
Scuola nazionale di Dottrina sociale della Chiesa
La Regalità sociale di Cristo e il magistero di Pio XI
Nel centenario della Quas primas
21 marzo 2025
In occasione di questa sessione formativa della Scuola Nazionale di Dottrina sociale della Chiesa¸ ringrazio Riccardo Cascioli per il gentile invito a trattare il tema “La Regalità sociale di Cristo: fondamenti teologici”. Nel magistero di Pio XI, questi fondamenti teologici sono espressi con notevole chiarezza e sintesi nell’Enciclica Quas Primas, di cui stiamo celebrando il centenario.
Mi sembra importante, per comprendere la regalità sociale di Cristo e i suoi fondamenti teologici, assumere una certa altezza di visione che ci porti a considerare brevemente la Regalità di Cristo in tutte le sue componenti, alla scuola di Pio XI e della sua notevole enciclica.
“Restaurare tutte le cose in Cristo” – “Instaurare omnia in Christo” – , parole tratte dalla Lettera di San Paolo agli Efesini, erano il motto di Papa San Pio X, al quale Cristo conferì l’ufficio di San Pietro in un momento di tremenda agitazione nel mondo e nella Chiesa (4 agosto 1903 – 20 agosto 1914).[1] Si riferiscono all’ordine e alla pace, alla salvezza eterna, per la quale Dio Padre ha inviato il suo Figlio unigenito a prendere la nostra natura umana e a soffrire, morire, risorgere dai morti e salire alla destra del Padre. Si riferiscono al Mistero della Fede, che ci assicura che Cristo, seduto alla destra del Padre nella gloria, rimane con noi sulla terra, riversando dal suo glorioso Cuore trafitto, senza misura e senza sosta, il settuplice dono dello Spirito Santo sul suo Corpo Mistico, la Chiesa, cioè nei cuori umani.
La traduzione corretta del verbo instaurare è infatti oggetto di discussione. Papa Benedetto XVI, nel suo discorso all’udienza generale del mercoledì del 5 dicembre 2012, ha discusso il significato di questo verbo che descrive lo scopo dell’Incarnazione redentrice. Ha dichiarato:
… L’Apostolo, però, parla più precisamente di ricapitolazione dell’universo in Cristo, e ciò significa che nel grande disegno della creazione e della storia, Cristo si leva come centro dell’intero cammino del mondo, asse portante di tutto, che attira a Sé l’intera realtà, per superare la dispersione e il limite e condurre tutto alla pienezza voluta da Dio (cfr Ef 1, 23).[2]
Il senso del verbo è chiaro dal testo da cui è tratta la frase.
Il testo fa parte dell’inno di lode a Dio e di ringraziamento a Lui, con cui inizia la Lettera agli Efesini. Lodando Dio Padre per averci scelto in Cristo, per averci adottato come suoi veri figli e figlie nel suo unigenito Figlio incarnato, il testo dichiara,
In lui [Nostro Signore Gesù Cristo] abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei nostri debiti, secondo le ricchezze della sua grazia che egli ha riversato su di noi. Egli infatti ci ha fatto conoscere in tutta la sua sapienza e perspicacia il mistero della sua volontà, secondo il proposito che ha stabilito in Cristo come piano per la pienezza dei tempi, di unire in lui tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra.[3]
In breve, in Cristo si realizza il giusto ordine di tutte le cose, l’unione del cielo e della terra, come Dio Padre intendeva fin dall’inizio. Cristo vince il disordine introdotto nel mondo dal peccato dell’uomo, dalla ribellione dei nostri Primi Genitori contro la volontà di Dio per noi e per il mondo. Disobbedendo a Dio, i nostri Primi Genitori hanno pensato, secondo l’inganno e l’affetto sbagliato introdotto nelle loro menti e nei loro cuori da Satana, di diventare Dio. È l’obbedienza di Dio Figlio incarnato che ristabilisce, ripristina la comunione originaria dell’uomo con Dio e, quindi, la pace nel mondo. La sua obbedienza unisce di nuovo tutte le cose, “quelle del cielo e quelle della terra”.[4]
È il Mistero della Fede che ci insegna la Regalità di Cristo. Consideriamo l’incomparabile realtà di Cristo – le due nature, umana e divina, nell’unica persona di Dio Figlio – sotto diversi aspetti, riferendoci a Cristo con vari titoli, ad esempio, Figlio di Dio e Figlio di Maria, Buon Pastore, Sommo Sacerdote Eterno, Maestro, Legislatore Eterno, e così via. In realtà, il grande mistero dell’Incarnazione Redentrice di Dio Figlio è così grande che possiamo solo tentare di comprenderlo con l’uso di varie analogie, che indicano la realtà incomparabile ma non la esprimono mai pienamente.
Papa Pio XI, nella Lettera Enciclica Quas Primas, con la quale istituì “la festa della Regalità di nostro Signore Gesù Cristo da osservarsi annualmente in tutto il mondo”,[5] osservò ai suoi fratelli Vescovi:
E non occore, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennità di Cristo re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe già adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignità regale. Basta infatti avvertire che mentre l’oggetto materiale delle attuali feste di Nostro Signore è Cristo medesimo, l’oggetto formale, però, in esse si distingue del tutto dal nome della potestà regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo stabilire questa festa in giorno di domenica è perché non solo il clero con la celebrazione della Messa e la recita del divino Ufficio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni, rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e della sua devozione. … Pertanto questo sia il vostro ufficio, Venerabili Fratelli, questo il vostro compito di far sì che si permetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabliti, in ogni parrocchia un corso di predicazione, in modo che i fedeli, ammaestrati intorno alla natura, al significato e all’importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino.[6]
L’osservanza liturgica della Festa della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo dona la grazia di un’obbedienza più perfetta a Lui solo che è il nostro Salvatore, Lui solo che è “la via, la verità e la vita”.[7]
Se la Chiesa ha sempre acclamato Cristo come Re del cielo e della terra, in accordo con la Divina Rivelazione[8] e, soprattutto, in accordo con la parola di Cristo stesso,[9] perché Papa Pio XI ha ritenuto importante prevedere una particolare osservanza liturgica della realtà della Regalità di Cristo? Egli parla dell’ispirazione avuta al termine della canonizzazione di sei confessori e vergini nell’anno 1925,[10] e del sedicesimo centenario del Concilio di Nicea, anch’esso osservato nel 1925, che “definì e propose come dogma la consustanzialità dell’Unigenito col Padre e nello stesso tempo, inserendo nel Simbolo la formula “il suo regno non avrà fine”, proclamò così la dignità regale di Cristo”.[11] Le canonizzazioni a cui si riferisce sono quelle dei santi Teresa di Lisieux, Pietro Canisio, Madeleine Sophie Barat, Marie-Madeleine Postel, Giovanni Vianney e Giovanni Eudes. Inoltre, il 1925 era un Anno Santo durante il quale, come indica Papa Pio XI, “moltissimi cardinali, vescovi e fedeli” gli avevano manifestato “sia individualmente, sia collettivamente” il desiderio di istituire la festa di Cristo Re.[12]
Come Pastore della Chiesa universale, riferendosi al Te Deum cantato a conclusione del Rito di Canonizzazione e, in particolare, alle parole “Tu Rex gloriae Christe” – “Tu, Cristo, Re della gloria”, ha scritto:
E qual gioia e qual conforto provammo nell’animo quando, nello splendore della Basilica Vaticana, promulgato il decreto solenne, una moltitudine sterminata di popolo, innalzando il cantico di ringraziamento esclamò : “tu sei il Re della gloria, o Cristo!”. Poiché, mentre gli uomini e le nazioni, lontani da Dio, per l’odio vicendevole e per le discordie interne si avviano alla rovina e alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma generazioni di santi e di sante a Gesù Cristo, il quale non cessa di chiamare alla beatitudine del regno celeste coloro che ebbe sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno. [13]
Il Romano Pontefice ha visto nella virtù eroica dei santi appena canonizzati, nella loro obbedienza alla volontà del Padre, un’obbedienza vissuta in Cristo, la risposta alla situazione di crescente secolarizzazione, materialismo e relativismo – tutti inimici all’amore di Dio – nel mondo.
Nell’omelia pronunciata durante la Messa pontificale in cui Santa Teresa di Lisieux fu canonizzata il 17 maggio 1925, Papa Pio XI, riferendosi all’unione del cuore della santa con il Sacro Cuore di Gesù, citando Santa Teresa, dichiarò:
Risulta parimenti che per questa forza di ardente carità, nella giovane di Lisieux esistettero il proposito e l’impegno « di lavorare per amore di Gesù, unicamente per piacergli, per consolare il suo Sacratissimo Cuore e per promuovere la salvezza eterna delle anime, le quali poi amassero Cristo per sempre »: che ciò ella abbia cominciato a fare e ad ottenere appena giunse nella patria celeste si comprende facilmente da quella mistica pioggia di rose, che per divina concessione, come da viva aveva ingenuamente promesso, ha già sparso in terra e continua a spargere.[14]
L’eroica santità di Santa Teresa di Lisieux è la manifestazione più eclatante della trasformazione dei cuori e, quindi, della famiglia e della società in generale, che scaturisce inevitabilmente dal riconoscimento e dall’abbraccio della Regalità di Cristo. Non possiamo fare a meno di osservare che la situazione di ribellione a Cristo e alla Sua Legge, descritta da Papa Pio XI nel 1925, si è solo aggravata nel nostro tempo e tenta sempre più di infiltrarsi nella vita della Chiesa stessa e di corrompere la Sposa di Cristo, per condurla a una grave infedeltà, con un’apostasia dalla Fede Apostolica.
Papa Pio XI ha poi espresso la grande realtà della Regalità di Cristo come è sempre stata intesa nella Chiesa. Dichiarò:
Da gran tempo si è usato comunemente chiamare Cristo con l’appellativo di re per il sommo grado di eccellenza che ha in modo sovraeminente fra tutte le cose create. In tal modo, infatti, si dice che egli regna “nelle menti degli uomini” non solo per l’altezza del suo pensiero e per la vastità della sua scienza, ma anche perché egli è Verità, ed è necessario che gli uomini si attingano e ricevano con obbedienza da lui la verità; similmente “nelle volontà degli uomini”, sia perché in lui alla santità della volontà divina risponde la perfetta integrità e sottomissione della volontà umana, sia perché con le sue ispirazioni influisce sulla libera volontà nostra in modo da infiammarci verso le più nobili cose. Infine Cristo è riconosciuto “re dei cuori” per quella sua “carità che sorpassa ogni comprensione umana” (Ef 3,19) e per le attrattive della sua mansuetudine e benignità: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sarà in avvenire quanto Gesù Cristo. Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo-uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di re; infatti soltanto in quanto è uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre “la potestà e l’onore e il regno” (Dn 7,13-14), perché come Verbo di Dio, essendo della stessa sostanza del Padre, non può non avere in comune con il Padre ciò che è proprio della divinità, e per conseguenza egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero. [15]
La comprensione della Regalità di Cristo è intimamente legata alla comprensione del Suo Sacratissimo Cuore. Il tempo non permette una trattazione più lunga del rapporto tra la Regalità di Cristo e il Suo Sacro Cuore. Basti dire che, in virtù dell’unione consustanziale del Cuore di Gesù – umano e divino – con il Cuore divino del Padre, Egli regna su tutti i cuori. Purifica e santifica tutti i cuori con l’effusione dello Spirito Santo dal suo glorioso Cuore trafitto.
La Regalità di Cristo si estende chiaramente al singolo cuore umano. La sua Regalità richiede l’obbedienza che libera l’individuo a diventare tutto ciò che Dio lo ha creato per essere. Nella sua prima Enciclica, Redemptor Hominis, Papa San Giovanni Paolo II fa riferimento alla realtà della Regalità di Cristo nel cuore umano.[16] La Regalità di Cristo sui cuori umani non è un ideale a cui tutti sono chiamati ma che solo pochi possono raggiungere. È piuttosto una realtà della grazia divina che aiuta anche il soggetto umano più debole e più provato a raggiungere un grado eroico di virtù, se solo collabora con la grazia divina.
La Costituzione dogmatica Lumen Gentium, “Sulla Chiesa”, del Concilio Ecumenico Vaticano II espone il perenne insegnamento della Chiesa sulla regalità di Cristo e sulla partecipazione di tutti i fedeli alla sua missione regale con queste parole:
Cristo, fattosi obbediente fino alla morte e perciò esaltato dal Padre (cfr. Fil 2,8-9), è entrato nella gloria del suo regno; a lui sono sottomesse tutte le cose, fino a che egli sottometta al Padre se stesso e tutte le creature, affinché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1 Cor 15,27-28). Questa potestà egli l’ha comunicata ai discepoli, perché anch’essi siano costituiti nella libertà regale e con l’abnegazione di sé e la vita santa vincano in se stessi il regno del peccato anzi, servendo il Cristo anche negli altri, con umiltà e pazienza conducano i loro fratelli al Re, servire il quale è regnare.[17]
È a questo testo che si riferisce principalmente Papa San Giovanni Paolo II. Nell’economia della grazia, attraverso il Mistero della Fede, mostriamo al massimo la nobiltà della natura umana quando siamo uniti a Cristo nell’effusione del suo amore puro e disinteressato.
La regalità di Cristo sui cuori umani si esercita soprattutto attraverso la coscienza, “voce di Dio” che esprime la sua legge scritta su ogni cuore umano. La coscienza, quindi, non è, come spesso viene falsamente compreso e affermato oggi, formata dai pensieri e dai desideri dell’individuo, ma dalla verità che purifica sempre i pensieri e i desideri individuali e li dirige in conformità alla legge dell’amore di Dio e del prossimo. L’obbedienza alla Regalità di Cristo si esprime con il proposito e lo sforzo di conformare tutto il proprio pensare, parlare e agire a Cristo vivo per noi nella Tradizione Apostolica vivente.
La Regalità di Cristo è, per sua natura, universale, cioè si estende a tutti gli uomini, al mondo intero. Non è una regalità solo sui fedeli o solo sulle cose della Chiesa, ma su tutti gli uomini e su tutti i loro affari. La Regalità è esercitata dal Cuore di Cristo nei cuori umani. Non pretende di governare direttamente il mondo, ma di governarlo attraverso l’uomo, l’amministratore del mondo. Papa Pio XI, citando Papa Leone XIII, ha dichiarato:
D’altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo-uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto sottostà al suo arbitrio. Tuttavia, finché fu sulla terra si astenne completamente dall’esercitare tale potere, e come una volta disprezzò il possesso e la cura delle cose umane, così promise e permette che i possessori debitamente se ne servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: “Non toglie il trono terreno colui che dona il regno eterno dei cieli”.
Pertanto il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro predecessore di immortale memoria Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: “L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla chiesa, sebbene le errate opinioni li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo”.
Né v’è differenza fra gli individui e la società domestica e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quanto lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salvezza privata e pubblica: “In nessun altro c’è la salvezza, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale possiamo essere salvati” (At 4,12), è lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli cittadini sia per gli stati: “Poiché il benessere della società non ha origine diversa da quella dell’uomo, in quanto la società non è altro che una concorde moltitudine di uomini”. [18]
I cristiani, che non pretendono di governare lo Stato civile per mezzo della Chiesa, sono allo stesso tempo chiamati a dare un’eroica testimonianza pubblica della verità della legge morale, della legge di Dio. Così, la Regalità di Cristo è esercitata da cuori che sono un tutt’uno con il Suo Cuore Reale.
Pio XI fa riferimento alla Lettera Enciclica Annum Sacrum di Papa Leone XIII, con la quale Papa Leone consacrava tutta l’umanità al Sacro Cuore di Gesù. Nello stesso documento, Papa Leone, riferendosi al potere sovrano e assoluto di Cristo, dichiarò:
Di fatto egli esercitò questo suo proprio e individuale diritto quando ordinò agli apostoli di predicare la sua dottrina, di radunare, per mezzo del battesimo, tutti gli uomini nell’unico corpo della chiesa, e di imporre delle leggi, alle quali nessuno può sottrarsi senza mettere in pericolo la propria salvezza eterna. [19]
Cristo esercita la sua regalità attraverso la grazia dello Spirito Santo, che Egli riversa senza sosta e senza interruzioni nei cuori dei suoi fedeli, che sono i suoi collaboratori nella missione di salvezza del mondo. Essi sono gli amministratori del suo diritto divino in virtù della sua grazia che abita nei loro cuori.
Qui è importante notare che la Regalità di Cristo sui cuori degli uomini è anteriore a qualsiasi Stato o governo. Lo Stato o il governo, infatti, deve innanzitutto rispettare la libertà di religione, la libertà dell’uomo nel suo rapporto con Dio, che ha la sua espressione più fondamentale nella libertà di coscienza. Lo Stato, infatti, dipende dalla religione per il suo giusto ordinamento. Anthony Esolen, nel suo libro Reclaiming Catholic Social Teaching: A Defense of the Church’s True Teachings on Marriage, Family, and the State, citando la Lettera Enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII, ha osservato:
Soprattutto, Papa Leone ci ricorda che, senza la virtù della religione, lo Stato diventa poco più che un insieme di egoismo e sensualità, non degno della fedeltà umana. Per quanto riguarda la povertà e la rapacità, “solo la religione”, dice il Papa, “può servire a distruggere il male alla radice”, così che “tutti gli uomini dovrebbero essere persuasi che la cosa principale necessaria è il ritorno al vero cristianesimo, al di fuori del quale tutti i piani e i dispositivi dei più saggi si riveleranno di scarsa utilità” (RN, 247).[20]
Uno Stato o una nazione sani stimeranno, in modo particolare, la pratica della religione cristiana come essenziale per il giusto ordine delle case e della società in generale.
Allo stesso modo, i diritti fondamentali dell’uomo nella società – e non parlo del numero sempre crescente di cosiddetti diritti inventati per promuovere la secolarizzazione di tutta la vita – sono anteriori allo Stato, hanno il loro fondamento nell’analogia dell’essere, nella partecipazione dell’uomo all’Essere di Dio, alla sua Verità, Bellezza e Bontà. Papa Leone XIII ha chiarito che la famiglia è “società vera e anteriore a ogni civile società e perciò con diritti e obblighi indipendenti dallo stato”.[21] Questi diritti e doveri sono inerenti alla natura dell’uomo, maschio e femmina, che porta il singolo uomo e la singola donna al matrimonio e al suo frutto, la famiglia. La Regalità di Cristo nella casa libera i membri della famiglia e la famiglia come società di godere di questi diritti e di adempiere a questi doveri, in accordo con la volontà di Dio. L’universalità della Regalità di Cristo si riflette nella pratica di intronizzare l’immagine del Sacro Cuore di Gesù nella casa e negli altri luoghi della nostra attività umana.
La natura essenzialmente sociale della Regalità di Cristo è evidente. L’anima individuale esiste sempre in relazione con Dio e con gli altri, a partire dalla famiglia fino allo Stato o alla nazione e al mondo. L’obbedienza del cuore umano al Cuore di Cristo pone l’individuo non solo in una giusta relazione con Dio, ma anche con tutti gli uomini che Egli desidera salvare, per i quali il Cuore di Cristo non cessa di battere con un amore incommensurabile e incessante.
La natura sociale della Regalità di Cristo si manifesta nel modo più completo nel Sacrificio Eucaristico, con il quale Cristo rende sacramentalmente presente la sua morte sul Calvario, per condividere con l’uomo il frutto incomparabile del suo sacrificio: Il suo Corpo, il suo Sangue, la sua Anima e la sua Divinità, offerti come nutrimento spirituale per il pellegrinaggio terreno dell’uomo verso il Regno dei Cieli. È attraverso il Sacrificio eucaristico, dono supremo di Dio e non invenzione dell’uomo, che il singolo cuore umano si offre nell’amore puro e disinteressato di Dio e del prossimo.
A proposito della Santa Eucaristia e della giustizia sociale, Anthony Esolen ha osservato:
Gesù ci dice che solo Lui è il pane della vita, che solo Lui ha acqua viva da dare. Egli è il Buon Pastore; se abbiamo Lui, non c’è nient’altro che possiamo desiderare. Non cerchiamo pastori altrove. Non ci inchiniamo a ideologie o sistemi politici. Non ci aspettiamo la salvezza dai presentimenti della grande terra nuova che verrà. Non veneriamo la presunta inevitabile marcia della storia. Non adoriamo un imperatore, qualunque sia il suo nome. [22]
La partecipazione al Sacrificio eucaristico è il mezzo più perfetto ed efficace per la trasformazione dei cuori umani attraverso l’unione con il Cuore di Cristo, attraverso la sottomissione alla sua Regalità di amore puro e disinteressato.
Citando la Lettera Enciclica Mirae Caritatis di Papa Leone XIII, “Sulla Santa Eucaristia”, Esolen sottolineò il perfetto esercizio della Regalità di Cristo nella Santa Eucaristia. Egli scrisse:
Quando un bambino vede, come ho visto io, un uomo dal più potente intelletto scientifico inginocchiarsi in adorazione davanti al Signore, presente nel tabernacolo, con la fiamma della lampada rossa del santuario che tremola, è come dice Leo: “la mente trova il suo nutrimento, le obiezioni dei razionalisti vengono messe da parte e viene gettata abbondante luce sull’ordine soprannaturale” (MC, 524). Se la natura terrena è tutto ciò che esiste, allora questo mondo è un deserto e solo una maggiore astuzia separa l’uomo dalla bestia. Ma “la terra è dell’Eterno e la sua pienezza; il mondo e coloro che lo abitano” (Salmo 24:1). Egli, il Signore della natura, nel miracolo dell’Eucaristia, sospende le leggi di quella natura e ha confermato questo miracolo con “prodigi compiuti in suo onore, sia nei tempi antichi che nei nostri, di cui in più di un luogo esistono pubblici e notevoli registri e memorie”.[23]
Si pensi alla ricchezza dei miracoli eucaristici lungo i secoli cristiani, concessi da Nostro Signore per confermare e illuminare la regalità del suo glorioso Cuore trafitto.
Quando riflettiamo sulla ribellione al buon ordine e alla pace di cui Dio dota ogni cuore umano, soprattutto attraverso la coscienza, che porta il mondo e persino la Chiesa a una confusione sempre maggiore, alla divisione, alla distruzione degli altri e di se stessi, comprendiamo, come aveva capito Papa Pio XI, l’importanza della nostra adorazione di Cristo sotto il suo titolo di Re del cielo e della terra.” Tale culto non è una forma di ideologia. Non è il culto di un’idea o di un ideale. È la comunione con Cristo Re, soprattutto attraverso la Santissima Eucaristia, grazie alla quale la nostra missione regale in Lui è compresa, abbracciata e vissuta. È la realtà in cui siamo chiamati a vivere, la realtà dell’obbedienza alla Legge di Dio scritta nei nostri cuori e nella natura stessa di tutte le cose. È la realtà a cui la nostra coscienza ci chiama immancabilmente a conformare il nostro essere e in base alla quale giudica anche i nostri pensieri, parole e azioni. È la realtà della nostra dignità in Cristo e dell’alta missione insita in questa dignità.
È la realtà di tutte le cose, del nostro mondo, di ogni ordine politico, che ci viene comandato e rafforzato di rispettare e osservare, per il quale siamo dotati della grazia di trasformare non solo le nostre vite individuali e le nostre famiglie, ma anche l’intera società. Concludo con le parole di del Catechismo della Chiesa Cattolica sul “dovere sociale della religione e il diritto alla libertà religiosa”:
Il dovere di rendere a Dio un culto autentico riguarda l’uomo individualmente e socialmente. È «la dottrina cattolica tradizionale sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo». Evangelizzando senza posa gli uomini, la Chiesa si adopera affinché essi possano «informare dello spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture della comunità» in cui vivono. Il dovere sociale dei cristiani è di rispettare e risvegliare in ogni uomo l’amore del vero e del bene. Richiede loro di far conoscere il culto dell’unica vera religione che sussiste nella Chiesa cattolica ed apostolica. I cristiani sono chiamati ad essere la luce del mondo. La Chiesa in tal modo manifesta la regalità di Cristo su tutta la creazione e in particolare sulle società umane..[24]
Che noi, per grazia di Dio e per intercessione della Vergine Madre di Dio, possiamo sempre dare onore alla Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo e servire Cristo nostro Re con obbedienza nel Suo regno su tutti i cuori umani dal Suo glorioso Sacro Cuore trafitto
Grazie per la vostra cortese attenzione. Che Dio benedica voi e le vostre case. Viva Cristo Re!
Raymond Leo Cardinale BURKE
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[1] Ef 1, 10.
[2] Insegnamenti di Benedetto XVI, Vol. VIII, 2, 2012 (Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 2012), p. 703.
[3] Ef 1, 7-10.
[4] Ef 1, 10.
[5] “… festum D. N. Iesu Christi Regis …, quotannis, ubique terrarum agendum”. Pio PP. XI, Litterae Encyclicae Quas primas, “De Festo Domini Nostri Iesu Christi Regis constituendo”, 11 Decembris 1925, Acta Apostolicae Sedis, 17 (1925) 607. [QP]. Traduzione italiana: Enchiridion delle Encicliche, Vol. 5 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1999), n. 158, p.189. [QPIt].
[6] “Neque est cur vos, Venerabiles Fratres, diu multumque doceamus, qua de causa festum Christi Regis ab reliquis illis distinctum agi decreverimus, in quibus quaedam inesset regiae ipsius dignitatis et significatio et celebratio. Unum enim animadvertere sufficit, quod, quamquam in omnibus Domini nostri festis materiale obiectum, ut aiunt, Christus est, obiectum tamen formale a regia Christi potestate ac nomine omnino secernitur. In diem vero dominicum idcirco indiximus, ut divino Regi non modo clerus litando ac psallendo officia praestaret sua, sed etiam populus, ab usitatis occupationibus vacuus, in spiritu sanctae laetitiae, obedientiae servitutisque suae praaeclarum Christo testimonium daret…. Itaque hoc vestrum, Venerabiles Fratres, esto munus, vestrae2 hae partes sunto, ut annuae celebritati praemittendas curetis, statis diebus, ad populum e singulis paroeciis contiones, quibus is de rei natura, significatione et momento accurate monitus atque eruditus, sic vitam instituat ac componat, ut iis digna sit, qui divini Regis imperio fideliter studioseque obsequuntur.” QP, 608. Traduzione italiana: QPIt, 159, p. 190-191.
[7] Gv 14, 6.
[8] Cfr. ad esempio Sal 2, 6-8; Is 9, 6-7; Lc 1, 32-33.
[9] Cfr. Mt 25, 31-32.
[10] Cfr. QP, 594.
[11] “… Unigeniti cum Patre consubstantialitatem sanxit ad credendumque catholica fide proposuit, itemque, verba “cuius regni non erit finis” in suam fidei formulam seu Symbolum inserendo, regiam Christi dignitatem affirmavit.” QP, 595. QPIt, 141, p. 163.
[12] “… plurimorum Patrum Cardinalium, Episcoporum fideliumque precibus … aut singillatim aut communiter”. QP, 595. QPIt, 142, p. 163.
[13] “O quantum voluptatis animum Nostrum incessit, quantum solacii, cum, in Petriani templi maiestate, post latas a Nobis decretorias sententias, ab ingenti fidelium multitudine, inter gratiarum actionem, conclamatum est: Tu Rex gloriae, Christe. Namque, dum homines civitatesque a Deo alienae, per concitatas invidiae flammas intestinosque motus, in exitium atque interium aguntur, Ecclesia Dei, pergens spiritualis vitae pabulum humano generi impertire, sanctissimam, aliam ex alia, virorum feminarumque subolem Christo parit atque alit, qui, quos sibi fidissimos in terreno regno subiectos parentesque habuit, eosdem ad aeternam regni caelestis beatitatem advocare non desinit.” QP, 594-595. QPIt, 141, p. 161
[14] “Constat pariter, ex hac ardentis caritatis vi in Lexoviensi puella exstitisse propositum illud atque stadium “ob Iesu amorem laborandi, unice aut eidem placeret, Cor eius Sacratissimum consolaretur aeternamque proveheret salutem animarum, quae Christum perpetuo diligerent”: quod ipsum illam coepisse, ubi primum in caelestem patriam pervenit, patrare atque efficere, facile ex ea mystica rosarum pluvia intellegitur, quam, Deo dante, ut vivens ingenue spoponderat, in terras iam demisit pergitque demittere.” Pio PP XI, “In solemni canonizatione Beatae Teresiae ab Infante Iesu, Virginis, in Basilica Vaticana”, 17 Maii 1925, Acta Apostolicae Sedis 17 (1925), 213. Traduzione italiana: https://www.vatican.va/content/pius-xi/it/homilies/documents/hf_p-xi_hom_19250517_benedictus-deus.html
[15] “Ut translata verbi significatione rex appellaretur Christus ob summum excellentiae gradum, quo inter omnes res creatas praestat atque eminet, iam diu communiterque usu venit. Ita enim fit, ut regnare is in mentibus hominum dicatur non tam ob mentis aciem scientiaeque suae amplitudinem, quam quod ipse est Veritas, et veritatem ab eo mortales haurire atque obedienter accipere necesse est; in voluntatibus item hominum, quia non modo sanctitati in eo voluntatis divinae perfecta prorsus respondet humanae integritas atque obtemperatio, sed etiam liberae voluntati nostrae id permotione instinctuque suo subiicit, unde ad nobilissima quaeque exardescamus. Cordium denique rex Christus agnoscitur ob eius supereminentem scientiae caritatem et manusuetudinem benignitatemque animos allicientem: nec enim quemquam usque adeo ab universitate gentium, ut Christum Iesum, aut amari aliquando contigit aut amatum iri in posterum continget. Verum, ut rem pressius ingrediamur, nemo non videt, nomen potestatemque regis, propria quidem verbi significatione, Christo homini vindicari oportere; nam, nisi quatenus homo est, a Patre potestatem et honorem et regnum accepisse dici nequit, quandoquidem Dei Verbum, cui eadem est cum Patre substantia, non potest omnia cum Patre non habere communia, proptereaque ipsum in res creatas universas summum atque absolutissimum imperium.” QP, 595-596. QPIt, 143, p. 163-165
[16] Cfr. Ioannes Paulus PP. II, Litterae encyclicae Redemptor hominis, “Pontificali eius Ministerio ineunte,” 4 Martii 1979, Acta Apostolicae Sedis, 71 (1979), 316, n. 21.
[17] “Christus, factus oboediens usque ad mortem et propter hoc a Patre exaltatus (cfr. Fil. 2, 8-9), in gloriam regni sui intravit. Cui omnia subiciuntur, donec Ipse se cunctaque creata Patri subiciat, ut sit Deus omnia in omnibus (cfr. 1 Cor. 15, 27-28). Quam potestatem discipulis communicavit, ut et illi in regali libertate constituantur et sui abnegatione vitaque sancta regnum peccati in seipsis devincant (cfr. Rom. 6, 12), immo ut Christo etiam in aliis servientes, fratres suos ad Regem, cui servire regnare est, humilitate et patientia perducant”. Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, Constitutio dogmatica Lumen gentium, “De Ecclesia”, 21 novembre 1964, Acta Apostolicae Sedis 57 (1965) 41, n.36. Traduzione italiana: https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html
[18] “Turpiter, ceteroquin, erret, qui a Christo homine rerum civilium quarumlibet imperium abiudicet, cum is a Patre ius in res creatas absolutissimum sic obtineat, ut omnia in suo arbitrio sint posita. At tamen, quoad in terris vitam traduxit, ab eiusmodi dominatu exercendo se prorsus abstinuit, atque, ut humanarum rerum possessionem procurationemque olim contempsit, ita eas possessoribus et tum permisit et hodie permittit. In quo perbelle illud: Non eripit mortalia, qui regna dat caelestia. Itaque principatus Redemptoris nostri universos complectitur homines; quam ad rem verba immortalis memoriae decessoris Nostri Leonis XIII Nostra libenter facimus: “Videlicet imperium eius non est tantummodo in gentes catholici nominis, aut in eos solum, qui, sacro baptismate abluti, utique ad Ecclesiam, si spectetur ius, pertinent, quamvis vel error opinionum devios agat, vel dissensio a caritate seiungat; sed complectitur etiam quotquot numerantur christianae fidei expertes, ita ut verissime in potestate Iesus Christi sit universitas generis humani”. Nec quicquam inter singulos hac in re et convictiones domesticas civilesque interest, quia homines societate coniuncti nihilo sunt minus in potestate Christi quam singuli. Idem profecto fons privatae ac communis salutis: Et non est in alio aliquo salus, nec aliud nomen est sub caelo datum hominibus, in quo oporteat nos salvos fieri; idem et singulis civilibus et rei publicae prosperitatis auctor germanaeque beatitatis: Non enim aliunde beata civitas, aliunde homo; cum aliud civitas non sit, quam concors hominum multitudo“. QP, 600-601. QPIt, 150, p. 173-175
[19] “Re autem vera ius istud evulgare doctrinam suam, congregare homines in unum corpus Ecclesiae per lavacrum salutis, leges denique imponere, quas recusare sine salutis sempiternae discrimine nemo posset”. Leone PP. XIII, Litterae Encyclicae Annum Sacrum, “De hominibus Sacratissimo Cordi Iesu devovendis”, 25 Maii 1899, Acta Sanctae Sedis, XXXI, 648. Traduzione italiana: Enchiridion delle Encicliche, Vol. 3 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1997), n. 1427, p.1133.
[20] “Above all, Pope Leo reminds us that without the virtue of religion, the State becomes little more than a compact of selfishness and sensuality, not worthy of human allegiance. As to poverty and rapacity, “religion alone,” says the Pope, “can avail to destroy the evil at its root,” so that “all men should rest persuaded that the main thing needful is to return to real Christianity, apart from which all the plans and devices of the wisest will prove of little avail” (RN, 247). Anthony Esolen, Reclaiming Catholic Social Teaching: A Defense of the Church’s True Teachings on Marriage, Family, and the State (Manchester, NH: Sophia Institute Press, 2014), p. 168. [Esolen]. Traduzione italiana a cura dell’autore.
[21] “… vera societas, eademque omni civitate antiquior; cui propterea quaedam iura officiaque esse necesse est, quae minime pendeant a republica”. Leone PP. XIII, Litterae Encyclicae Rerum Novarum, “De condicione opificum”, 15 maggio 1891, Acta Sanctae Sedis, XXIII, 645. Traduzione italiana : Enchiridion delle Encicliche, Vol. 3 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1997), n. 880, p.611.
[22] “Jesus tells us that He alone is the bread of life, that He alone has living water to give. He is the Good Shepherd; if we have Him, there is nothing else we shall want. We do not look for shepherds elsewhere. We do not bow down to political ideologies or systems. We do not expect salvation from presentiments of the great new earth to come. We do not worship the supposedly inevitable march of history. We do not worship an emperor, whatever his name may be.” Esolen, p. 178. Traduzione italiana a cura dell’autore.
[23] “When a child sees, as I have seen, a man of the most powerful scientific intellect kneel in adoration before the Lord, present in the tabernacle, with the flame in the red sanctuary lamp flickering, it is as Leo says, “the mind finds its nourishment, the objections of rationalists are brought to naught, and abundant light is thrown on the supernatural order” (MC, 524). If earthly nature is all there is, then this world is a wilderness, and only greater cunning separates man from beast. But “the earth is the LORD’S, and the fullness thereof; the world, and they that dwell therein” (Psalm 24:1). He, the Lord of nature, in the miracle of the Eucharist, suspends the laws of that nature and has confirmed that miracle by “prodigies wrought in His honor, both in ancient times and in our own, of which in more than one place there exist public and notable records and memorials.” Esolen, pp. 183-184. Traduzione italiana a cura dell’autore.
[24] “Officium Deo cultum authenticum tribuendi hominem individualiter et socialiter respicit”. Hoc constituit “traditionalem doctrinam catholicam de morali hominum ac societatum officio erga veram religionem et unicam Christi Ecclesiam”. Ecclesia, homines incessanter evangelizans, laborat ut ipsi possint informare “mentem et mores, leges et structuras communitatis”, in qua vivunt. Christianorum sociale officium est in unoquoque homine observare et suscitare amorem veri et boni. Ab illis petit ut cognoscendum praebeant cultum unicae verae religionis quae in catholica et apostolica Ecclesia subsistit. Christiani vocantur ut lux mundi efficiantur. Sic Ecclesia regalitatem manifestat Christ super totam creationem et speciatim super humanas societates”. Catechismus Catholicae Ecclesiae (Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 1997), pp. 545-546, n. 2105. Traduzione italiana: https://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c1a1_it.htm
