
Buongiorno prof. Fontana,
sono Alessandro Grittini, un abbonato al Bollettino, e seguo le attività dell’Osservatorio oramai da qualche anno; sono insegnante di scuola media in una scuola paritaria nonché coautore di testi per la scuola e di libri per ragazzi.
Seguo con attenzione e interesse la riflessione che si sta sviluppando sulle pagine della rivista e all’interno dell’Osservatorio Van Thuân riguardo alla proposta della scuola parentale cattolica come vera scuola cattolica, proposta che mi trova sostanzialmente d’accordo. Ritengo però che all’interno di questa riflessione sia necessario un ulteriore approfondimento riguardo agli aspetti più prettamente didattici e in particolare riguardo all’uso delle nuove tecnologie che, quasi come un dogma, si stanno diffondendo in modo acritico nella scuola, anche all’interno delle istituzioni scolastiche cattoliche. A mio avviso, infatti, non esiste una minaccia alla trasmissione della fede solo attraverso contenuti anticristiani trasmessi dalla scuola; anche la metodologia usata nell’insegnamento può ostacolare e rendere ultimamente impossibile l’adesione alla proposta cristiana (ricordo il principio di Mac Luhan secondo cui il mezzo è il messaggio). E questo può accadere perché, oggi più che mai, il “mezzo” può portare alla distruzione dell’umano, alla formazione di un uomo sempre più lontano dalla sua struttura originaria e quindi dalla possibilità di accogliere e fare proprio il messaggio cristiano in termini umani, cioè ragionevoli (non si parla per questo ormai di transumanesimo?). Mi spiego: se contenuti buoni sono veicolati attraverso metodologie e strumenti che cancellano l’umano alla fine anche i contenuti vengono vanificati. E oggi nella scuola si fa uso sempre di più e in modo acritico proprio di queste metodologie distruttive dell’umano. Faccio qualche esempio. Ormai nell’insegnamento si utilizzano quasi esclusivamente le immagini a scapito della parola (videoclip, disegni e animazioni) e con l’emarginazione della parola si assiste, nei ragazzi, a una regressione linguistica e comunicativa impressionante. Con l’accesso costante, anche sul piano didattico, alla rete si finisce per privilegiare l’immediatezza delle risposte fornite a scapito delle domande dell’allievo e della fatica della ricerca personale (tutto è già pronto su internet basta cercarlo, la conoscenza non è più il frutto di una scoperta personale che parte da una domanda su cui l’allievo si impegna a trovare risposta). Si privilegia una conoscenza per accumulo di nozioni collegate tra loro esclusivamente secondo nessi spazio-temporali (è la logica dei link per la quale mentre lo studente sta conducendo una ricerca viene continuamente sviato su altri percorsi e questi a loro volta su altri in una sorta di labirinto senza fine e organicità: è il sapere come “rete” e non come “percorso”) che portano lo studente da una parte all’altra delle conoscenze in modo disorganico, senza cercare nessi causali che le ordinino. È quella disorganicità e mancanza di gerarchia nelle varie discipline più volte da voi denunciata e di cui i manuali scolastici, gli strumenti audiovisivi e la struttura stessa dell’ordinamento scolastico sono espressione: esempi tra tanti la distribuzione oraria delle materie, nelle quali le discipline fondanti hanno lo stesso peso delle cosiddette “educazioni” o la pletora di “progetti” che inondano le ore di lezione. Tra l’altro anche in sede di valutazione degli alunni ormai queste discipline fondanti hanno perso la loro centralità e le conoscenze sono sempre più sostituite dalle competenze, il “conoscere” lascia il posto al “fare”, secondo l’idea che il processo conoscitivo sia una “autocostruzione” del proprio sapere da parte dei ragazzi (che tra un po’ si valuteranno non più in base a quanto hanno appreso ma in base alle soft skills). La memoria stessa è penalizzata per cui le cose scoperte, non essendo frutto di una ricerca personale, ma solo recuperate in rete non rimangono più nella mente come bagaglio definitivo ma si perdono in continuazione. Le assicuro che sempre più spesso si ha l’impressione di costruire il sapere dei ragazzi sulle sabbie mobili, quello che oggi sembra conosciuto e posseduto da loro, il giorno dopo si scopre che è stato perduto e che si deve ripartire da zero. Ecco: il processo di insegnamento oggi si può definire un continuo ripartire da zero (io insegno da quarant’anni e posso testimoniare che questo processo ha subito un’accelerazione rapidissima in questi ultimi tempi). Nulla nei ragazzi è dato per definitivo e posseduto per sempre. La mente degli allievi (uso un’immagine forte) è perennemente vuota. In tutto questo si snatura anche il ruolo dell’insegnante (credo anche alle superiori e non solo alle medie) ridotto da “maestro competente” nella propria disciplina e che quindi godeva di una giusta autorevolezza a “facilitatore” dell’uso di tecnologie e accompagnatore nel processo di autocostruzione del proprio sapere (?) da parte dell’allievo.
Con queste metodologie i ragazzi finiscono per snaturare la loro dimensione umana, perdono il riferimento alla realtà e la capacità di osservarla, di stupirsi e di interrogarsi su di essa; perdono la capacità di attenzione e di concentrazione; perdono l’abitudine a porsi domande; sono incapaci di inferenze che vadano oltre l’immediatezza; perdono la capacità di argomentare in modo logico; trovano tutto già pronto senza bisogno di cercare, di fare sforzi e sacrifici. Perdono addirittura l’abitudine a desiderare, la fantasia e l’immaginazione, perdono la possibilità di percepire la bellezza, perdono il senso del passato e del futuro e della dimensione storica della vita, perdono ogni senso della trascendenza per vivere solo in una dimensione orizzontale puramente istintiva e reattiva. Perdono anche la fiducia e la stima negli adulti che operano nel mondo della scuola e nel campo dell’educazione in generale. Perdono infine il senso del mistero e della trascendenza e in generale l’impressione che si ha stando di fronte a loro è quella di una spersonalizzazione: nulla di ciò che si trasmette loro li tocca veramente, nulla li mette in gioco e vivono in una generale apatia e estraneità a se stessi e agli altri. Potrei continuare a lungo ma credo che questo basti a dare l’idea del disastro umano in cui ci stiamo avviando.
È una didattica fallimentare che distrugge tutto ciò che cerca di insegnare nel momento stesso in cui lo insegna. E l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale chiuderà definitivamente il cerchio e il processo di annullamento dell’umano e della sua intelligenza sarà completo; l’uomo diventerà una specie di protesi della macchina (non nascondiamoci dietro la foglia di fico del “bisogna comunque insegnare adusare questi strumenti criticamente per non diventarne schiavi”: chiunque opera nella scuola sa che questa è una pia illusione, che non succederà o succederà in una minima percentuale di casi: la maggior parte degli studenti finirà per esserne succube). La scuola in tal modo non si pone più come alternativa alla deriva in cui sta andando la società (basti pensare all’uso patologico dei “social” ormai anche a livello adulto) ma se ne fa paladina.
Purtroppo, va detto che tutti gli interventi ministeriali, accompagnati da cospicui finanziamenti per la scuola 4.0, vanno spediti in questa direzione e in questo non si nota nessuna differenza tra ministri di centrodestra e ministri di centrosinistra, tutti accomunati dal medesimo dogma tecnicistico e pedagogistico (anzi la destra su questo, forse vittima di un complesso di inferiorità culturale, ha scavalcato ormai la sinistra e si è fatta battistrada).
Parlo di tutto questo per esperienza, non solo di insegnante, prima di scuola superiore e poi di scuola media, ma anche di autore di un testo scolastico di storia in qualche modo controcorrente, che si pone come alternativo all’utilizzo acritico di queste metodologie. Mi è capitato spesso, incontrando vari docenti di trovarmi di fronte ad una sorta di muro: i contenuti del mio testo erano apprezzati ma poi mi venivano sollevate obiezioni proprio riguardo alla metodologia proposta perché non prona al diktat didattichese e pedagogese imperante (mi si passino questi pessimi termini) e mi stupisco di come molti docenti anche cattolici non vedano i pericoli insiti in tali metodi che assumono ormai come vangelo. Vedevo come tanta buona volontà che pure tali docenti cercano di profondere nell’insegnamento non sortisse gli effetti sperati, proprio per questa mancata riflessione critica sulla metodologia usata. Da qui la mia sollecitazione a prendere in mano seriamente, se si vuole proporre una “vera scuola cattolica”, anche una ormai irrinunciabile riflessione critica su questi aspetti. Forse è proprio la scuola parentale, libera da tanti vincoli sia burocratici sia di linee-guida ministeriali e da condizionamenti di mode pedagogiche, che può percorrere meglio questa strada e denunciare che “il re è nudo” e che tutte queste “mode didattiche” sono in realtà un fallimento dell’umano o, peggio ancora, una sua definitiva schiavizzazione.
Scusi la lunghezza
Cordiali saluti
Alessandro Grittini
(Foto: Pixabay)

