Oggi il capitale è altamente separato dal lavoro e viceversa, ma per la Dottrina sociale della Chiesa così non deve essere. Quest’ultima, sul piano dell’economia, è fortemente antagonista dei sistemi oggi vigenti, siano essi di tipo socialista o socialdemocratico oppure neoliberisti. È di grande importanza affermare questo in un’epoca in cui si assiste a nuove forme di comunismo o collettivismo economico che sembrano andare d’accordo con il liberismo. Assistiamo oggi ad aggressioni alla proprietà privata (dalla abolizione del contante, alle monete virtuali, fino ai vincoli ambientalisti sulla casa e sull’auto), ad implementazioni in Occidente di politiche attuate nella Cina comunista, a forme di controllo e di sorveglianza che vengono accettate o perfino richieste dai cittadini occidentali anche se comportano limitazioni alla libertà di iniziativa e richiedono un fisco piuttosto alto. Che oggi il capitale sia diviso dal lavoro lo si constata in molti campi. Oggi il lavoratore è considerato individualmente, come prestatore d’opera a pagamento, e non viene considerato dentro una famiglia. L’impresa familiare, che permetteva di collegare in modo naturale il lavoro dei membri della famiglia e di valorizzare un capitale è oggi in difficoltà, non solo per motivi strutturali dell’economia ma anche perché è stata demolita la famiglia. Il capitale sociale, frutto della capacità di collaborazione da parte dei membri di una determinata comunità, è impoverito dall’individualismo e dall’erosione della morale comune. La concentrazione economica e produttiva in poche mani trasforma masse enormi di operatori in anonimi dipendenti. Le grandi società multinazionali sono sottratte al potere politico e si muovono con grande spregiudicatezza, garantendo sì i propri dipendenti in caso di delocalizzazioni o altri cambiamenti strutturali determinati da esigenze di mercato, alcune coperture e garanzie sindacali, ma senza tenere conto, come scrive anche la Caritas in veritate di Benedetto XVI, del debito morale che esse hanno in quei territori che ora in fretta abbandonano. L’imprenditore, che ha a cuore la propria azienda e i propri lavoratori, viene sostituito dal manager che oggi è qui e domani è là. Si forma una classe internazionale di manager molto omogenea nei comportamenti e nei valori di riferimento, che fa corpo a sé e non vive una relazione vera con le aziende che amministra. La realtà delle piccole e medie industrie è messa alla prova, per non parlare dell’artigianato che sta scomparendo, pur rappresentando un tipo di rapporto tra capitale e lavoro molto valido e umanamente interessante, come accade del resto per i piccoli negozi che cedono il passo ai grandi e anonimi centri commerciali. Anche il cosiddetto terzo settore non è riuscito fino in fondo a garantire un giusto rapporto tra capitale e lavoro, dato che i suoi soggetti spesso dipendono dallo Stato, la cooperazione ha perso le ispirazioni originarie ed è un modo fiscalmente conveniente di fare affari, la dipendenza dai partiti politici tramite appartenenze ideologiche si fa sempre più evidente. La finanza si commiata dall’economia reale e propone prodotti sempre più sofisticati e artificiosi che permettono di guadagnare (e anche di perdere) senza lavorare né produrre. Il fisco non diminuisce di pressione perché questo richiederebbe di rivedere il rapporto tra capitale e lavoro nell’amministrazione statale, così costosa quanto inefficiente. Da queste osservazioni emerge che il tema del rapporto tra capitale e lavoro è oggi centrale e tocca varie altre tematiche sociali importanti. Per questo forse non viene mai messo all’ordine del giorno.

Leone XIII nella Rerum novarum afferma che non c’è il capitale senza il lavoro né il lavoro senza il capitale. Il capitale è infatti lavoro accumulato e il lavoratore, tramite il proprio lavoro, deve poter accedere ad un capitale frutto dei propri risparmi. La piccola proprietà della casa o del podere rappresentano un capitale frutto del lavoro. Sia il lavoro che il capitale sono dimensioni naturali di un’economia umana. Il lavoro è un atto personale e necessario per vivere, esso inoltre è finalizzato al mantenimento della propria famiglia. Il capitale è finalizzato al lavoro così come il contrario, infatti ogni impresa produttiva ha come scopo anche di ampliare i posti di lavoro e permettere ad altri lavoratori di mantenere la loro famiglia. L’imprenditore è come un padre nei confronti dei lavoratori della sua azienda, che devono essere considerati insieme alla loro famiglia, dal che nasce la necessità indicata già da Leone XIII che il salario sia “familiare”. Si parla di democrazia economica quando si amplia la platea di persone che possono accedere alla proprietà tramite il loro lavoro. Una società nella quale le proprietà sono concentrate ed è difficile accedervi perché i salari sono troppo bassi e impostati sull’individuo piuttosto che sulla famiglia non può dirsi di democrazia economica. La presenza eccessiva dello Stato in economia, la burocratizzazione delle produzioni economiche, l’eccessiva tassazione costituiscono delle ferite dolorose ad una economia in cui capitale e lavoro possano vivere in armonia.

Giovanni Paolo II ha approfondito queste nozioni dei pontefici precedenti, parlando di lavoro in senso soggettivo e in senso oggettivo. Il primo è il lavoro propriamente detto, il secondo è il capitale. In tutti e due i casi, però, al centro c’è il lavoro umano. Per garantire il giusto rapporto tra capitale e lavoro bisogna che venga valorizzata la dimensione umana del lavoro. Ogni lavoratore lavora con tutto se stesso e se fa un lavoro manuale non lavora solo con le mani, e se fa un lavoro intellettuale non lavora solo con l’intelletto. Ogni lavoro è per gli altri, è quindi sempre un fatto sociale, anche quando il lavoratore opera chiuso in una stanza. C’è quindi una solidarietà del mondo del lavoro che non consiste primamente nell’appartenere ad un sindacato e che, anzi, dovrebbe esercitarsi prima o addirittura al di fuori della logica sindacale. Questa solidarietà nasce dal fatto che chi lavora è un uomo. Questo è un punto centrale nel rapporto tra capitale e lavoro, ben messo in luce da Giovanni Paolo II nella Laborem exercens: la principale risorsa, prima ancora della terra o del capitale, è l’uomo. Da qui nasce l’esigenza che sempre sia data la possibilità al lavoratore di essere imprenditore di se stesso. Certamente la cosa invita a considerare le virtù umane dell’imprenditore che talvolta era considerato come un triste approfittatore, ma invita a permettere anche al lavoratore dipendente di essere in qualche modo imprenditore di se stesso, di poter mettere in gioco la propria intelligenza e creatività. Invita anche a trovare formule diverse da quella del rapporto tra padrone (o datore di lavoro) e lavoratore, cercando soluzioni nuove che congiungano invece di dividere il lavoro dal capitale come avviene nella società capitalista e senza minimamente cadere in forme di collettivismo politico.

Lungo la sua lunga storia anche sociale la Chiesa ha incentivato molte forme di produzione economica diverse dal modello privatistico, concorrenziale e perfino conflittuale dell’economia capitalistica che si è imposta a seguito della Riforma protestante e non certo del cattolicesimo. Nella società cristiana erano state create forme organiche di partecipazione e condivisione comunitaria dal basso tramite reti sociali dotate di autonomia. L’articolazione del diritto di proprietà per cui sullo stesso terreno si esercitavano diversi diritti di proprietà, le partecipanze e poi soprattutto le gilde e le corporazioni mostravano la possibilità di un diverso rapporto tra capitale e lavoro, più organico e naturale, meno frammentato e artificiale. Le corporazioni erano associazioni a base naturale, lavorativa e religiosa. Esse disciplinavano il lavoro degli appartenenti che erano sia imprenditori che lavoratori dipendenti, evitavano già dalla base i conflitti e promuovevano la concordia, valorizzando il capitale sociale che si fondava su una comunanza non solo di interessi ma anche di principi morali e religiosi, e promuovendo la solidarietà dal basso, nei tempi in cui lo Stato non aveva ancora usurpato queste funzioni. Oggi queste forme di aggregazione economica sono ritenute antiquate e sorpassate, ma davanti alle difficoltà di una economia senza quadri etici di riferimento, davanti ad un sistema monetario, del credito, della finanza così integrato ed opprimente, così dotato ormai di capacità di controllo e di imposizione sui singoli cittadini e sui gruppi, così anonimo e dotato di nuove tecnologie che permettono una inedita invadenza nella vita delle persone … non si può escludere che non possa tornare in campo, procedendo dal basso, attraverso nuove “opzioni Benedetto” nel campo economico. Il “distributismo” economico insiste sulla necessità e urgenza di percorrere queste vie, in forme nuove e adatte ai tempi, per ricondurre l’economia alla realtà della famiglia, del lavoro, della natura, della piccola dimensione della vita quotidiana.

Un altro ambito che non dovrebbe essere dimenticato è la proposta, insistentemente fatta dalla Chiesa in passato, spesso teorizzata e messa in pratica dai cattolici ma oggi dimenticata, della partecipazione operaia alla vita dell’azienda. Si tratta di prevedere forme di partecipazione dei lavoratori tramite propri rappresentanti in alcuni consigli aziendali non solo consultivi ma anche deliberativi.

Stefano Fontana 

[originariamente pubblicata su La Bussola Mensile]

(Foto: Pexels)

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