
Dal 16 al 27 ottobre è andata in scena la Festa del Cinema di Roma, appuntamento tradizionale di questo periodo. Concepita per propagandare una visione liberal del mondo, anche nel 2024 tale evento non ha purtroppo tradito le attese. Non sono infatti mancate opere dichiaratamente anticattoliche. E vi sono altresì pochi dubbi sul fatto che ciò sia stato organizzato di proposito proprio a Roma, cuore della cristianità.
Davos sul grande schermo
Per porsi in contrasto con il Vangelo non è necessario ricorrere ad attacchi alla Chiesa cattolica, che comunque, come vedremo, non mancano. Per raggiungere tali scopi è infatti sufficiente anche semplicemente divulgare una visione aderente con quei diktat che, per fare un esempio, hanno origine a Davos, falsamente rispettosi dell’essere umano.
È il caso, per esempio, di Come non ci fosse un domani, documentario incentrato sugli ecoattivisti di Ultima Generazione. Pensato come ritratto intimista, in realtà la regia di Riccardo Cremona e Matteo Keffer assume i contorni dell’apologia manieristica, facendo emergere un gruppo di ragazzi che si pone nei confronti del proprio pubblico di riferimento, gli adulti, attraverso slogan sentimentali e sconnessi dalla realtà, alla stregua di tanti prima di loro relativamente al medesimo argomento.
Ma la mancanza di connessione degli attivisti risulta anche nei confronti di coloro a cui si rivolgono. Loro empatia nei confronti delle persone a cui causano disagi, persone che vorrebbero sensibilizzare, suona infatti come barocca e superficiale, al pari delle frasi fatte che pronunciano di fronte a sostenitori e media.
I protagonisti vengono eroicamente presentati come l’ultima generazione in grado di fermare il disastro climatico. Ma già il fatto che essi abbiano avuto dei predecessori nel recente passato (chi non ricorda gli slogan ambientalisti di Al Gore?) la dice lunga sulla serietà di tali profezie, chiaramente fermo restando che il rispetto per la casa comune è doveroso, come ricordato in più occasioni da pontefici quali Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Altro tema caro alla visione liberal è quello relativo alla guerra russo-ucraina. Anche qui non è mancata la propaganda di turno, nella fattispecie l’opera Lirica ucraina. Già dal titolo è infatti possibile evincere che la regista Francesca Mannocchi in merito a tale conflitto abbia espresso la sola, monopuntuale, ottica ucraina, impressione poi confermata da quanto si vede sullo schermo,
Non poteva infine mancare un inno alle politiche migratorie incontrollate. Risulta infatti una strana coincidenza che si sia scelto di restaurare il lungometraggio Lamerica (1994, Gianni Amelio), che tratta il dramma dei profughi albanesi in viaggio verso l’Italia nel 1991. A testimonianza della non casualità di tale scelta, la stessa presentazione del film ammoniva sull’attualità delle tematiche, in particolare l’emigrazione nel suo complesso.
Liberal è bello
A fare “bella” mostra di sé, fisiologicamente, non ci sono state solo quelle produzioni che compiacciono Davos esplicitamente. Al contrario, la open society ha trovato il suo megafono anche tramite opere che trattano in maniera più subdola situazioni ugualmente care ai potenti.
La principale istituzione ad essere messa in discussione, ça va sans dire, è la famiglia. Le premesse di Storia di una notte e di Sharp corner, ad esempio, sono grossomodo simili: in entrambi i film, infatti, si parte da una situazione drammatica che ha portato il nucleo familiare ad una crisi permanente.
Malgrado si tratti di un dramma privato nel primo caso e collettivo nel secondo, infatti, ambedue i contesti sfociano in una incomunicabilità all’interno delle mura domestiche che non può che condurre ad una divergenza nei percorsi personali tra le figure genitoriali.
La cupezza della fotografia non lascia spazio ad altre interpretazioni: la famiglia, di fronte alla sorte avversa, è naturalmente destinata a sfasciarsi. Che ci si faccia forza a vicenda, che si lavori all’unisono per rimettere i cocci insieme, non è proprio previsto.
Non manca, poi, una normalizzazione, quando non di un’esaltazione, della separazione tra sposi. È il caso di Supereroi e We live in time, i cui protagonisti al maschile sono due uomini che si sono allontanati dalla propria moglie.
Il primo film si sviluppa con un rapporto contrastato tra padre e figlia, che cambia radicalmente quando il genitore è vittima di un aneurisma e la ragazza comincia a riannodare i fili con lui. Il secondo, d’altronde, parte direttamente dal protagonista che intento a farsi una vita completamente nuova, e progressivamente felice, dopo il divorzio.
Come si potrà notare, in entrambi i contesti siamo ben oltre l’accompagnamento necessario per chi compie la dolorosa scelta di una frattura con la propria coniuge. Ciò che emerge, infatti, è un messaggio che propone o l’impossibilità di riavvicinamento se non tramite un dramma, o direttamente il lasciarsi alle spalle il mancato rispetto del vincolo matrimoniale.
Non si può altresì non citare, a proposito dell’illusione dell’emancipazione, Le cose in frantumi luccicano, documentario che esplora le vicende del Movimento di Liberazione della Donna del 1976 e dei suoi legami con l’oggi. Legami che non possono non ossequiare il frasario contemporaneo: così, il racconto del femminismo diventa, nelle parole delle registe, racconto del transfemminismo, ovviamente marcando una contraddizione in termini invisibile solo a chi non voglia effettivamente coglierla.
Per contiguità non si può quindi non citare altresì Sabbath Queen, incentrato sul mondo delle drag queen, che non si fa certo scrupolo nel diffondere relativismo a profusione, specie quando dipinge ogni convinzione personale come favola, ivi compresa la Bibbia. Il solito maquillage verbale si impegna a chiamare “trasgressione” ciò che in realtà è autentica blasfemia, che tocca anche il cattolicesimo malgrado parta da un contesto ebraico.
Un cinema anticattolico
Il climax festivaliero si raggiunge, però, con l’espressione di un cinema a tinte anticattoliche. A cominciare da Piena di grazia, documentario con cui Andree Lucini racconta la Varia di Palmi, festa popolare calabrese in onore di Maria Santissima della Sacra Lettera.
L’intenzione appare ben lungi dall’approfondimento del mistero della devozione comunitaria, o dal sondare la ritualità con occhio curioso e desideroso di apprendere. Il punto di vista, viceversa, si colloca a metà tra l’evidenziamento dell’anacronismo di un rituale che non sia dettato dall’agenda della civiltà occidentale, come Halloween o il Black Friday, e la messa in mostra della credenza popolare quale elemento esotico, pittoresco, persino stravagante, da osservare come osserveremmo ossa di dinosauro in un museo.
Non meno distorta è l’immagine data del cattolicesimo in Small things like these. Anche in questo caso prevale un’ambientazione cupa, che fa leva sul mistero per tratteggiare una Chiesa unicamente dedita a macchiarsi di orrori su cui la comunità locale, per paura, tace. Una visione decisamente perversa, atta a dipingere quella ecclesiastica come un’istituzione di sepolcri imbiancati inclini all’autoconservazione, senza alcun riguardo verso il prossimo. Se è vero che nel corso del tempo sono avvenuti episodi che per la Chiesa sono stati e continuano ad essere motivo di scandalo, e che rappresentano una ferita da non dimenticare, non si può tuttavia mancare di sottolineare come l’insistenza della cinematografia internazionale nell’attaccare il clero su queste iniquità non può non suonare come una precisa scelta di delegittimazione, sotto le mentite spoglie di impegno di denuncia.
E a tal proposito, poteva mancare forse una produzione incentrata sugli abusi? Chiaramente no, ed infatti ecco Sugarcane, documentario sul caso della scuola residenziale della British Columbia, e dei presunti abusi e insabbiamenti ivi avvenuti. “Presunti”, perché rilevazioni successive rispetto a quelle effettuate nel 2021 che avevano portato allo scoppio del caso mediatico, hanno in realtà rivelato che non c’è evidenza di resti umani, come ha dovuto ammettere in un secondo momento la stessa CBC canadese. Troppo tardi, perché nel frattempo in Canada erano state date alle fiamme un centinaio di chiese.
Da ultimo abbiamo Conclave, ossia l’ennesima prova che il complottismo è auspicabile, ed anzi, ritenuto veritiero, solo quando riguarda la Chiesa Cattolica. Da Dan Brown in avanti non sono infatti mancati gli scrittori (e di conseguenza i registi) che hanno costruito trame thriller, oscuri segreti ed efferati delitti nelle stanze del Palazzo Apostolico e dintorni, ed anche il film con Ralph Fiennes non fa eccezione.
Per tirare le somme, non si può dunque non evidenziare come Roma abbia ospitato una manifestazione che aveva il chiaro obiettivo di attaccare direttamente la Fede di chi ancora guarda alla Chiesa come ad un faro di speranza per l’umanità. Se è vero che la maggior parte delle arti ora sono strumenti in mano a chi non fa mistero di porre in atto un’eversione anticattolica, risulta però altrettanto evidente come ci sia assoluto bisogno di persone che prendano le difese della Croce di Cristo contro il profluvio mediatico di tali infamanti e menzognere accuse.
Luigi Ercolani
(Foto: Pixabay)
