Come era prevedibile, la morte del Santo Padre, Papa Francesco, ha attirato i riflettori di tutto il mondo sul centro della Cristianità. Si è avuto un flusso continuo di analisi, bilanci, commenti sui 12 anni di pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Allo stesso tempo al centro del dibattito pubblico è entrato prepotentemente il tema della successione papale, con tutte le speculazioni e i morbosi retroscena giornalistici del pre-conclave. 

Chi scrive vuole evitare qualsiasi taglio polemico, cercando di contribuire in maniera positiva a riflettere sul tema che ci accompagna ormai da giorni. La Chiesa non è alla pari di una qualsiasi organizzazione umana. La Chiesa è un’istituzione divina, guidata misteriosamente dallo Spirito Santo. Peraltro, come disse nel 1997 ad una tv bavarese l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, non è direttamente lo Spirito Santo a scegliere il Papa: “Direi che lo Spirito Santo non prende esattamente il controllo della questione, ma piuttosto, da quel buon educatore che è, ci lascia molto spazio, molta libertà, senza pienamente abbandonarci. (…) Probabilmente l’unica sicurezza che egli offre è che la cosa non possa essere totalmente rovinata. Ci sono troppi esempi di Papi che evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto”.

Se non si può dunque avere certezza sul modo in cui i cardinali agiranno durante il conclave, né degli esiti dello stesso, sappiamo che i successori degli apostoli, per tutto il corso delle operazioni, vengono assistiti dallo Spirito Santo. Conseguentemente, ogni cattolico ha il dovere di pregare perché i porporati siano docili all’azione del Paraclito.

Si può sperare che, alla luce del cammino ecclesiale degli ultimi decenni, il prossimo sia un Papa di sintesi rispetto agli ultimi due pontificati, quello di Benedetto XVI e quello di Papa Francesco, e che allo stesso tempo il futuro pontefice possa mettere ordine all’interno della chiesa, la quale vive un periodo di profonda crisi della fede e di divisione. Infatti, se è vero, come disse Ratzinger, che sempre la Barca di Pietro è “squassata dal vento delle ideologie, che con le loro acque penetrano in essa e sembrano condannarla all’affondamento”, allo stesso tempo abbiamo la certezza che il male non può prevalere su di essa.

Entrambi i pontificati ci hanno lasciato dei messaggi luminosi, tuttavia non sono mancate difficoltà e qualche ambiguità.

Papa Francesco è stato profetico nel risaltare l’immagine di una “Chiesa in uscita”, vicina ai più poveri e agli scartati dalla società.  Ha voluto proprio che questo fosse mediaticamente visibile, e ciò in contrapposizione ad una falsa raffigurazione – molto in auge tra l’opinione pubblica – di una chiesa ricca e opulenta.

Francesco ha tracciato – sulla scia di Giovanni Paolo II – il cammino di una chiesa missionaria, proiettata sulle sfide globali più che sulle questioni interne alle mura vaticane.

Profetico è stato poi il suo incessante appello alla Pace, in un contesto geopolitico sempre più grave e caotico, che si può riassumere nel grido di allarme per quella che definiva “terza guerra mondiale a pezzi”.

Come dimenticare ancora il suo impegno per la difesa della vita – in ogni sua fase, dal concepimento alla morte naturale, nonché la ferma denuncia della colonizzazione ideologica del gender.

Sul piano dottrinale, alcuni documenti, di carattere pastorale, firmati dal Santo Padre, non si sono contraddistinti per chiarezza a causa di qualche passaggio ambiguo – maliziosamente cavalcato dai media – come ad esempio evidenziato da alcuni Cardinali che hanno formulato al Papa i c.d. dubia (in riferimento all’esortazione apostolica Amoris laetitia del 2016), purtroppo senza ricevere alcun riscontro.

Problematico è stato l’interventismo mediatico di Francesco che, se da un lato ha trovato l’appoggio compiaciuto dei media mainstream, dall’altro lato ha suscitato in alcuni casi disorientamento, non solo tra i cattolici.

Per chi legge gli eventi da una prospettiva non solo storica ma escatologica, rilevante è stata la consacrazione da parte di Papa Francesco della Russia e dell’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria, avvenuta il 25 marzo 2022.

Quanto al Pontificato di Benedetto XVI, è stato dipinto come speculare rispetto a quello di Francesco. In realtà i due Papi hanno rappresentato diverse sensibilità presenti nella chiesa, pur mantenendo una continuità di fondo nel magistero.

Benedetto non è stato un Papa mediatico (anzi è stato avversato dai media). Forse, rispetto a Francesco, può essere apparso come un pontefice poco vicino alla gente e alle problematiche sociali (anche se basterebbe leggere l’Enciclica “Caritas in Veritate” per cambiare idea).

Se nel breve periodo il papato ratzingeriano non ha inciso come si sperava, ci ha però lasciato in eredità un tesoro dottrinale.

Il suo magistero rappresenta un enorme patrimonio teologico, filosofico e spirituale. Ha ridato dignità alla liturgia e alla musica sacra, in particolare al canto gregoriano.  Ha indicato la “via pulchritudinis” – la via della bellezza – come antidoto alle brutture che il mondo, anche ecclesiale, spesso offre, soprattutto in ambito artistico, architettonico e culturale.

È stato un baluardo contro quella che lui stesso ha coniato come dittatura del relativismo: “Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie“(Cardinale Joseph Ratzinger, 18 aprile 2005).

Ha sottolineato come sia necessario oggi più che mai un’ecologia dell’uomo, non di minore importanza rispetto alla tutela dell’ambiente.

Ha confermato la legittimità, con il Motu Proprio “Summorum Pontificum”, della messa “tridentina”, cioè l’unica messa celebrata per secoli fino alla riforma di San Paolo VI.  Così facendo ha recuperato un tesoro spirituale e liturgico che stava per scomparire, grazie al quale sono sorte parecchie comunità fiorenti e frequentate da giovani famiglie.

Purtroppo la crescita dei gruppi “Summorum Pontificum” ha subito un duro colpo negli ultimi anni, a causa delle restrizioni imposte dalla Santa Sede, rallentando o talvolta soffocando il processo di rinnovamento liturgico iniziato con Benedetto XVI.

Peraltro, contrariamente a quanto sostengono i detrattori della messa in latino, l’obiettivo finale di Benedetto XVI non era semplicemente quello di ripristinare il vecchio rito, ma piuttosto di influenzare positivamente la messa celebrata secondo il messale di Paolo VI, al fine di riconciliare la messa riformata – spesso celebrata in maniera sciatta e mediocre – con una lunghissima tradizione liturgica.

Papa Benedetto aveva compreso bene che una messa secondo i canoni tradizionali e teologicamente corretta avrebbe favorito una rinascita della fede, come ci ricorda la massima “lex orandi, lex credendi”.

Purtroppo la riforma liturgica di Benedetto non è stata compresa pienamente da Papa Francesco, vuoi per un pregiudizio di fondo, in parte giustificabile a causa di alcuni gruppi pseudo-scismatici, vuoi per una poca sensibilità liturgica di un Pontefice appartenente all’ordine dei gesuiti, i quali sono poco inclini al tema, secondo un detto popolare per cui il gesuita “nec rubricat nec cantat”.

Per quanto fin qui detto, al netto delle problematiche, ci sono buone ragioni per ritenere che sia Benedetto che Francesco abbiano avuto delle ottime intuizioni, arricchendo, pur da angolazioni diverse, il magistero della chiesa.

Allo stesso tempo entrambi i Pontificati sono rimasti due grandi incompiuti, due percorsi appena abbozzati.

Il prossimo Papa potrebbe quindi avere il ruolo di grande “ordinatore”, riprendendo il meglio che è stato prodotto negli ultimi decenni dalla chiesa.

In tal senso sono molto opportune le dichiarazioni rilasciate in queste ore dal Cardinale Gerhard Muller. Il porporato puntualmente precisa come: “il prossimo pontefice, non dovrebbe cercare l’applauso del mondo secolare che vede la Chiesa come un’organizzazione umanitaria che fa lavoro sociale”.

Sempre secondo Muller, i Cardinali “hanno la responsabilità di eleggere un uomo che sia in grado di unificare la Chiesa nella verità rivelata”, estraneo alle categorie mondane di progressista o conservatore.

Müller rivela anche di pregare “che lo Spirito Santo illumini i cardinali, perché un Papa eretico che cambia ogni giorno a seconda di ciò che dicono i mass media sarebbe catastrofico”.

In conclusione la chiesa del futuro potrebbe assomigliare molto a quella descritta da un giovane Joseph Ratzinger, in un testo profetico del 1969: “Avremo presto, preti ridotti al ruolo di assistenti sociali e il messaggio di fede ridotto a visione politica. Tutto sembrerà perduto, ma al momento opportuno, proprio nella fase più drammatica della crisi, la Chiesa rinascerà. Sarà più piccola, più povera, quasi catacombale, ma anche più santa. Perché non sarà più la Chiesa di chi cerca di piacere al mondo, ma la Chiesa dei fedeli a Dio e alla sua legge eterna. La rinascita sarà opera di un piccolo resto, apparentemente insignificante eppure indomito, passato attraverso un processo di purificazione. Perché è così che opera Dio. Contro il male, resiste un piccolo gregge”.

Una chiesa missionaria e dal volto materno, evangelicamente vicina ai poveri e alle periferie esistenziali, graniticamente ancorata al magistero perenne e alla tradizione, da cui trae vigore e santità.

Vittorio Leo

(Foto: pixabay)

Autore