Abbiamo pubblicato giorni fa il testo completo della relazione di grande interesse tenuta dal senatore Marcello Pera al Senato dal titolo “L’arma del suicidio: la laicità”, ove il termine suicidio si riferisce all’Occidente [QUI]. Successivamente è intervenuto sull’argomento don Samuele Cecotti con una “risposta” a Pera [QUI] dal titolo “Liberaldemocrazie e cristianesimo: risposta a Marcello Pera”. Nel frattempo, il professor Pera aveva concesso una intervista a Martina Pastorelli pubblicata su “La Verità” che abbiamo rilanciato anche noi [QUI]. Continuiamo ora la discussione con un intervento di Andrea Mondinelli, orignariamente apparso nel blog Chiesa e Postconcilio.

Ho letto con molto interesse la relazione del presidente Pera [QUI] che evidenzia le aporie del concetto di laicità. Mi pare, però di arguire, che Pera non abbia compreso la contraddizione di partenza che inficia il discorso, anzi l’abbia considerata una conquista della modernità. Si tratta della dottrina che Cavour chiamò “il gran principio del libero Stato in libera Chiesa”.

Il vero nodo della questione, che non è citato nella sua relazione, è da chi provenga non solo l’autorità dello Stato, ma qualsiasi autorità. La risposta della dottrina cattolica è chiara: « Ogni autorità viene da Dio ». Pertanto, lo Stato può essere indipendente dalla Chiesa, ma non autonomo. Questo perché l’autorità della Chiesa, che è spirituale e riguarda la salvezza eterna delle anime, è superiore a quella dello Stato, che riguarda il bene comune materiale della società umana. Questo bene comune di competenza dello Stato non può mai essere in conflitto con il bene primario della salute delle anime.

Facciamo, come Pera, un esperimento. Supponiamo che il Concilio Vaticano II non sia mai avvenuto, affrontando la questione dal punto di vista della dottrina preconciliare.

L’insegnamento di papa Pio XI nell’enciclica Quas Primas è chiarissimo:

Il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro Predecessore di immortale memoria Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: «L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo».

Né v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica: «Né in alcun altro è salute, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati», è lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati: «poiché il benessere della società non ha origine diversa da quello dell’uomo, la società non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini».

Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria. Difatti sono quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole che all’inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: «Allontanato, infatti — così lamentavamo — Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali».

Cosa succede se l’autorità degli Stati deriva dal popolo? Cristo re deve essere detronizzato. Lo spiega bene don Barthe: «La natura del nuovo Stato, fondato su quel che Leone XIII qualifica nell’Immortale Dei come «nuovo diritto», per il quale «l’autorità pubblica non è che la volontà del popolo, il quale, non dipendendo che da sé medesimo, è anche il solo a comandare sé stesso». Questo «nuovo diritto» è a tal punto sovversivo rispetto al diritto naturale che la categoria classica della tirannia, che descrive il governo pronto a sostituire un bene particolare al bene comune, non è davvero adatta a tale situazione completamente nuova creata dalla Rivoluzione, situazione in cui le nozioni di «bene comune» e di «legittimità», nel loro senso classico, non sono più adeguate». [qui]

Pertanto, il rimedio allo sfascio non può certo essere la giustapposizione delle radici cristiane a popoli e Stati che hanno rinnegato la regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, perché tali radici sono secche come i tralci staccati dalla vite.

A questo punto si potrebbe obbiettare che quelli senza la fede cattolica verrebbero privati della loro libertà religiosa, che possa instaurarsi l’assolutismo e la teocrazia.

Infatti, Pera prosegue citando Jefferson: «noi oggi continuiamo a pensare che lo Stato tornerebbe ad essere teocratico, rinascerebbe l’assolutismo, riesploderebbero le guerre di religione, si perderebbe la libertà individuale, perché questa verrebbe sacrificata a verità superiori e indiscutibili, amministrata e somministrata da autorità assolute incontrollabili».

Che nessuno venga forzato ad agire contro la propria coscienza in materia religiosa non fa problema. Niente, in effetti, autorizza ad obbligare le coscienze ad accettare la fede divinamente rivelata, molto semplicemente in quanto un atto di fede non può essere che un atto proprio di un’anima elevata dalla grazia. La Chiesa ha sempre insegnato che nessuno può essere «condotto suo malgrado ad abbracciare la fede cattolica». La risposta di papa Pio XII è illuminante: «Ora relativamente agl’interessi religiosi e morali si pone una duplice questione: La prima concerne la verità oggettiva e l’obbligo della coscienza verso ciò che è oggettivamente vero e buono; la seconda riguarda l’effettivo contegno della Comunità dei popoli verso il singolo Stato sovrano e di questo verso la Comunità dei popoli nelle cose della religione e della moralità. […] Or ecco la via per rispondere rettamente alla seconda questione. Innanzi tutto occorre affermare chiaramente: che nessuna autorità umana, nessuno Stato, nessuna Comunità di Stati, qualunque sia il loro carattere religioso, possono dare un mandato positivo o una positiva autorizzazione d’insegnare o di fare ciò che sarebbe contrario alla verità religiosa o al bene morale. Un mandato o una autorizzazione di questo genere non avrebbero forza obbligatoria e resterebbero inefficaci. Nessuna autorità potrebbe darli, perché è contro natura di obbligare lo spirito e la volontà dell’uomo all’errore ed al male o a considerare l’uno e l’altro come indifferenti. Neppure Dio potrebbe dare un tale positivo mandato o una tale positiva autorizzazione, perché sarebbero in contraddizione con la Sua assoluta veridicità e santità».

Un’altra questione essenzialmente diversa è: se in una comunità di Stati possa, almeno in determinate circostanze, essere stabilita la norma che il libero esercizio di una credenza e di una prassi religiosa o morale, le quali hanno valore in uno degli Stati-membri, non sia impedito nell’intero territorio della Comunità per mezzo di leggi o provvedimenti coercitivi statali. In altri termini, si chiede se il «non impedire», ossia il tollerare, sia in quelle circostanze permesso, e perciò la positiva repressione non sia sempre un dovere.

«[…] Uno sguardo alla realtà dà una risposta affermativa. Essa mostra che l’errore e il peccato si trovano nel mondo in ampia misura. Iddio li riprova; eppure. li lascia esistere. Quindi l’affermazione: Il traviamento religioso e morale deve essere sempre impedito, quando è possibile, perché la sua tolleranza è in sé stessa immorale — non può valere nella sua incondizionata assolutezza. D’altra parte, Dio non ha dato nemmeno all’autorità umana un siffatto precetto assoluto e universale, né nel campo della fede né in quello della morale. Non conoscono un tale precetto né la comune convinzione degli uomini, né la coscienza cristiana, né le fonti della rivelazione, né la prassi della Chiesa. Per omettere qui altri testi della Sacra Scrittura che si riferiscono a questo argomento, Cristo nella parabola della zizzania diede il seguente ammonimento: Lasciate che nel campo del mondo la zizzania cresca insieme al buon seme a causa del frumento (cfr. Matth. 13, 24-30). Il dovere di reprimere le deviazioni morali e religiose non può quindi essere una ultima norma di azione. Esso deve essere subordinato a più alte e più generali norme, le quali in alcune circostanze permettono, ed anzi fanno forse apparire come il partito migliore il non impedire l’errore, per promuovere un bene maggiore».

Con questo sono chiariti i due principi, dai quali bisogna ricavare nei casi concreti la risposta alla gravissima questione circa l’atteggiamento del giurista, dell’uomo politico e dello Stato sovrano cattolico riguardo ad una formula di tolleranza religiosa e morale del contenuto sopra indicato, da prendersi in considerazione per la Comunità degli Stati. Primo: ciò che non risponde alla verità e alla norma morale, non ha oggettivamente alcun diritto né all’esistenza, né alla propaganda, né all’azione. Secondo: il non impedirlo per mezzo di leggi statali e di disposizioni coercitive può nondimeno essere giustificato nell’interesse di un bene superiore e più vasto.

In sintesi, il diritto alla libertà religiosa riguarda solo la religione vera, quindi il diritto si configura come atto di giustizia. Invece, la libertà riguardo alle false religioni è tollerata come atto di carità nei confronti dell’errante.

Cosa succede se, in nome dei diritti umani, s’introduce il diritto alla libertà religiosa per tutti? Non essendoci più distinzione tra vero e falso, lo Stato deve diventare necessariamente neutrale. Secondo logica, Cristo re deve essere detronizzato, ma ricordiamo le parole del nostro Salvatore: «Senza di me, non potete far nulla», che valgono anche per la società e per lo Stato. Oggi, i risultati di questa apostasia sono sotto i nostri occhi, ma erano prevedibili e già previsti. Pio XI nella Quas primas: «I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica Ubi arcano Dei e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina».

Pera propone una fondazione cristiana dello Stato liberaldemocratico, rivolgendosi a Locke. Sembra una buona idea, le parole sono suadenti. Questo il ragionamento: 

(1) Dio è nostro creatore, noi siamo sua proprietà; (2) Dio ha diritti sugli uomini e gli uomini hanno doveri verso Dio. Essere creati implica essere obbligati; 

(3) I doveri degli uomini verso gli altri uomini sono fissati da “una legge di natura che è per tutti vincolante”; (4) I diritti dell’uomo seguono ai doveri verso Dio. Se X e Y sono entrambi figli di Dio, allora X ha il dovere verso Dio di rispettare Y e Y ha il diritto conseguente di essere rispettato da X. La conclusione dell’argomento è: (5) Senza la legge naturale, senza Dio creatore, padrone e legislatore, senza i doveri verso Dio, si disgrega la società e la moralità. Come dice Locke, “se abolisci fra loro la legge di natura, distruggi al tempo stesso ogni ordinamento politico fra gli uomini, ogni autorità, ordine e convivenza sociale” (Saggi sulla legge naturale, VI, p. 68). Oppure: “supponendo che questa forza obbligante [della legge naturale] venisse a cessare in qualche luogo, non vi sarebbe né religione, né società, né fede, né moltissime altre cose di questo genere” (Ivi, VII, p. 78).

A dispetto delle belle parole, l’argomento di Locke è insufficiente, senza il riferimento all’unica e vera fede che Dio ci ha rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere. John Locke in che Dio crede? Cos’è, per lui, la Chiesa? Cos’è la tolleranza? Questo è fondamentale per capire quali sono i doveri verso di Lui. Cerchiamo di capirlo leggendo alcuni brani della sua Lettera sulla tolleranza del 1685:

«Consideriamo ora cos’è una chiesa. Considero, dunque, una chiesa una società volontaria di uomini, riuniti insieme di loro accordo al fine di esercitare il culto pubblico di Dio, nel modo che ritengono essergli gradito, ed efficace per la salvezza delle loro anime. Nessun membro di una società religiosa può essere costretto da un legame diverso da quello che deriva dall’aspettativa certa della vita eterna. Una chiesa, dunque, è una società di membri che si uniscono volontariamente con questo fine».

La definizione di chiesa come società volontaria di uomini è un’affermazione molto forte: possono esserci varie chiese, oppure nessuna, a cui iscriversi per cercare di ottenere la salvezza, ma la cosa essenziale è la negazione della chiesa come istituzione divina. Infatti:

«Alcuni diranno, forse, che nessuna società può essere una vera chiesa se non ha un presbiterio o un vescovo con un’autorità di governo che gli deriva direttamente dagli apostoli, per successione continua e ininterrotta fino ad oggi. A costoro rispondo, in primo luogo, che mi mostrino l’editto con il quale Cristo ha imposto quella legge alla sua chiesa. E non mi si ritenga impertinente se, in una cosa così importante, chiedo che i termini di quell’editto siano espliciti e inequivocabili, dal momento che la promessa che egli ci ha fatto che «ovunque due o tre persone si riuniscono insieme nel suo nome, egli si troverà in mezzo a loro» (Matteo XVIII, 20) sembra implicare il contrario. Vi prego di considerare se ad una tale assemblea manchi qualcosa di necessario per essere una vera chiesa. Sono certo che niente può mancarvi per la salvezza dell’anima, il che è sufficiente al nostro fine».

Sembra incredibile che un uomo intelligente come Locke possa chiedere i termini dell’editto di Nostro Signore Gesù Cristo, visto che sono nello stesso Vangelo di Matteo (16, 15-19): «E voi», chiese loro «chi dite che io sia?». 16 Simon Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente». 17 Gesù gli replicò: «Tu sei beato, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’han rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18 Ed io ti dico che tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. 19 Io ti darò le chiavi del regno de’ cieli, e tutto ciò che tu legherai sulla terra sarà legato ne’ cieli e tutto ciò che tu scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

In queste parole di Gesù emerge chiarissima l’istituzione divina della Chiesa cattolica. Se la chiesa è istituzione umana allora è un diritto che ciascuna chiesa possa celebrare le sue funzioni pubblicamente, ma se è di istituzione divina vi è un solo atto pubblico gradito a Dio ed è un atto divino che si rende a Dio Padre, ossia il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra. La proposta di Locke esclude paradossalmente l’unica chiesa vera, che la Chiesa di Cristo, che è la Chiesa cattolica, abbraccia l’errore per scacciare la verità. Esclude Cristo re, senza alcun dubbio, dalla società. La liberal democrazia inglese di Locke, è in perfetta linea con il Test Act del 1673 con cui si vietava ai cattolici inglesi di esercitare alcun incarico politico; nel 1678 l’Act fu esteso con un altro che obbligava i membri di entrambe le camere, Lord e Comuni, a fare una dichiarazione contro la transustanziazione, l’invocazione ai santi e il sacrificio della messa:

«Io, (nome), solennemente e sinceramente in presenza di Dio professo, attesto e dichiaro di credere che nel sacramento dell’eucaristia non c’è alcuna transustanziazione degli elementi del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo al momento o dopo la consacrazione da parte di qualsiasi persona: e che l’invocazione o l’adorazione della Vergine Maria o qualsiasi altro Santo, e il Sacrificio della Messa, come sono praticati adesso nella Chiesa di Roma, sono superstiziosi e idolatrici…»

Il seguente passaggio del presidente Pera è fondamentale: «Sui princìpi di Locke, la Gran Bretagna è diventata un paese liberaldemocratico e si è vaccinata contro le rivoluzioni giacobine del tipo francese. […] Si sono scritte le carte dei diritti dell’uomo del Dopoguerra. Si è costruita una comunità internazionale nutrita di valori cristiani, anche quando non espressamente dichiarati o richiamati. La storia dice che la modernità politica è nata cristiana e ha sconfitto i nemici della società aperta con princìpi cristiani, anche quando ha preferito non dirlo esplicitamente, come accadde agli estensori della Carta di San Francisco che in tanto potettero scrivere quel testo in quanto smisero di discuterne le radici. E poi? Poi è successo il cataclisma. È successo che, prima, i princìpi sono stati “staccati” dal cristianesimo su cui Locke li aveva fondati, e si è cercato di goderne i frutti senza più curarsi della pianta».

Il cataclisma descritto da Pera è avvenuto prima non poi: è il peccato originale della liberal democrazia, non fondata sul cristianesimo ma su un’eresia che ne è la sua contraffazione. I tralci erano già staccati dalla vite. Torniamo a Popper, il quale sosteneva che sarebbe pleonastico fondare la liberal democrazia sul cristianesimo, perché «io penso che il liberalismo possa vivere senza la religione, ma deve cooperare, ovviamente, con tutti (La lezione di questo secolo, a cura di G. Bosetti, Marsilio, Venezia 1992, pp. 42-43).

In realtà, il liberalismo può cooperare con tutti, ma non può convivere con l’unica religione vera, perché in aperta contraddizione con essa. La convinzione di von Hayek è vera: non c’è alcuna speranza per la rinascita delle forze liberali, perché la frattura fra il vero liberalismo e la religione vera non potrà mai essere sanata, essendo un’impossibile quadratura del cerchio. In conclusione, l’arma del suicidio dell’occidente è la laicità, ma la corda ed il sapone per l’impiccagione sono stati gentilmente forniti dal liberalismo, figlio dell’eresia protestante.

 Andrea Mondinelli

(Foto: Friedrich_Hayek_portrait Di DickClarkMises di Wikipedia in inglese)

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1. https://vanthuanobservatory.com/2024/02/06/larma-del-suicidio-delloccidente-la-laicita/

2. Rm 13,1
3. http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2024/02/la-liberta-religiosa-spina-nella-carne.html

4. Il cardinale Ernesto Ruffini (1888-1967) sottolineò che se uno Stato non avesse il diritto di concedere trattamenti particolari a nessuna religione, allora gli accordi pontifici con Italia, Portogallo, Spagna e Repubblica Dominicana avrebbero richiesto una revisione [R. M. Wiltgen Il Reno si getta nel Tevere”, p. 188]. Così avvenne in Italia con la revisione del Concordato del 1984: In relazione all’Art. 1 Si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano.

5. “4 Restate in me, ed io resterò in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se medesimo, se non rimane nella vite, così neppure voi se non rimanete in me. 5 Io sono la vite, e voi i tralci. Colui che rimane in me e io in lui, porta abbondanti frutti, perché, senza di me, non potete far nulla. 6 Chi non rimane in me, è gettato via come tralcio che inaridisce, e viene poi raccolto e gettato ad ardere nel fuoco” [Gv, 15,4-6]

6. La sacra Liturgia è pertanto il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre, come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, all’Eterno Padre: è, per dirla in breve, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra. L’azione liturgica ha inizio con la fondazione stessa della Chiesa [Pio XII, Lett. Enc. Mediator Dei, 1947].

7. Tornando alla parabola della nota 4, ricordiamo che Gesù è la vite e la Chiesa cattolica è il Corpo mistico di Cristo.

8. Tutti i Test Act sono stati aboliti solamente negli anni Venti del XIX secolo.

9. Sono convinto che, se la frattura fra il vero liberalismo e le convinzioni religiose non sarà sanata, non ci sarà alcuna speranza per la rinascita delle forze liberali (Friederich von Hayek, 1947). 

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