità), o per ragioni di eredità familiare.
- Dibattito filosofico: Gli Stoici, come Seneca, tendevano a condannare l’aborto, ma non sulla base della sacralità della vita del feto. Lo vedevano come un atto contro natura, frutto di lussuria, egoismo e mancanza di autocontrollo, tutti vizi che un saggio stoico doveva evitare.
In sostanza, l’aborto procurato è sempre stata una pratica comune in tutte le civiltà pre-cristiane, dalla Grecia a Roma, tanto che i cristiani erano conosciuti come coloro che non abortivano i bambini[28] e che davano sepoltura a quelli morti abbandonati in strada. Per rendersene conto basta visitare le catacombe a Roma.
Il Cristianesimo introdusse una rottura epocale su questo tema, basata su principi completamente nuovi per il mondo greco-romano. Ogni vita umana, fin dal suo concepimento, non è proprietà del padre né dello Stato, ma è creata a immagine e somiglianza di Dio; il fatto che Dio stesso si sia fatto uomo nel grembo di una donna conferiva una dignità inaudita alla vita prenatale; ogni essere umano riceve un’anima immortale creata da Dio, rendendo la sua soppressione un gravissimo peccato contro il Creatore. Testi cristiani antichissimi, come la Didachè (fine I sec.), sono espliciti: “Non ucciderai il bambino con l’aborto, né lo sopprimerai dopo la nascita”. Tertulliano (II-III sec.) è ancora più netto: “Per noi [cristiani] l’omicidio è vietato una volta per tutte, quindi non ci è lecito distruggere neppure il feto… Impedire la nascita è un omicidio anticipato”.
Ecco perché la posizione cristiana appariva così strana e rigida ai contemporanei pagani: trasformava un atto considerato una questione di proprietà privata, di convenienza personale o di utilità statale in un omicidio e in un peccato mortale contro Dio.
Oggi, tuttavia, la Chiesa ha cessato di essere il Faro per il mondo, che ha smesso di essere cristiano. Anzi, la Chiesa si è messa a seguirlo, invece di ammonirlo. Il risultato è stato inevitabilmente coerente:l’aborto è tornato legale.
La riforma liturgica è entrata in vigore in una prima fase nel 1965[29] seguita da quella definitiva di Paolo VI nel 1969. La correlazione tra la nuova liturgia e il collasso delle legislazioni pro-vita non è solo d’ordine temporale. Si potrebbe obiettare che il collegamento sia solo una fallacia logica da manuale: post hoc, ergo propter hoc. Una mera coincidenza. Sarebbe un errore tragico, e per certi versi comico, liquidare con tale miopia una successione di eventi così organicamente concatenata. La correlazione che abbiamo messo in luce non è una coincidenza, è una sentenza storica. È il referto clinico di un organismo la cui malattia, inoculata nel suo cuore spirituale, si è manifestata con metastasi devastanti nella sua dimensione sociale e politica.
Torniamo a EV n104 e vediamo qual è la vera soluzione. L’arma per affrontare il Drago è la Sacra Liturgia, è il Santo Sacrificio della Messa, ma il grande problema è che la riforma liturgica post-conciliare ha spuntato quasi completamente il vertice della lancia.
Per entrare nello specifico, iniziamo subito con le diverse definizioni di liturgia, che già contengono in sintesi tutta le differenze liturgiche:
- Pio XII: ” La sacra Liturgia è pertanto il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre, come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, all’Eterno Padre: è, per dirla in breve, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra. L’azione liturgica ha inizio con la fondazione stessa della Chiesa” [30]
- Benedetto XVI: “Che cos’è la liturgia? Se apriamo il Catechismo della Chiesa Cattolica – sussidio sempre prezioso, direi indispensabile – possiamo leggere che originariamente la parola”liturgia” significa”servizio da parte del popolo e in favore del popolo” (n. 1069[31]). Se la teologia cristiana prese questo vocabolo del mondo greco, lo fece ovviamente pensando al nuovo Popolo di Dio nato da Cristo che ha aperto le sue braccia sulla Croce per unire gli uomini nella pace dell’unico Dio” [32] .
Ecco il vero danno: la rotazione dell’asse dal soprannaturale al naturale, ossia dal Sacerdote-vittima in Persona Christi che offre il sacrificio propiziatorio, al Prete-presidente dell’assemblea dove il popolo celebra il rito al posto di Cristo. Mentre il Sacerdote-vittima, che in Persona Christi offre il Sacrificio propiziatorio, trattiene il Drago, il Popolo che celebrare al posto di Cristo gli spalanca le porte.
Coloro che parlano di uno “tsunami culturale” che avrebbe travolto l’Occidente negli anni ’60, come se la Chiesa ne fosse stata solo una vittima passiva e sorpresa dimostrano un’ignoranza abissale dei fatti. Quello tsunami non è nato negli oceani del laicismo; la sua onda anomala si è levata e ha preso forza proprio all’interno di ambienti cattolici traviati, nelle università “ispirate” dalla fede, nei circoli intellettuali che dovevano essere il sale della terra e che sono diventati, invece, i laboratori del suo avvelenamento. Leader del Sessantotto sono fioriti nei nostri atenei, imbevuti non di una vera teologia della liberazione, ma di una teologia della licenza, frutto malato di quella sintesi di tutte le eresie che è il Modernismo.
Come ci ha insegnato magistralmente Augusto Del Noce, l’ala progressista del cattolicesimo, affetta da un cronico complesso di inferiorità, si gettò tra le braccia del marxismo proprio quando questo era già un cadavere puzzolente sulla scena della storia. Invece di offrire la Verità di Cristo a un’ideologia fallita, ne ha importato il virus relativista, storicista e materialista, avviando quel processo di “suicidio” culturale che ha poi spalancato le porte a ogni forma di dissoluzione.
Ma la prova regina della colpevolezza interna alla Chiesa sta nell’impareggiabile confronto tra la politica e l’episcopato. A maggio del 1968, mentre la rivoluzione metteva a ferro e fuoco la Francia, un uomo di Stato, Charles De Gaulle, pur traballando, ebbe un sussulto di autorità, parlò con fermezza alla nazione, e la nazione gli rispose. Con un atto di volontà, dimostrò che la Rivoluzione non era affatto irresistibile.
E i nostri pastori? I principi della Chiesa di Francia, cosa fecero? Balbettarono di “dialogo”, di “comprendere i giovani”, di cogliere i “segni dei tempi” nel caos. Invece di brandire la Croce e denunciare la menzogna della liberazione edonista, si ritirarono dal campo, lasciando il gregge in balia dei lupi. La loro è stata una palese diserzione spirituale, la dimostrazione plateale che chi doveva comandare la fortezza aveva già capitolato nel proprio cuore. Come avrebbero potuto resistere i fedeli e gli stati cattolici, quando la loro stessa arma spirituale veniva sistematicamente disinnescata nel cuore della Chiesa? Il nesso tra liturgia e storia non è una coincidenza; è l’applicazione ferrea dell’assioma eterno: lex orandi, lex credendi, lex vivendi.
- Hanno cambiato la Lex Orandi: hanno trasformato il Santo Sacrificio di Cristo, teocentrico, propiziatorio e verticale, in un’assemblea antropocentrica, conviviale e orizzontale. Hanno spuntato la spada dello Spirito.
- Hanno corrotto la Lex Credendi: una fede nutrita da una liturgia che minimizza il peccato, il giudizio e la dimensione sacrificale, perde i suoi anticorpi soprannaturali. Diventa una fede debole, sentimentale, mondana.
- Hanno demolito la Lex Vivendi: un popolo la cui fede è stata annacquata, non ha più la forza né la ragione per lottare contro leggi inique. Se il Sacrificio che redime dal peccato non è più il centro della sua vita, perché mai dovrebbe considerare la vita del nascituro un assoluto non negoziabile? Se Dio non è più il Re da servire, ma l’amico da celebrare, la Sua legge cessa di essere un comando per diventare un’opzione tra le tante.
Dunque, no. Non post hoc, ma propter hoc. Il crollo delle leggi sulla vita è avvenuto a causa del crollo della preghiera pubblica della Chiesa, perché un mondo senza il vero Sacrificio è un mondo lasciato in potere del Principe di questo mondo. Quello che il calendario ci mostra non è una fallacia, ma una spaventosa, matematica e spirituale catena di causa ed effetto.
L’ingenuità ottimistica della ideologia conciliare
La vera fallacia, dunque, non è logica, ma spirituale: è credere di poter demolire le mura interiori della fede, come volevano e come hanno fatto, e sperare che le mura esteriori della civiltà rimangano miracolosamente in piedi. Questo è stato esattamente il dramma, l’errore tragico e fondamentale non solo del Concilio, ma in particolare del lungo pontificato di Giovanni Paolo II, l’uomo che, più di ogni altro, ha tentato la sintesi impossibile tra la Tradizione e la Rivoluzione.
La formula che incarna questa illusione, il grimaldello teorico usato per forzare questa sintesi, è proprio la celeberrima frase di Gaudium et Spes al numero 22: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”. Una frase carica di un’ambiguità esplosiva che, nelle mani dei teologi progressisti e dello stesso Wojtyła, è diventata l’architrave di una nuova antropologia, un “Contro-Dogma” opposto a quello del peccato originale. Nei suoi testi ufficiali Giovanni Paolo II ha citato esplicitamente la frase chiave di GS 22 oltre cento volte. È il “super-dogma”, il leitmotiv, la chiave di volta dell’intero pontificato di Giovanni Paolo II. Insieme a Gaudium et Spes 22, l’altra colonna portante dell’intero edificio teologico di Giovanni Paolo II è Gaudium et Spes 24. Nei suoi scritti e discorsi ufficiali, la troviamo citata esplicitamente in decine e decine di occasioni, quasi a formare un binomio inscindibile con la sua ‘gemella’. In RH 13 è presenta la”summa” della teologia giovannipaolina:
[…] Cristo Signore ha indicato questa via, soprattutto quando – come insegna il Concilio -”con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”. La Chiesa ravvisa, dunque, il suo còmpito fondamentale nel far sì che una tale unione possa continuamente attuarsi e rinnovarsi. […] L’oggetto di questa premura è l’uomo nella sua unica e irripetibile realtà umana, in cui permane intatta l’immagine e la somiglianza con Dio stesso. Il Concilio indica proprio questo, quando, parlando di tale somiglianza, ricorda che”l’uomo in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa”. L’uomo così com’è”voluto” da Dio, così come è stato da Lui eternamente”scelto”, chiamato, destinato alla grazia e alla gloria: questo è proprio”ogni” uomo, l’uomo”il più concreto”,”il più reale”; questo è l’uomo in tutta la pienezza del mistero di cui è divenuto partecipe in Gesù Cristo, mistero del quale diventa partecipe ciascuno dei quattro miliardi di uomini viventi sul nostro pianeta, dal momento in cui viene concepito sotto il cuore della madre.
Come analizzato con acribia dal teologo don Johannes Dormann[33], nelle interpretazioni di Wojtyła questa frase cessa di essere un pio auspicio per diventare una dichiarazione ontologica: l’Incarnazione avrebbe prodotto una “nascita dell’Uomo”, una redenzione oggettiva e soggettiva di tutti gli uomini, “indipendentemente dal fatto che l’uomo lo sappia o no, lo accetti o no!”[34]. In questa visione, l’uomo non nasce più figlio di Adamo, segnato dalla colpa originale e bisognoso della giustificazione attraverso il Battesimo per entrare nello stato di grazia. No, l’uomo nasce già “unito a Cristo”, con un’immagine e somiglianza di Dio che “permane intatta”, come dirà Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica, Redemptor Hominis.
Per dimostrarlo nella pratica, basta la seguente risposta di Madre Teresa di Calcutta alla domanda di un giornalista diventato il suo biografo autorizzato: “Le fu mossa la critica della conversione. Tuttavia, in tutti i 23 anni in cui l’ho conosciuta, non mi ha mai sussurrato una sola volta un suggerimento riguardo alla conversione. Comunque, le chiesi se lei convertisse. Senza un momento di esitazione, disse: “Sì, converto. Io ti converto a essere un indù migliore, un musulmano migliore, un protestante migliore e un sikh migliore. Una volta che hai trovato Dio, sta a te decidere cosa fare di lui”“[35]. Insomma, non proprio lo stesso metodo di San Francesco Saverio, eppure è stata canonizzata…
È un ottimismo antropologico imbarazzante, quasi grottesco se confrontato con la realtà storica del secolo dei lager e dei gulag. Eppure, proprio su questo ottimismo Wojtyła fonderà il suo intero programma pontificale: “La via della Chiesa è l’uomo“[36]. Non più la via della Chiesa è Cristo, unica porta della salvezza, ma è l’Uomo, questo nuovo ente mitologico già intrinsecamente redento, che la Chiesa deve “seguire” e “servire”. È il capovolgimento perfetto della missione evangelica.
Ora, con questa chiave di lettura, rileggiamo Evangelium Vitae e la sua presunta difesa della vita. Comprendiamo subito la sua strutturale debolezza, la sua congenita impotenza. Perché tutta l’impalcatura dell’enciclica è minata alla base dalla citazione programmatica di Gaudium et Spes 22, posta strategicamente non una, ma ben due volte, nei suoi punti nevralgici. Al numero 3, per fondare la dignità della vita su questa unione quasi automatica tra Cristo e ogni uomo. E, ancora più tragicamente, al numero 104, il culmine spirituale dell’enciclica, dove, dopo aver descritto magnificamente la lotta tra il Drago e la Donna, la soluzione offerta per resistere a Satana non è il ricorso alla Grazia sacramentale, al Sacrificio espiatorio, alla penitenza o alla Regalità sociale di Cristo, ma solo la presentazione di questo presunto fatto che “nella”carne” di ogni uomo, Cristo continua a rivelarsi“.
Che senso ha allora l’allarme, la lotta, l’appello a difendere la vita, se “in ogni uomo permane intatta l’immagine di Dio” e se Cristo è già “unito in certo modo” a tutti, anche a coloro che perpetrano l’aborto o l’eutanasia? L’intero edificio si poggia su fondamenta di sabbia. Si brandisce una spada con una lama senza filo. Si cerca di combattere il “mistero di iniquità” con un’antropologia che ha già cancellato il dramma del peccato originale e la necessità assoluta del Battesimo per la salvezza.
Evangelium Vitae, dunque, nonostante le sue lodevoli intenzioni e i suoi passaggi forti, rappresenta la tragedia di un pontificato: il tentativo eroico, ma votato al fallimento, di difendere le conclusioni della morale cattolica avendo già accettato le premesse antropocentriche del Modernismo. È come voler difendere le foglie di un albero dopo averne segato il tronco alla radice.
L’impossibilità della vittoria nel sistema attuale
Leone XIII nella Immortale Dei era cristallino: esiste una sola vera religione, lo Stato ha il dovere di riconoscerla e proteggerla. Il Vaticano II, con la Dignitatis Humanae, capovolge questo principio pur pretendendo di non contraddire la dottrina precedente.
Qui sta il nodo: se il Concilio non ha sbagliato, allora Leone XIII aveva torto (impossibile per un cattolico). Se Leone XIII aveva ragione, allora il Concilio ha introdotto una novità incompatibile con la Tradizione. Non si può servire due padroni. O si accetta Cristo Re della società (Leone XIII) o si accetta la neutralità statale (Vaticano II), che porta necessariamente alla cultura della morte. Tertium non datur.
Il “male minore” peggiore del male
Il fallimento della strategia del “male minore” è drammaticamente evidente nel caso della Legge 40 sulla procreazione assistita. Questa legge, difesa dai cattolici come “compromesso necessario”, ha prodotto una mattanza di embrioni superiore a quella della Legge 194.
I dati sono agghiaccianti: nel 2021 sono nati con la fivet 16.625 neonati a fronte di 108.067 cicli iniziati. La stima degli esseri umani sacrificati varia da un minimo di 91.442 con singolo embrione impiantato per ciclo ad un massimo di 199.509 con doppio embrione impiantato per ciclo; realisticamente intorno a 145.000 embrioni umani distrutti. Come aveva calcolato Assuntina Morresi: “per ogni bimbo che nasce da un concepimento in vitro, nove embrioni muoiono”.
Praticamente nessuno in ambito cattolico parla della mattanza di circa 1.400.000 embrioni fino al 2021, eppure tra pochi anni le vittime della legge 40 supereranno quelle della legge 194! Perché? Perché la legge 40 è stata difesa proprio dai “cattolici” come ipotetico male minore. Non solo è stata difesa ma è stata voluta: la sua genesi è totalmente di ispirazione cattolica, elaborata sotto la supervisione di Mons. Sgreccia.
Come nota amaramente Marisa Orecchia: “Tale testo di legge […] fu presentato il 19 dicembre 1997 all’almo Collegio Capranica con l’adesione dei due Forum cattolici della famiglia e della Sanità […] Elaborato per iniziativa cattolica, presentato in sede cattolica, diventato pertanto a tutti gli effetti la proposta cattolica, questo testo rinunciava aprioristicamente a rifiutare in toto le pratiche della fecondazione extracorporea.”[37]
La capitolazione finale
La situazione odierna è perfettamente rappresentata dal caso di Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire dal 2007 al 2023, oggi europarlamentare eletto nelle liste del PD. In un’intervista a La Stampa, Tarquinio ha difeso il diritto all’aborto sicuro con un esercizio di equilibrismo semantico degno di nota[38]: “Nei vari Paesi dell’UE esiste un lessico diverso sull’aborto. C’è chi ne parla in termini di diritto e chi ne parla come libertà della donna […] Sono nato da questa libertà. E la difendo.”
Come ha giustamente notato Tommaso Scandroglio: “La differenza tra libertà e diritti sta solo nel fatto che le libertà quando vengono riconosciute dall’ordinamento giuridico diventano diritti. Ora, dato che Tarquinio è a favore della libertà di abortire non può che essere a favore del diritto di abortire che tutela questa libertà.”
Il caso Tarquinio non è un’eccezione, ma l’epilogo logico di un processo che ha le sue radici nella strategia del “male minore” teorizzata decenni fa. Come aveva profetizzato il compianto Mario Palmaro, questi “neo-prolife” sono in realtà pro-choice mascherati: “L’abortismo non consiste soltanto nel dire: la donna deve abortire obbligatoriamente […] Tutto il fronte abortista degli anni Settanta […] sosteneva questa tesi: ‘noi siamo contro l’aborto, che è una sconfitta della donna e della società. Solo che dobbiamo regolamentarlo per sconfiggere l’aborto clandestino.'”
La rotta di Caporetto cattolica
Il motivo soggiacente alla rotta di Caporetto cattolica sui principi non negoziabili è l’adozione storicistica del principio di contraddizione: ciò che prima era male, successivamente diventa buono e da difendere.
Prendiamo alcune dichiarazioni emblematiche del Cardinal Ruini: “Spero che la legge 194 sia finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.“[39] Con queste improvvide parole egli ha avvalorato la tesi che la 194 è giusta e che deve essere solo completamente attuata.
Sulle unioni civili: “Le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni non matrimoni.”[40] Ora, la legge Cirinnà dice proprio questo, quindi il cardinale la approva.
Quelli che ieri erano avversari da combattere, oggi diventano esempi da seguire. Come nota giustamente Socci[41]: “Ma, quanto alla legge, la Meloni, per la sua battaglia di oggi, può rifarsi a Simone Veil e, nel concreto dell’applicazione della 194, addirittura a quel Berlinguer che la Schlein ha rappresentato sulla tessera 2024 del Pd.”
Ciò che prima era di sinistra, oggi diventa di destra con la prova evidente di come la rivoluzione utilizzi sia la marcia veloce della sinistra per il balzo in avanti, sia quella lenta della destra per consolidare la posizione. Come giustamente ci ricorda Francesco Agnoli nella sua prefazione al prezioso libro”La destra e la sinistra” di Jean Madiran[42]:
Se la destra – come dimostra storicamente Madiran – è un’invenzione della sinistra, non rimane che riconoscere che fuori della sinistra non vi è che il Cristianesimo. Fuori dal mondo salvato dall’Uomo, dall’Utopia, dal messianismo politico comunista o nazionalsocialista, dalla statolatria, dallo scientismo, dall’ecologismo eccetera, non vi è che l’uomo creato da Dio e salvato da Cristo. Oltre la giustizia e l’eguaglianza imposte dall’alto, dallo Stato che prende il posto di Dio, non vi è che la rivoluzione”interiore e personale”, la conversione dei cuori, la libertà cercata nel cammino spirituale. Fuori dalle religioni atee della politica, che ci hanno regalato campi di concentramento e guerre mondiali, non c’è un altro partito, un’altra rivoluzione, un altro Potere mondano, perché”la porta stretta del Cristianesimo è – sicuramente – di cercare dapprima il regno di Dio e la sua giustizia e il resto sarà donato in sovrappiù”.
Ora possiamo vedere il quadro completo. I cedimenti contemporanei che abbiamo documentato non sono casuali, ma sono l’esito logico di un processo liberale stigmatizzato nel 1866 da Veuillot, passato attraverso De Gasperi e i fondatori dell’Europa liberale, teorizzato sistematicamente dai teologi progressisti da Häring in poi, legittimato dal Vaticano II, applicato nel “laboratorio del 1977”, tradotto in prassi pastorale dai vescovi progressisti, e consolidato dalla contraddizione post-conciliare sui diritti umani.
La “sconfitta” non era solo “annunciata”: era programmata, teorizzata, implementata sistematicamente a tutti i livelli della Chiesa. I teologi hanno forgiato le armi teoriche, i vescovi le hanno tradotte in prassi, il post-Concilio ha fornito la cornice legittimante, i politici democristiani le hanno applicate firmando la 194.
Quello che oggi appare come cedimento spontaneo è in realtà l’applicazione coerente di principi stabiliti quasi due secoli fa. È la profezia che si auto avvera: avendo accettato le premesse del liberalismo (neutralità dello Stato, primato della coscienza, complessità delle situazioni), era inevitabile arrivare alle conclusioni odierne.
La Chiesa conciliare e post-conciliare, sposando il mondo con la svolta antropologica, non poteva che essere travolta dall’ideologia di un sistema senza Dio. Il povero Tarquinio è solo una piccola pedina di questa ideologia mortifera, che ha avvelenato le menti delle gerarchie cattoliche e non solo.
Conclusione
Arrivo così alla mia conclusione finale, una conclusione tanto amara quanto ineludibile. All’interno del sistema totalitario liberale, un sistema il cui unico attrattore è la Babilonia infernale, la difesa della vita umana non è solo difficile, è impossibile. Si possono ottenere vittorie di Pirro, illusioni effimere e parziali, ma la sconfitta strategica è già scritta nei suoi stessi principi fondanti.
I cosiddetti pro-life che si ostinano a combattere la loro battaglia invocando le armi del nemico – i diritti umani, il dialogo democratico, la laicità “positiva” – non sono solo innocui; sono, nel migliore dei casi, ingenui, e nel peggiore, collaborazionisti inconsapevoli del sistema. Accettandone le premesse, ne legittimano il quadro. Essi non fanno altro che ritardare di qualche istante la marcia del leviatano, senza mai poterne invertire la direzione. Infatti, è perfettamente inutile mettere dei paletti di sicurezza sul pendio scivoloso, quando è tutto il pendio che sta franando.
Ma la diagnosi deve essere ancora più profonda e dolorosa. La vera tragedia non è che sia impossibile vincere nel mondo liberale. La tragedia è che è diventato impossibile vincere persino all’interno della struttura visibile della Chiesa post-conciliare.
Perché la storia che abbiamo ricostruito – una genealogia precisa che va dai cattolici liberali dell’Ottocento, passa per l’opera dei De Gasperi, esplode con la rivoluzione del Vaticano II e la sua traduzione liturgica, e viene attuata dai teologi del ’77 e dai politici democristiani – dimostra senza ombra di dubbio una verità terrificante: la Chiesa post-conciliare non è il rimedio alla crisi, ma ne è una delle matrici. Essa stessa è diventata il principale veicolo di quel paradigma liberale che ha generato la cultura della morte.
Il virus, creato nei laboratori della teologia modernista, non è stato combattuto dai pastori; è stato da loro consapevolmente e sistematicamente inoculato nel corpo ecclesiale. L’ottimismo di Gaudium et Spes 22, l’ambiguità di Dignitatis Humanae, il tradimento ritualizzato nella nuova liturgia: queste non sono ferite inflitte dall’esterno, ma armi autoinflitte, scelte precise che hanno smantellato la fortezza dall’interno. Questa capitolazione di massa, documentata dai numeri, dimostra che la strategia di “dialogare” con il mondo, invece di cercare di convertirlo, si è conclusa con il mondo che ha convertito la Chiesa. O almeno, una sua larghissima parte.
Ma è davvero tutta la Chiesa ad aver ceduto? O esiste “una parte del gregge”, che mostra ancora uno stato di salute ancora buona? La risposta, documentata, è sì, esiste!
Lo Studio “The Latin Mass Survey”[43] (Fr. Donald J. Bungum, 2019), condotto come tesi di dottorato, è una delle analisi statistiche più rigorose mai fatte sulla demografia e le credenze dei fedeli che frequentano il Rito Antico negli Stati Uniti. I risultati, quando confrontati con quelli del Pew Research Center[44] sui cattolici “mainstream”, sono sbalorditivi. Campione: più di 1300 rispondenti da parrocchie che offrono il Vetus Ordo in tutti gli Stati Uniti.
Ecco i dati, confrontati con quelli dei cattolici Novus Ordo: 1. Sull’ABORTO: Cattolici Vetus Ordo (Bungum): Il 99% afferma che l’aborto è sempre moralmente sbagliato. Solo l’1% ammette eccezioni. L’opposizione è praticamente monolitica e senza compromessi. Cattolici Mainstream (Pew 2022): Il 56% ritiene che l’aborto debba essere legale in tutti o nella maggior parte dei casi. 2. Sulla CONTRACCEZIONE: Cattolici Vetus Ordo (Bungum): Il 98% dei rispondenti accetta pienamente l’insegnamento di Humanae Vitae, che definisce la contraccezione artificiale intrinsecamente malvagia. Solo il 2% la rigetta. Cattolici Mainstream (vari studi): Si stima che l’uso della contraccezione tra i cattolici Novus Ordo sia identico a quello della popolazione generale, e il rigetto pratico di Humanae Vitae è stimato essere intorno al 90%. 3. Sulla MORALE SESSUALE (matrimonio omosessuale): Cattolici Vetus Ordo (Bungum): Il 98% crede che il matrimonio sia esclusivamente l’unione tra un uomo e una donna. Il 2% non è d’accordo. Cattolici Mainstream (Pew 2019): Il 61% dei cattolici statunitensi è favorevole al matrimonio omosessuale. Solo il 31% è contrario.
L’unica via di salvezza non è un vago “ritorno ai principi cattolici”. È un atto più radicale: è l’abbandono intellettuale e spirituale della menzogna post-conciliare, riconoscendola per quello che è: un tentativo fallito di sposare la Chiesa con il mondo, un adulterio spirituale da cui non può nascere che morte.
L’unica speranza di vittoria è tornare a combattere con le armi della Chiesa di sempre, sul terreno della Tradizione perenne. Conoscere la genealogia del male, riconoscere il nome della malattia e il volto di chi l’ha diffusa, è il primo, indispensabile passo per liberarsene.
La domanda fondamentale: Cosa possiamo fare?
Primo in assoluto, partecipare al Santo Sacrificio della Messa di sempre, unendo il nostro sacrificio a quello di N.S. Gesù Cristo, con l’intenzione di chiedere al Signore che cessi l’abominio in corso.
Poi, anche la letteratura cattolica ci può aiutare: mi commuove il poemetto “La battaglia del cavallo bianco”, che Chesterton dedicò alla battaglia di Ethandun, decisiva per la fede in Inghilterra, combattuta dal re santo Alfredo il Grande. Poco prima della battaglia, nel poemetto, comparve Maria Santissima a re Alfredo, che le chiese se avrebbero vinto la battaglia. Ecco cosa Chesterton fece dire alla Madonna:
Non dico nulla per il tuo conforto, e neppure per il tuo desiderio, dico solo: il cielo si fa già più scuro ed il mare si fa sempre più grosso. La notte sarà tre volte più buia su di te e il cielo diventerà un manto d’acciaio. Sai provar gioia senza un motivo, dimmi, hai fede senza una speranza?
Provare una gioia senza un motivo ed avere fede senza una speranza umana è proprio dei santi. Quello che dobbiamo fare è santificarci, non a caso proprio quello ritenuto superfluo dal mondo odierno. Come farlo nella disastrosa situazione attuale? Prima di tutto, rimanendo fedeli alla Chiesa cattolica di sempre, secondo il prezioso adagio di San Vincenzo di Lerino: “Bisogna soprattutto preoccuparsi perché sia conservato ciò che in ogni luogo, sempre e da tutti è stato creduto”, poi essere pronti al martirio.
Il martirio della nuova era
Il martirio è, per San Tommaso, un atto della virtù di forza umana, elevato dalla grazia. Ma una cosa è affrontare con fortezza la morte fisica in una battaglia contro un avversario che vuole solo la vita del suo antagonista, altra cosa è trovarsi di fronte a un sistema di pressioni esterne ed interne che proibiscono alla conoscenza ed alla volontà umane di raggiungere le realtà per cui sono fatte, che pretende di creare un “uomo nuovo” e una “nuova società”.
Non è più solo il bene comune naturale dell’uomo che si trova esplicitamente contestato, ma il suo bene comune soprannaturale; non è nemmeno più la sua vita fisica che ormai è in gioco, ma la sua natura di animale politico e la sua redenzione personale.
Anche qui le antenne di Chesterton erano molto lunghe. Ecco la visione di re Alfredo al termine del suo poemetto:
“tra molti secoli, tristi e lenti, – io ho una visione – io so che i pagani ritorneranno. Essi non verranno su navi da guerra, non devasteranno col fuoco, ma i libri saranno il loro unico cibo, e con le mani impugneranno l’inchiostro. Avranno l’aspetto mite dei monaci, pieni di fogli e di penne; e voi guarderete alle vostre spalle ammirando e desiderando un giorno come quelli di Alfred, in cui, almeno, i pagani erano uomini.”
I “pagani con libri e penne” che Chesterton profetizzava sono esattamente i teologi modernisti che abbiamo analizzato: dall’aspetto mite, armati solo di inchiostro, ma infinitamente più devastanti dei pagani antichi che almeno “erano uomini”.
L’armatura di Dio per la battaglia spirituale
Il nostro campo di battaglia non è più uno scontro campale, in cui è messa in gioco la nostra vita fisica, ma una battaglia a livello ben più alto, la cui posta in gioco è la nostra stessa salvezza eterna. San Paolo è chiarissimo:
“Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia, infatti, non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio“.
Il dovere di stato: l’unico campo inespugnabile
Cosa possiamo fare, una volta attinta la forza necessaria? La risposta, semplice e disarmante, ce la fornisce il grande filosofo belga Marcel De Corte. La risposta, semplice e disarmante, ce la fornisce il grande filosofo belga Marcel De Corte, nel suo libriccino sulla virtù della forza[45], dove ci indica l’unico campo di battaglia inespugnabile: il dovere di stato.
Secondo De Corte, il nostro terreno di lotta è l’adempimento eroico e santo dei nostri doveri concreti, quelli che derivano dalla nostra natura di uomo, dal nostro posto in una famiglia e in una patria. Questo è lo spazio che il sistema totalitario non può conquistare, a meno che non siamo noi stessi ad abbandonarlo. È qui che esercitiamo la vera virtù di forza.
L’esercizio di questa virtù inizia con un “no”: il no della resistenza al liberalismo e al suo falso vangelo, quella “benevola concezione umanista”, come la chiama De Corte con sarcasmo, secondo cui l’uomo è un “signore del mondo” senza il fardello del peccato originale. È esattamente l’errore che abbiamo visto consacrato in Gaudium et Spes.
Da questo “no” categorico può nascere il “sì” della ricostruzione. Ma quale ricostruzione? Non grandi strategie politiche destinate al fallimento, ma l’umile e perseverante restauro dell’uomo stesso. Come ammonisce De Corte, l’unica risposta alla distruzione della nostra natura è la “perseverante ricostruzione dell’animale ragionevole e sociale in noi”, tenendo ben strette le due estremità della catena: il naturale e il soprannaturale, la ragione e la fede, illuminate dalla stella polare del Vangelo e della Chiesa preconciliare.
L’avvenire appartiene alla magnanimità degli umili e alla loro forza inesauribile; non ai progetti dei superbi, ma alla santità vissuta nel nascondimento del dovere quotidiano.
Conclusione finale: Fede senza speranza umana
La situazione è veramente catastrofica e umanamente disperata, tuttavia la Fede cattolica è incrollabile, perché fondata sull’autorità stessa di Dio. Le parole di Nostro Signore Gesù Cristo ci infondono la Speranza, il coraggio ed il conforto:
“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”.
Coraggio: le porte dell’inferno non potranno prevalere sulla Chiesa. Ma, come la Santa Vergine chiese a re Alfredo prima della battaglia vittoriosa di Ethandun, abbiamo fede senza una speranza umana?
La nostra analisi ha dimostrato che ogni speranza di vittoria all’interno del sistema liberale è illusoria. Ma questo non è motivo di disperazione, è motivo di liberazione. Liberati dall’illusione di poter vincere con le armi del nemico, possiamo finalmente combattere con le armi di Dio: la santità, il martirio spirituale, l’adempimento eroico del dovere di stato.
È nella logica della Croce: quando tutto sembra perduto umanamente, allora può iniziare la vera vittoria divina. I cattolici liberali dell’Ottocento, De Gasperi e i fondatori dell’Europa laica, il Vaticano II, i teologi del 1977, i vescovi progressisti, i cedimenti odierni: tutto questo non è che la preparazione del terreno per la rinascita. Come sempre nella storia della Chiesa, è dall’apparente sconfitta che nasce la vera vittoria.
Coraggio, dunque. Cristo ha vinto il mondo.
Andrea Mondinelli
[1] https://lanuovabq.it/it/suicidio-assistito-sulla-vita-non-si-scende-a-compromessi
[2] https://www.edizioniradiospada.com/component/virtuemart/ecommerce/l-illusione-liberale-detail.html?Itemid=0
[3] https://edizionipiane.it/prodotto/il-liberalismo-e-peccato/?cgkit_search_word=il%20liberalis
[4] Cfr. Mons. R. Etchegaray, Intervento davanti alla Commissione per l’Educazione dell’Assemblea Nazionale; testo riprodotto nel n° 36 di Enseignement catholique documents, pag. 33.
[5] Jacques Maritain, L’uomo e lo Stato (1951), trad. it. Morcelliana, 2003, pp. 118-119
[6] Ivi, p. 120.
[7] Giorgio Maria Carbone, L’embrione umano: persona dal concepimento, (2008).
[8] Stanley Jaki, I fondamenti della bioetica, Fede e Cultura, Verona 2012, pp. 44-45.
[9] Nel 2016, Papa Francesco rinnovò completamente la PAV, rimuovendo tutti i membri storici (tra cui Schooyans) e nominando nuovi accademici, molti dei quali favorevoli a posizioni più “aperte” su aborto, contraccezione e fine vita. Nuovi membri inclusi: Padre Maurizio Chiodi (teologo che giustificò la contraccezione in Amoris Laetitia); Nigel Biggar (teologo anglicano favorevole all’aborto in alcuni casi); Margaret Archer (sociologa, non specializzata in bioetica) ); Marcelo Sánchez Sorondo (Membro influente) – Vicino all’agenda ONU Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze ha elogiato la Cina comunista per le sue politiche ambientali, ignorando aborto forzato e persecuzione religiosa, ha collaborato con fondazioni pro-aborto (es. la Fondazione Rockefeller); Carlo Casalone (2017) – Aperture all’eutanasia Teologo gesuita, consulente della PAV, ha sostenuto che in alcuni casi l’interruzione delle cure può essere accettabile, anche quando equivale a eutanasia passiva; Alessio Pecorario (2023) – Esperto in “etica ambientale” ma ambiguo sulla vita, inserito nella PAV nel 2023, focalizzato su “ecologia integrale”, ha minimizzato le leggi abortiste, sostenendo che “la Chiesa deve prima risolvere la povertà”.
[10] “La sfida della vita” (1996)
[11] Philippe Roqueplo, Posizione morale di fronte alla sperimentazione scientifica nel settore della vita, pagine 84 e 85 del libro L’aborto nella discussione teologica cattolica, Queriniana, 1977
[12] https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/march/documents/papa-francesco_20190331_marocco-voloritorno.html
[13] Era il tipico approccio del clero progressista, oggi ampiamente superato da prelati come il card. Cupich che, riguardo al premio all’abortista Dick Durbin, ha dichiarato: “Al cuore dell’etica coerente della vita c’è il riconoscimento che l’insegnamento cattolico sulla vita e la dignità non può essere ridotto a una singola questione, anche se importante come l’aborto”. https://lanuovabq.it/it/alla-sagra-dellincoerenza-cupich-premia-labortista-durbin
[14] Marie-Dominique Chenu, La Parole de Dieu, II – L’Évangile dans le temps, (Les Éditions du Cerf, Paris, 1964).
[15] Mario Palmaro in “Ma questo è un uomo” Edizioni San Paolo nella nota 43 a pag.29
[16] “Über die Frage einer Indikation zur Schwangerschaftsunterbrechung” (1967) (in Schriften zur Theologie, Band VIII, p. 294).
[17] In Schriften zur Theologie, Band II, p. 217
[18] Quando inizia una vita? Risponde il cardinale Martini https://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/51790.html
[19] https://www.vatican.va/content/leo-xiii/it/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_01111885_immortale-dei.html
[20] Intervista di Card. Suenens all’I.C.I. (Informations Catholiques Internationales), 15 maggio 1969.
[21] “La Storia del Concilio Vaticano II” (a cura di Giuseppe Alberigo), Vol. 1, pp. 42-43
[22] “Rapporto sulla fede” (1985), Ed. Paoline, pp. 28-29
[23] https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/aborto-e-morale-maurizio-mori-9788806194963/
[24] https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1983_dignita-diritti_it.html
[25] https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_con_cfaith_doc_20090520_legge-naturale_it.html
[26] https://vanthuanobservatory.com/2025/08/04/perche-evangelium-vitae-non-ha-funzionato-anatomia-di-una-sconfitta-annunciata/
[27] Nel 1979, dopo la pubblicazione del suo libro Quand je dis Dieu (Quando dico Dio), in cui negava la risurrezione corporea di Cristo e altri dogmi, la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede lo condannò pubblicamente. Gli fu ritirata l’autorizzazione a insegnare teologia e fu sospeso a divinis
[28] Lettera a Diogneto
[29] Il 7 marzo 1965, Paolo VI celebrò la prima Messa in italiano, segnando una tappa importante nella diffusione della lingua vernacolare nella liturgia.
[30] Enciclica Mediator Dei
[31] 1069 Il termine « liturgia » significa originalmente « opera pubblica », « servizio da parte del popolo e in favore del popolo ». Nella tradizione cristiana vuole significare che il popolo di Dio partecipa all’« opera di Dio ».
[32] Catechesi all’udienza generale, 26 settembre 2012
[33]https://www.effedieffeshop.com/product.php~idx~~~1632~~Teologia+di+Giovanni+Paolo+II+e+lo+spirito+di+Assisi+_La_+_4+volumi~.html
[34] Karol Wojtyla, “Segno di contraddizione. Riflessioni sul Cristo”, edizione Vita e Pensiero, Milano 1977, a pagina 103: “Così la nascita della Chiesa, nel momento della morte messianica e redentrice di Cristo, è stata anche, in sostanza, la nascita dell’Uomo, e Io è stato indipendentemente dal fatto che l’uomo lo sapesse o no, lo accettasse o no! In quell’istante l’uomo è passato a una nuova dimensione della sua esistenza, concisamente espressa da san Paolo: “in Cristo” (Rom. 6,23; 8,39; 9,1; 12,5; 15,17; 16,7 e in altre lettere). L’uomo esiste “in Cristo”, e così esisteva fin dall’inizio, nell’eterno disegno di Dio; ma è per mezzo della morte e della risurrezione che questa “esistenza in Cristo” è diventata un fatto storico, radicata nel tempo e nello spazio”.
[35] Mother Teresa: The Authorized Biography (nella versione italiana, Madre Teresa: La biografia autorizzata) Autore: Navin Chawla Anno di prima pubblicazione: 1992 https://www.thehindu.com/opinion/lead/Mother-Teresa-a-remembrance/article16145824.ece
[36] Enciclica Redemptor hominis n. 14: “Quest’uomo è la via della Chiesa, via che corre, in un certo modo, alla base di tutte quelle vie, per le quali deve camminare la Chiesa, perché l’uomo – ogni uomo senza eccezione alcuna – è stato redento da Cristo, perché con l’uomo – ciascun uomo senza eccezione alcuna – Cristo è in qualche modo unito, anche quando quell’uomo non è di ciò consapevole: «Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all’uomo» – ad ogni uomo e a tutti gli uomini – «… luce e forza per rispondere alla suprema sua vocazione”
[37] Marisa Orecchia “Legge 40: i nodi irrisolti del caso italiano” pubblicato in: “Democrazia e Diritto”, Anno XLII, n. 3-4, luglio-dicembre 2004, pag. 85. Editore: Franco Angeli.
[38] https://vanthuanobservatory.com/2024/06/24/tarquinio-i-nuovi-pro-life-e-la-caporetto-cattolica1/
[39] Intervista rilasciata al quotidiano “Il Messaggero”, pubblicata lunedì 14 maggio 2018.
[40] https://www.corriere.it/cronache/22_settembre_28/cardinale-camillo-ruini-intervista-b3153012-3e9f-11ed-a7d0-8fb77372b6c6.shtml
[41] https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/39639496/aborto-sinistra-tradisce-pure-berlinguer/
[42] https://fedecultura.com/products/la-destra-e-la-sinistra
[43] “A Study of the Demographics, Religious Practices and Beliefs of Those Who Attend the Traditional Latin Mass in the United States” Autore: Rev. Donald J. Bungum. Tesi di Dottorato (Ph.D.) in Psicologia, conseguita alla Northcentral University nel 2019.
Disponibilità: La tesi è disponibile attraverso il database ProQuest Dissertations & Theses Global, accessibile per gli utenti di molte biblioteche universitarie.
[44] Pew Research Center, sondaggio del maggio 2022 (condotto in previsione della caduta di Roe v. Wade). https://www.pewresearch.org/religion/2022/05/06/americas-abortion-quandary/
[45] Marcel De Corte “DELLA FORTEZZA”. Edizioni Piane https://edizionipiane.it/prodotto/della-fortezza-la-fermezza-e-la-costanza-nella-ricerca-del-bene/
