
In un recente articolo su Crisis Magazine, Eric Sammons sostiene, in sintesi e in sostanza, che la Dottrina Sociale della Chiesa (che egli preferirebbe senza maiuscole) presenta due limiti in ordine al suo grado di vincolatività per i fedeli.
Il primo limite deriva dal fatto che tale Dottrina, in realtà, Dottrina non sarebbe: sarebbe unicamente una proposta di prudente applicazione, in questioni sociali attuali, di principi morali derivanti dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione ecclesiale. E tale attuazione, inerendo a saperi tecnici quale l’economia, non potrebbe che essere rimessa alla competenza dei laici.
Il secondo limite deriva dal fatto che le proposizioni di questo insegnamento, contenute ad esempio nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, sono perlopiù formulate in modo generico: mentre è chiaro, per il fedele, cosa debba credere quando si tratta della SS. Trinità o dell’Assunzione di Maria o di aborto, sarebbe del tutto incerto e vago, per esempio, cosa sia il “giusto salario” (par. 302 del Compendio).
Le tesi espresse da Sammons sembrano tuttavia supporre una concezione riduttiva (con il rischio di essere perciò anche fuorviante) della Dottrina Sociale della Chiesa.
Al “primo limite” segnalato occorre rispondere che questa Dottrina, in quanto insegnata dai Papi e dai Concili lungo tutta la storia della Chiesa (e non solo a partire da Leone XIII), costituisce Magistero autentico. E una dottrina del Magistero è, a seconda dei casi, de fide credenda, de fide tenenda o, quantomeno, richiede un “religioso ossequio della volontà e dell’intelletto” sia quanto alla “fede”, sia quanto ai “costumi” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della Professio fidei, 29 giugno 1998). Dunque, non vi fa eccezione la Dottrina Sociale della Chiesa. Infatti, “in quanto parte dell’insegnamento morale della Chiesa, la dottrina sociale riveste la medesima dignità ed ha la stessa autorevolezza di tale insegnamento. Essa è Magistero autentico, che esige l’accettazione e l’adesione dei fedeli. Il peso dottrinale dei diversi insegnamenti e l’assenso che richiedono vanno valutati in funzione della loro natura, del loro grado di indipendenza da elementi contingenti e variabili e della frequenza con cui sono richiamati” (Compendio, par. 80). Ciò non toglie che, vertendo su questioni sociali, questa Dottrina abbia in un certo senso una natura interdisciplinare e possa entrare in dialogo con ogni sapere (Compendio, par. 76 ss.). E’ certo dovere dei laici conoscerla e attuarla, se del caso giovandosi del consiglio di Pastori saggi. Così come, “in modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono”, i laici “hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli” (Codice di Diritto canonico, can. 212, § 3).
Con riguardo al “secondo limite”, la maggiore o minore precisione di una formulazione del Magistero di per sé non incide sul suo grado di vincolatività. Per esempio, anche un precetto di indubbio valore sociale, come il quarto comandamento “Onora tuo padre e tua madre”, non si esprime con una formulazione dettagliata. Alcune modalità della sua attuazione possono del resto variare con i tempi e con i luoghi: ma nessuno può dubitare che il comando sia vincolante e, anzi, che costituisca un obbligo grave. Questo vale, per analogia, anche per le norme umane: usualmente i principi e le norme delle Costituzioni degli Stati presentano formulazioni generali, ma nessuno dubita che queste disposizioni siano vincolanti e, anzi, siano gerarchicamente sovraordinate rispetto alle norme di legge ordinaria, usualmente più dettagliate.
L’esempio del “giusto salario” è significativo. Esso non costituisce semplicemente il contenuto di un paragrafo del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. Rappresenta invece un insegnamento costante del Magistero che deriva dalle terribili parole bibliche dell’Antico e del Nuovo Testamento: “il salario da voi frodato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi, grida” (Lettera di Giacomo 5,4). Per questo, il Catechismo considera il peccato del rifiuto del giusto salario tra quelli che “gridano vendetta al cospetto di Dio” o, analogamente, che “gridano verso il Cielo”. Possiamo considerare dunque l’insegnamento ecclesiale sul punto come vago, generico, non vincolante?
Certo, la determinazione di quale sia il giusto salario, nel caso concreto, è complessa e dipende da molte variabili. E i laici impegnati in tale questione dovranno attuare il precetto biblico anche mediante i necessari approfondimenti tecnici, giuridici, economici.
E’ vero, come scrive Sammons, che errano quei cattolici che traggono dalla dottrina del giusto salario la necessità (sempre e comunque) di una legge che lo stabilisca. Non va infatti dimenticato che, sulla base del principio di sussidiarietà, questa determinazione spetta primariamente ai singoli e ai corpi intermedi. Lo afferma lo stesso Leone XIII in Rerum Novarum (cfr. par. 34). E va ricordato in proposito – senza qui poter approfondire un argomento tanto vasto – che un ruolo utile è spesso giocato dalle organizzazioni rappresentative dei datori di lavoro e dei lavoratori attraverso la contrattazione collettiva.
Più in generale, va ricordato che la Dottrina Sociale della Chiesa è un “corpus organico” di insegnamenti dottrinali: quando essa si concentra su un tema specifico, presuppone una cornice di principi di riflessione e di criteri di giudizio, per illuminare la direttiva di azione in questione.
Marco Ferraresi
Professore di diritto del lavoro, Università di Pavia, Italia
(Foto: di Tracy Higashi, Unsplash)
