Come le idee di sinistra sono migrate a destra. Questo vuole mostrare e dimostrare Luca Ricolfi nel suo ultimo libro La mutazione (Rizzoli, 2022). L’autore, come si sa, si è sempre collocato culturalmente a sinistra, però con una sua libertà di ragionamento nell’esaminare i dati sociologici, che è la sua specifica competenza scientifica. Questo lo ha condotto ad iniziare un percorso revisionista che ora si conclude con questo libro. Riesce a mostrare il suo assunto? Riesce a dimostrarlo? Lo mostra molto bene, ma nella dimostrazione manca qualcosa di decisivo.

Anche un semplice osservatore non specializzato in analisi dei dati vede che la tesi di Ricolfi è vera. Basta dare un occhio all’ottusa opposizione della sinistra al governo Meloni. La Serracchiani che in parlamento rimprovera alla Meloni di non difendere i diritti delle donne, Letta che sta con la Francia e non con l’Italia sul tema Ocean Viking, la Boldrini che si lamenta perché il nuovo presidente del Consiglio non si fa chiamare al femminile… dicono anche ai non esperti che la sinistra è scollata dal sentire e dalle esigenze del popolo.

Tre sono i punti focali dell’indagine di Ricolfi: la sinistra sostiene i forti e non i deboli, la sinistra da libertaria è diventata impositiva e autoritaria, la sinistra non mira più all’uguaglianza tramite la cultura ma è alleata della disuguaglianza.

Quanto al primo punto, la sinistra – dice Ricolfi – era sempre stata contro gli immigrati e il superamento dello Stato nazionale, fenomeni visti come propri di un nuovo capitalismo globale. Essa era anche stata molto scettica verso i “diritti civili”, visti come caratteristici della cultura capitalistica che, tramite l’abolizione di ogni discriminazione, vorrebbe creare una società uniformata. Se si divide poi la società italiana in “garantiti”, “cittadini a rischio” ed “esclusi”. i dati ci dicono che la sinistra ottiene il voto (e interpreta le esigenze) del segmento dei garantiti.

Circa il secondo punto, Ricolfi spiega che la sinistra, da libertaria è diventata censoria. Essa ha creato una antilingua politicamente corretta. Per esempio, la parola uguaglianza è stata sostituita dalla parola inclusione, che è un concetto liberale potenzialmente aperto ad accogliere tutte le differenze sociali. Ha quindi creato la sistematica accusa censoria di non essere inclusivo. Pensiamo all’imposizione dell’uso di termini neutri per l’inclusione di genere, che ha comportato e comporta sanzioni e licenziamenti.  

Infine, per il terzo punto, Ricolfi pensa che ci fu un tempo in cui la sinistra vedeva nella cultura un mezzo fondamentale di emancipazione popolare. Poi, invece, essa appoggiò nel 1962 l’abolizione del latino nella nuova scuola media (contro il parere di Concetto Marchesi), scelse la linea di “Lettera ad una professoressa” di Don Milani in cui Iliade e Odissea erano dette “borghesi”, si identificò con Bourdieu che riteneva la cultura una forma di oppressione di classe, sposò l’anti-cultura del Sessantotto, parlò di culture al plurale disprezzando la propria e finendo per demolire la scuola italiana, processo, questo, che Ricolfi descrisse in un altro suo libro. 

Fin qui l’illustrazione molto puntuale e condivisibile dei fatti. E la spiegazione? Questa è assegnata all’ultimo capitolo del libro e consiste nell’idea che la sinistra assume dogmaticamente il progressismo, mentre la destra lo assume criticamente. Assumere dogmaticamente il progressismo vuol dire finire per essere nichilisti, perché nessuna verità, conquista, identità potrà mai essere conservata in quanto buona, ma tutto deve essere irrimediabilmente superato. L’Autore centra il problema, ma non vede che questa impostazione c’era già fin dall’inizio nella cultura della sinistra e che, quindi, non c’è stata mutazione ma coerente evoluzione.

Questa osservazione mette in grande difficoltà il titolo del libro e la sua ipotesi interpretativa di fondo. L’idea, illuminista prima e gramsciana poi, che la cultura sia emancipatrice va intesa come emancipatrice nel senso di modernizzatrice, vale a dire secolarizzante. Comunismo e socialismo, specialmente italiani, volevano usare la cultura per eliminare la religione e consegnare il popolo ad una visione immanente delle cose.

L’esito liberal, inteso nel senso borghese del termine, della sinistra non è una mutazione ma un suo coerente sviluppo. Ho visionato l’indice dei nomi del libro di Ricolfi: manca Augusto Del Noce. L’esito censorio, e quindi totalitario, della sinistra era presente in essa da sempre, anche nella sua formulazione illuminista prima che marxista. Rousseau, Morelly e Mably sono lì a testimoniarlo. La manipolazione propagandistica delle parole non è cosa di oggi. L’accusa di “fascista” genericamente attribuita viene sistematicamente adoperata dal Partito Comunista Italiano fin da subito dopo la liberazione. 

Nel libro allora c’è una carenza non di poco conto. Il titolo parla di “mutazione” mentre invece si tratta di continuità.  Su tutto questo Ricolfi si sbaglia e non è l’unico, tra la sinistra revisionista, a farlo.

Stefano Fontana

Fonte: lanuovabq.it/

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