(Articolo pubblicato sul mensile Il Timone n. 220 – settembre 2022)

La Chiesa insegna che «la natura stessa ha intimamente congiunto la proprietà privata con l’esistenza dell’umana società e con la sua vera civiltà», il contrario del mondo «fluido» che si sta progettando

Non vi fu epoca della storia o civiltà che non abbia riconosciuto, pur nella ricchissima varietà delle tradizioni giuridiche, il diritto di proprietà. Sino al sorgere delle idee socialiste nessuna organizzazione politica intese mai negare la proprietà privata, ciò semplicemente perché il principio di proprietà appare da sempre come cosa di ovvio buon senso, indubitabile, certissimamente radicata nella giustizia naturale. Vi furono, certo, alcune esperienze eterodosse che misero in questione la legittimità morale della proprietà, penso alla gnosi catara o all’eresia dei “fraticelli”, ma mai con una reale capacità di farsi civiltà giuridica. E sempre tali dottrine furono duramente condannate e combattute dalla Chiesa.

Solo con il socialismo ottocentesco si delinea il progetto politico di una abolizione della proprietà privata, prima in forme utopistiche, poi “scientificamente” con il materialismo storico-dialettico di Karl Marx. Resta paradigmatica di questa opposizione radicale al principio di proprietà la nota sentenza di Proudhon: «La proprietà è furto».

L’intervento di papa Pecci

Proprio per rispondere a queste nuove dottrine socialiste papa Leone XIII darà vita a quel corpus dottrinale di morale sociale poi chiamato da papa Pio XII Dottrina sociale della Chiesa. Non certamente secondaria, nell’insegnamento sociale di papa Pecci, la riaffermazione «che conforme a natura è la proprietà privata. […] A ragione pertanto il genere umano […] con l’occhio alla legge di natura, trova in questa legge medesima il fondamento della divisione dei beni, e riconoscendo che la proprietà privata è sommamente confacente alla natura dell’uomo e alla pacifica convivenza sociale, l’ha solennemente sancita mediante la pratica di tutti i secoli. E le leggi civili che, quando sono giuste, derivano dalla stessa legge naturale la propria autorità ed efficacia, confermano tale diritto e lo assicurano con la pubblica forza. Né manca il suggello della legge divina, la quale vieta strettissimamente perfino il desiderio della roba altrui» (Rerum novarum). Leone XIII dice così la proprietà privata di diritto naturale, confermata dalla stessa legge divina positiva e universalmente riconosciuta dal diritto civile dei popoli.

Beni per tutti grazie alla proprietà

Principio fondamentale della Dottrina sociale della Chiesa è la destinazione universale dei beni (cfr. Concilio Vaticano II, cost. Gaudium et spes, 69; Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, Compendio della DSC, 171-184) ovvero l’affermazione certa che il Creato è stato voluto da Dio a beneficio di tutti gli uomini così che ogni persona umana possa trarre dai beni della terra sostentamento. Tale principio non contrasta affatto con il diritto naturale alla proprietà privata, anzi è attraverso la proprietà privata che si realizza il principio dell’universale destinazione dei beni. Lo ha felicemente ricordato papa Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno dove riporta il comune insegnamento dei teologi, i quali «hanno sempre unanimemente affermato che il diritto del dominio privato viene largito agli uomini dalla natura, cioè dal Creatore stesso, sia perché gli individui possano provvedere a sé e alla famiglia, sia perché, grazie a tale istituto, i beni del Creatore essendo destinati a tutta l’umana famiglia, servano veramente a questo fine» (Quadragesimo anno).

I beni del Creato, destinati da Dio agli uomini, sono dominati dall’uomo attraverso il lavoro con il quale il mondo è via via modellato dall’azione umana, le risorse rese disponibili, la terra coltivata, le diverse materie prime estratte e utilizzate per l’industria umana. È il lavoro il fondamento della proprietà privata, è attraverso di esso che l’uomo acquista il dominio sui beni. Ciò corrisponde a stretta giustizia, perché è giusto che il frutto del lavoro si aggiudichi a chi ha lavorato e non ad altri. Anche l’occupazione originaria delle terre può essere ricondotta a ciò, infatti ciò che era di nessuno diviene proprietà di chi la recinge e la dissoda, la coltiva e la custodisce.

Lavoro e libertà

La proprietà sul frutto del proprio lavoro non è graziosa concessione dello Stato, ma diritto naturale inviolabile che non conosce scadenza, ecco perché la Chiesa ha da sempre riconosciuto, non solo il diritto di proprietà generato dal valore del lavoro, ma anche il diritto di vendere/comprare, di donare/ricevere in dono, di lasciare in eredità/ereditare: «Senza dubbio l’ordine naturale, derivante da Dio, richiede anche la proprietà privata e il libero reciproco commercio dei beni con scambi e donazioni. […] la natura stessa ha intimamente congiunto la proprietà privata con l’esistenza dell’umana società e con la sua vera civiltà e, in grado eminente, con l’esistenza e con lo sviluppo della famiglia. Un tale vincolo appare più che apertamente. Non deve forse la proprietà privata assicurare al padre di famiglia la sana libertà, di cui ha bisogno, per poter adempiere i doveri assegnatigli dal Creatore?” (Pio XII, Radiomessaggio 1 giugno 1941 per il cinquantenario della Rerum novarum).

Il legame tra proprietà privata e famiglia è evidente, così come quello tra proprietà privata e libertà concreta. La proprietà privata è garanzia di quelle libertà concrete che solo chi non dipende per il vivere dalla generosità altrui (ad esempio dello Stato) può realmente esercitare. La proprietà non è così solo fondata sulla natura intelligente e libera dell’uomo che imprime il proprio dominio sui beni creati attraverso il lavoro, ma è essa stessa strumento provvidenziale per consentire all’uomo di esercitare concretamente la propria intelligenza e libertà.

La proprietà privata familiare è poi garanzia per la società domestica di quella autonomia e libertà che l’ordine naturale le attribuisce ma che sempre più l’ipertrofia statale minaccia. Se la famiglia dispone di beni propri sufficienti a garantire le proprie finalità sarà certamente più forte e solida, saprà certamente conservare ed esercitare più facilmente i propri diritti e la propria libertà.

Ecco perché la Chiesa da sempre sostiene e incoraggia la piccola proprietà immobiliare (casa e terra), il risparmio privato, le imprese familiari. Più famiglia e proprietà sono tra loro connesse più saranno solide e capaci di dare frutti. È proprio ciò che, invece, oggi si ostacola: l’autonomia e la solidità della famiglia sostenute da casa di proprietà, un po’ di terra per l’uso familiare, risparmi e previdenze private, una attività lavorativa autonoma-imprenditoriale a conduzione familiare.

La proprietà privata, specie se eredità familiare, è anche un potente fattore di stabilità e di radicamento. Ciò spiega perché il mondo “fluido” della postmodernità che si va progettando non preveda la proprietà privata.

S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Vescovo di Trieste

Fonte: Il Timone https://www.iltimone.org/articoli-riviste/vita-a-noleggio/

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