Il Cardinale Van Thuân ci ha lasciati venti anni fa, il 16 settembre 2002, dopo una lunga malattia che egli ha vissuto con pazienza e speranza cristiana. Qualche anno prima era stato nominato da Giovanni Paolo II vicepresidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace di cui era poi diventato presidente. Tutti ne ricordano l’umana amabilità, l’affettuosa semplicità – «Mi chiamo Francesco Nguyên Van Thuân, ma in Tanzania o in Nigeria mi chiamano Uncle Francis, così è più semplice chiamarmi zio Francesco, o meglio solo Francesco» – l’attenzione per i particolari della vita di ognuno. S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi che, come segretario di Justitia et Pax, è stato per anni suo strettissimo collaboratore e amico fraterno, ricorda questi spiccati tratti umani di cordialità e vicinanza a tutte le persone e, nello stesso tempo, le grandi visioni, colme di speranza, che egli sapeva proporre: la diffusione della Dottrina sociale della Chiesa ai poveri del mondo, l’evangelizzazione dell’Asia, le attività di carità ed assistenza che egli promuoveva e sosteneva nei quattro punti cardinali.

Della giustizia e della pace, che sono gli obiettivi evangelici della Dottrina sociale della Chiesa, il cardinale Van Thuân è stato un’icona incarnata. Egli ha dato testimonianza alla giustizia e alla pace, mostrando come esse non siano mai solo opera umana né frutto di meccanismi sociali e politici, ma siano una vocazione per l’uomo che ad esse è stato chiamato da Gesù Cristo, che è la Giustizia e la Pace. È dalla con-vivenza intima con Cristo nella sua Chiesa che il cardinale ha tratto la forza di essere un testimone. E non è, in fondo, questa anche la funzione della Dottrina sociale della Chiesa? Essa non è un insieme di precetti di morale sociale, non è un prontuario di ricette. Essa è annuncio di Cristo nelle realtà temporali e quindi propone una nuova vita e non solo delle politiche. Così intesa, essa appartiene alla missione di evangelizzazione della Chiesa, ne rappresenta una dimensione essenziale nel progetto di salvezza, ed è radicata nella vita stessa della comunità ecclesiale, espressione della fede, della speranza e della carità. Il cardinale Van Thuân ha mostrato l’unità delle tre virtù teologali nella vita del cristiano e, come presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, egli ha voluto che l’attività di quel Dicastero fosse orientata in modo tale da diffondere la Dottrina sociale della Chiesa nella sua vera natura di strumento di evangelizzazione suscitatore di testimoni, non solo di teorie ma anche e soprattutto di azioni e di vita cristiana dentro le strutture sociali. Sono quindi molto profondi i legami tra il cardinale, la sua presidenza al Pontificio consiglio della Giustizia e della Pace, la missione della Dottrina sociale della Chiesa e il nostro Osservatorio.

Tra i vari aspetti della vita cristiana del cardinale Van Thuân – l’amore per la Chiesa, la fedeltà al Santo Padre, l’affidamento a Maria, tutti eroicamente testimoniati durante i 13 anni di prigionia nelle carceri comuniste in Vietnam – uno in particolare desta il nostro interesse: la spiritualità della speranza. Questo termine, infatti, compare in tutte le sue opere ed anche nell’autobiografia che è stata pubblicata subito dopo la sua morte. Il cardinale era un uomo di speranza, viveva di essa e la diffondeva tra chi incontrava. Con questa forza resistette alle varie disgrazie occorsegli nella vita, e davanti alle quali qualsiasi spirito umano avrebbe potuto deflettere. Pensiamo a come la speranza lo abbia sostenuto come vescovo che per 13 anni fu isolato dalla sua comunità diocesana. Pensiamo a come la speranza lo abbia sostenuto nel leggere nell’assurdità degli eventi capitatigli – fu incarcerato per tanti anni senza mai essere stato processato – un disegno provvidenziale o come gli abbia fatto amare i suoi persecutori e, amandoli, come abbia convertito i suoi carcerieri. Pensiamo anche alla notizia del tumore, che gli giunse quasi assieme alla nomina a cardinale. Egli diceva che il cristiano è l’uomo dell’ora, dell’adesso vissuto con amore di Cristo. Non è l’uomo né del passato né del futuro, ma dell’ora. In questa capacità di vivere l’ora, si vede l’abbandono del cardinale alla provvidenza, se ne vede la speranza. Se ne vede anche la fanciullesca evangelica ingenuità: chi si fida del Padre si abbandona gioioso ad ogni momento dell’esistenza, perché sa che c’è chi pensa a lui e quindi non gli potrà capitare alcun male.

La speranza può trasformare una situazione ingiusta in una giusta, può trasformare le persone, cambiare i cuori e porre le basi per un futuro diverso. Nel 1987 durante l’isolamento nel carcere di Hanoi, l’allora vescovo Van Thuân, riuscì ad ottenere dai carcerieri delle pagine su cui scrivere di nascosto delle preghiere di speranza. Le guardie erano all’inizio sue nemiche, ma furono conquistate dall’amore di Cristo che egli testimoniava. Gli consigliarono anche di scrivere le preghiere in lingua straniera – egli scelse l’italiano – e di avvolgerle in una copertina di carta di giornale con sopra scritto: Studio di lingua straniera. Con questo stratagemma poté farle uscire dal carcere. Chi è strumento del male può diventare strumento di bene: niente è come è, ma tutto può essere trasformato.

Questa capacità trasformante della speranza cristiana, la sua capacità di rinnovare la faccia della terra e di riannodare rapporti sociali finora conflittuali è al cuore della Dottrina sociale della Chiesa, che è un servizio al mondo per trasformarlo secondo il progetto di amore di Dio. Per questo il nostro Osservatorio pone uno sguardo particolare a questo aspetto della spiritualità del cardinale Van Thuân, accanto ai tanti altri che egli espresse.

Se guardiamo, infatti, la situazione attuale dell’umanità, come non riconoscere questo grande bisogno di speranza cristiana? Ai giovani, che il cardinale tanto amava, vengono proposte forme di vita piatta e senza speranza. Ai poveri, che il cardinale tanto amava, non si riesce a infondere concreta fiducia nelle loro possibilità. I testimoni cristiani – di cui il cardinale può essere considerato un padre spirituale ad honorem – subiscono sempre più spesso il martirio in ogni parte del mondo. Nel frattempo l’umanità ha sviluppato una capacità tecnica tale da poter mettere a rischio la stessa natura umana, mentre vive spesso di un vuoto nichilistico che non le permette di governare eticamente questo suo immenso potere. Sono proprio le strutture sociali a infondere scoraggiamento più che speranza, a seminare la paura invece della confidenza con il domani.

Stefano Fontana

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