
Nella Lettera alla XXX Settimana Sociale d’Italia del 22 settembre 1958, Pio XII afferma che va incoraggiata “la diffusione del patrimonio agricolo familiare economicamente efficiente […], baluardo di sana libertà, una diga contro il pericolo dell’urbanizzazione, un efficace contributo alla continuità delle sane tradizioni del popolo”.
Questa citazione del magistero sociale pontificio figura in un lavoro del Dott. Juan Bautista Fos Medina, un giurista argentino che si è dedicato a studiare la proprietà familiare agraria. Egli è autore, appunto, di un lavoro intitolato “El problema de la continuidad de la propiedad familiar agraria” (Fuego y Raya, n. 22, 2021, pp. 89-120). L’ho intervistato su questo argomento, tenendo conto che l’Argentina è, se non esclusivamente, per la maggior parte ancora un Paese agricolo.
Cos’è la “proprietà familiare”?
Uso il termine proprietà come sinonimo di bene immobile. In questo senso, potremmo definire la “proprietà familiare” come qualsiasi immobile o insieme di immobili e accessori che sono di proprietà di una persona e, nel presente o nel futuro, della sua discendenza, sia che si tratti di beni urbani e/o rurali.
Per proprietà familiare rurale intendo, a sua volta, l’unità agricola, sia essa di proprietà individuale, in condominio o di una società, che sia gestita da una famiglia o per una famiglia, che questa risieda o meno nel fondo. Questo criterio ampio comprende quindi non solo le famiglie contadine ma anche le famiglie che risiedono in parte nei villaggi e nelle città, fenomeno sempre più frequente dell’amministrazione rurale.
Fatta eccezione per la proprietà comunitaria indigena, disciplinata nella Costituzione Nazionale del 1994 con un regime speciale, in Argentina non esiste alcuna proprietà comunitaria. Nell’Antico Regime occidentale la proprietà familiare era comunitaria, cioé la famiglia era una persona morale, soggetto di diritto; in generale a quel tempo la proprietà non era goduta individualmente ma socialmente, perché, come diceva Talleyrand “la famiglia era amata molto più degli individui, che non erano ancora conosciuti”. E questo valeva anche per la nostra Patria nel periodo ispanico.
Il patrimonio familiare, influenzato soprattutto dal Codice Civile napoleonico (1804), che recepisce le idee della Rivoluzione Francese, soffre oggi e da almeno due secoli l’impatto socio-economico della divisione forzata ed egualitaria dell’eredità che ha causato la frammentazione delle proprietà rurali e la conseguente migrazione della popolazione rurale verso le città, come documentato da specifici rapporti e statistiche.
Cosa dice al riguardo l’attuale legislazione argentina?
La nostra legislazione, sebbene fornisca il quadro per proteggere la proprietà familiare, deve tuttavia provvedere soprattutto alla sua protezione e continuità, per proteggere il gruppo familiare, in modo che preservi la propria casa e alloggio, il suo sfruttamento e per il sostentamento, il suo habitat e la sua cultura, e con essa la sua identità, le sue radici e le sue tradizioni. Con una famiglia unita in una proprietà stabile, anche la società sarà strutturalmente più sana e più organica.
Tale protezione è menzionata solo dal 1957 alla fine dell’articolo 14 bis della Costituzione nazionale (“protezione integrale della famiglia”, “difesa del bene di famiglia”, “compensazione economica familiare”, “accesso ad un alloggio dignitoso”), e in alcuni Trattati internazionali di rango costituzionale, integrati nel 1994 (ad esempio art. 17 e 21 della Convenzione americana sui diritti dell’uomo). Tali dichiarazioni forniscono il quadro per legiferare, in particolare a favore della proprietà familiare che non gode ancora di un regime di protezione sufficiente.
Il problema attuale non consiste soltanto nel deficit abitativo, cioè non colpisce solo l’abitazione familiare, ma anche il patrimonio familiare (abitazione e proprietà rurale). Quest’ultimo è il luogo in cui la famiglia sviluppa principalmente le sue radici e dove cerca di prolungarsi nel tempo e di perdurare attraverso le generazioni.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la tutela legale dell’immobile familiare era orientata, ad esempio, al bene di famiglia, alla sua inalienabilità (per evitare i cosiddetti “homeless”). Attualmente si va anche oltre, mirando a favorire la continuità dell’attività agricola, industriale, commerciale e professionale (ad esempio con l’attribuzione preferenziale dell’abitazione e dello stabilimento, art. 499, 2380 e seguenti del Codice civile e commerciale, con la gara d’appalto, art. 2372, con convenzioni sulle successioni future e sul fondo fiduciario, art. 1010, par. 1, ecc.).
L’Argentina è non esclusivamente, ma prevalentemente un Paese agricolo. In che modo la legislazione vigente favorisce, o non favorisce, la proprietà familiare rurale?
Quasi tutti gli istituti prima e dopo il Codice civile e commerciale si sono ridotti alla tutela dell’unità economica. Ma questo lascia da parte le altre proprietà agricole familiari che superano quelle. E le unità che soffrono maggiormente la divisione forzata ed equa dei beni ereditari sono proprio le unità agricole di medie dimensioni che, con la loro tendenza a diminuire, stanno polarizzando la proprietà in latifondi e piccoli latifondi.
Per superare questo ostacolo e dare continuità all’impresa familiare, nel nostro Paese si è diffuso il ricorso alle società commerciali, che però trovano difficoltà a rimanere all’interno del gruppo familiare, soprattutto oltre la terza generazione.
Per favorire la continuità della proprietà agricola familiare, quindi, a mio avviso, sono necessarie almeno due principali musure in ambito normativo: 1) non limitare a unità minime gli attuali istituti giuridici che favoriscono la continuità dello sfruttamento agricolo (ad esempio, l’attribuzione preferenziale dello stabilimento); molti Paesi europei godono di uno speciale regime di successione per lo sfruttamento agricolo di un erede privilegiato o preferito; e, soprattutto, 2) che il regime successorio sia più flessibile e permetta ai genitori una più ampia distribuzione dei beni ereditari all’interno della famiglia, come avviene oggi in molti Paesi (Spagna, Costa Rica, Panama, Guatemala, Messico, Inghilterra, Stati Uniti, Australia, ecc.). Su questo punto a mio avviso, sta la soluzione giuridica di fondo al problema dell’atomizzazione della proprietà, della decapitalizzazione contadina e dello sradicamento rurale.
Tenendo conto di quanto detto, cosa si deve intendere per autentica “riforma agraria”?
Si dice comunemente che la “riforma agraria” sia stata attuata attraverso il Codice Civile argentino a partire dal 1871, frammentando o parcellizzando le campagne argentine con il suo sistema di successione di divisione forzata ed equa.
Tuttavia, se accettiamo questa denominazione, un’autentica “riforma agraria” dovrebbe essere realizzata non tanto come una riforma strutturale della terra promossa e diretta dallo Stato, ma piuttosto come un insieme di norme fondamentali che consentano alla famiglia rurale argentina di decidere con maggiore libertà la continuità dei beni nella famiglia, senza essere costretti a dividerli eccessivamente e/o a venderli al momento della successione. Vale a dire che invece che un intervento dall’alto, sarebbe meglio che ci fosse un intervento dal basso, evidentemente in un quadro giuridico-economico-socio-politico favorevole a ciò.
[Traduzione dallo spagnolo di Benedetta Cortese]
(FOTO: PH, PxHere)
