Il testo che proponiamo è la versione scritta, rivista dagli autori, della predicazione tenuta durante il ritiro estivo presso la Comunità Shalom di Palazzolo lo scorso 17 luglio. I sacerdoti organizzatori, don Marco Begato e don Luca Paitoni, hanno elaborato una meditazione unitaria presentata in due parti. La prima parte, affidata a don Marco, apre la riflessione sulla testimonianza cristiana in forma martiriale. La seconda parte, presentata da don Luca, riconduce all’adorazione eucaristica come fonte capace di generare i martiri di oggi. Al termine risuona l’appello a diffondere cenacoli di adoratori, con particolare impegno di preghiera per la rigenerazione spirituale dei sacerdoti, cui affidarsi per il rinnovamento della Chiesa stessa e il superamento della crisi che La attraversa. 

 

La forma martiriale della testimonianza cristiana autentica

Qual è la condizione che meglio esprime la nostra esperienza cristiana contemporanea?  La tesi è che sia quella del martirio, sebbene non un martirio nel senso classico, cruento. E dunque, come va compreso tale martirio e alla luce di quali eventi dobbiamo leggerlo e viverlo?

Partiamo da un rapido sguardo storico-sociale che giustifichi la tesi nel suo complesso.

La situazione remota in cui ci troviamo dipende dalle innovazioni introdotte con le Rivoluzioni culturali che hanno plasmato in senso prima anti-cattolico e poi anti-cristiano gli ultimi secoli di storia.

La situazione prossima conferma il crescente diffondersi di forme cristianofobe, siano esse cruente o incruente. Di tali fenomeni il nostro Osservatorio offre riscontri puntuali, specialmente nel Rapporto pubblicato annualmente.

L’attualità degli ultimi mesi si colora di ulteriori elementi, generati dalle gravi ambiguità e dalla forte dispersione e frattura identitaria che abbiamo riscontrato nella stagione culturale “covid”, essa ha aperto nelle stesse fila del cattolicesimo fronti di crisi religiosa a più livelli (sacramentale, etico, etc.).

Quanto al futuro, non sembrano presenti elementi capaci di risolvere in breve tempo la dilagante confusione a livello dottrinale, morale, liturgico e politico nella Chiesa; nel mentre si registrano manifestazioni di dissenso e ostilità sociale di fronte alle minime e rade occasioni di riposizionamento tradizionale dei cattolici.

Alla luce di tale scenario dobbiamo fare attenzione alle possibili reazioni che i cristiani potrebbero alimentare. Ritengo di schematizzare tali reazioni in tre forme, due inadeguate e una adeguata, quella adeguata sarà appunto la forma di testimonianza martiriale.

Le reazioni che considero inadeguate sono quelle che, cedendo a tentazioni facili, risolvono la tensione su esposta o per difetto o per eccesso. La risolvono per difetto coloro i quali cedono in atteggiamenti di resilienza, resa e compromesso, così rinunciando a portare l’autentica testimonianza cristiana nel mondo contemporaneo. La risolvono per eccesso quanti si trincerano dietro a forme di arroganza, separazione e aggressività, le quali tutelano la lettera del messaggio cristiano, avvilendone però lo spirito propriamente evangelizzatore.

Tali problematiche non sono nuove all’interno del discorso ecclesiale. Il campo tematico più interessante per scioglierle è quello inerente all’interpretazione del Concilio Vaticano II. A ben pensarci, interpretazioni semplicistiche e strumentali si sprecano attorno a quell’Assise e al suo impatto storico. In tal senso, la fioritura di ricchi studi proliferata in occasione del cinquantenario e facilitata dal clima culturale aperto, tollerante e colto promosso dal Santo Padre Benedetto XVI, continua a rappresentare un paradigma encomiabile e fecondo per comprendere l’epoca in cui ci troviamo. Purtroppo, nell’ultima decade il confronto libero è crollato e per i più le semplificazioni rischiano di diventare l’unica via.

Torniamo al presente. Abbiamo dunque di fronte due reazioni strumentali, a mio avviso sterili e fuorvianti. Quella dei difettosi, i quali appiattendosi sull’andamento culturale mondano, di fatto abdicano alla propria responsabilità di battezzati, dimenticando che prima o poi toccherà loro di rispondere personalmente in coscienza e quindi davanti a Dio, nel tempo e nell’eternità, circa le scelte e le posizioni assunte. Quella degli eccedenti, che pagano la propria fedeltà a prezzo della comunione ecclesiale, quasi non saranno chiamati essi pure a rispondere e per l’appunto a rispondere ecclesialmente e quindi mostrandosi in effettiva comunione con Cristo in anima e corpo.

Propriamente l’errore dei difettosi è smettere di dare testimonianza per divenire adulatori del mondo, sono il sale insipido che può essere solo gettato in terra e infatti si gettano nel mondo e nelle sue categorie terrene.

Quanto agli eccedenti invece, essi danno una testimonianza fedele, che si fa però individuale e non ecclesiale, di iniziativa umana più che divina, finiscono col non essere in comunione e quindi col non comunicare con e a nessuno in modo incisivo, preoccupati di sé più che del prossimo, compiono una sorta di suicidio spirituale: pur di salvare una parte (la liturgia? la dottrina?), sacrificano la comunione col Regno (è il contrario della parabola, che assicurava esser meglio entrare nel Regno con un occhio solo, anziché…), per salvare il ramo buono lo recidono dal tronco standoci accovacciati sopra.

Alla luce di tali estremi e per contrapposizione ai loro errori, possiamo ora provare a definire la via del martirio incruento, quale forma tipica della testimonianza cristiana contemporanea.

Martirio significa dire Cristo (vs difettosi) restando in Lui, nel suo Corpo, oggettivamente (vs eccedenti). Rispetto alle strategie dei difettosi, il martire esprime resistenza alle pressioni del mondo; assume una lucida e chiara visione di fede assunta in coscienza; rifiuta il compromesso e non fa proprie amicizie e ambienti sociali non conformi a Cristo o estranei alla Sua Chiesa; elabora una posizione di alta consapevolezza pur tra i dissesti critici del mondo e nella Chiesa. Rispetto alle strategie degli eccedenti, il martire si sforza di restare nella comunione con la Madre Chiesa, nonostante la crisi che la attraversa e dilania; si impegna a crescere in un’umiltà sempre più mite e faticosa; si ingegna a costruire e mantenere legami in un clima di pace, in quanto frutto dello Spirito – il che non si oppone a portare il fuoco, che sia però il fuoco dello Spirito e non la stizza dei Boanerghes; la spada a due tagli di Paolo e non quella di Pietro al Getsemani.

A ben vedere il martirio è una meta donata dal Cielo, che per sé supera le capacità dei nostri sforzi umani. Essere autentici martiri significa essere e lasciarsi rendere simili al Cuore di Cristo. Di converso, non possiamo se non riconoscere ancora una volta che solo Cristo può abilitarci a essere autentici cristiani nel nostro tempo, al di là delle umane semplificazioni strategiche.

La presente riflessione non può dunque che richiamare un intervento complementare, che mediti sul valore dell’adorazione eucaristica, luogo di rigenerazione del cristianesimo genuino. Sarà il tema della meditazione di don Luca Paitoni, successiva al presente scritto

Per concludere il mio intervento, suggerisco la recente pubblicazione di Amicitia Liturgica, il Martyrologium Romanum con traduzione a fronte. Tale testo, che si può reperire anche on line (Associazione Cristomorfosis Shop: https://www.cristomorfosis.it/product-page/martyrologium-romanum-tradizionale-latino-italiano), presenta il Martirologio tradizionale, quello in uso nella Chiesa fino alle variazioni introdotte dopo il Concilio pastorale Vaticano II. Si tratta di un’opera nobile e veneranda, ancora in uso presso la comunità che celebrano secondo i riti antichi tradizionali, utile anche per le forme di devozione personale.

La lettura orante degli elenchi dei santi di ogni giorno aiuta a far sedimentare nella coscienza del credente l’appello alla santità, la possibilità di coronarla e il dovere di invocarla, finanche nella forma del martirio. I fedeli imparano, anche grazie a questo strumento, che il piano dello sforzo soprannaturale precede e vince quello della semplice sopravvivenza materiale; avvertono che è la Provvidenza a guidare il corso della storia (infatti oggi ci ricordiamo dei martiri e non dei loro tortori); familiarizzano con figure autenticamente cristiane, che hanno mostrato di aver davvero preferito la scelta per Cristo a qualsiasi altro interesse mondano e orizzontale. E così torna nella mente di tutti l’idea originaria che sia meglio preferire il martirio – non per forza cruento, a volte sociale, economico e psicologico – anziché cedere a facili compromessi.

“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,3-12).

Don Marco Begato

 

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