[Nostra traduzione dal fascicolo del 2 luglio 2022 della rivista “L’Homme Nouveau”, pp. 13-14. Philippe Maxence intervista Bérénice Levet, autrice del recente libro: L’écologie ou l’ivresse de la table rase, L’Observatoire, pp. 220, 19 Euro]

 

Il municipio ecologista di Grenoble ha recentemente autorizzato l’utilizzo del “burkini” nelle piscine comunali. Che rapporto c’è tra ecologia e burkini?

Siamo qui al cuore del problema che sollevo nel mio libro. L’ecologia è una postura  e la sua lotta a favore della natura e del clima è un alibi contro il nostro modello di civiltà. L’ecologia funziona come una ideologia, e come tutte le ideologie affronta la complessità della condizione umana con delle idee semplificate. Gli ecologisti fanno propria la grande narrazione di una civiltà occidentale la cui storia sarebbe scritta da un uomo bianco, eterosessuale, cattolico o ebreo, animato da un’unica e costante passione, quella di dominare e di asservire a sé tutto quanto non è a propria immagine: le donne, gli omosessuali, i “trans” e altre “minoranze” sessuali, i musulmani, i neri, gli animali, le bestie. È così che ecologismo, femminismo, islamismo, razzismo partecipano alla medesima lotta contro la nostra civiltà, s’impegnano con un ardore senza pari ad incriminarla allo scopo di farla sparire. Da qui il legame tra ecologia e promozione del burkini. L’ecologia è prima di tutto un vettore molto attivo per la conversione della nostra civiltà.

Siamo di fronte ad un marxismo ripensato?

Siamo davanti ad una ideologia e questo è certamente il punto in comune con il marxismo. Ma molti militanti e compagni sulla strada del comunismo – concediamo loro questo punto! – erano spinti da una aspirazione alla giustizia sociale. L’esecrazione della nostra civiltà non era la molla primaria del loro impegno. L’ecologia politica come si incarna oggi è invece animata da una passione distruttiva, nichilista. Le sue voci più sonore sono caratterizzate da un risentimento contrario alla nostra civiltà, da un desiderio profondo di regolare i conti, soprattutto tra la gioventù – e qui come non ricordare Greta Thurnberg, questa ragazzina che non sa nulla della nostra civiltà, e davanti alla quale tutti, a cominciare dai grandi della terra, si inchinano. L’ecologia è un sostituto del marxismo per una sinistra orfana di una grande narrazione. Kundera, che io cito nelle prime pagine del mio libro, lo dice molto bene: l’uomo di sinistra ha bisogno di una teoria, qualsiasi essa sia, basta che egli possa inserirla nella “grande marcia” e nella chimerica e funesta impresa della rigenerazione dell’umanità. Questo è esattamente quello che vogliono i nostri ecologisti.

Come spiega questa “passione distruttiva”?

I più anziani dei dirigenti e membri del EELV (Europe Écologie Le Verts) sono nati negli anni Settanta. Si tratta quindi della prima generazione alla quale il “vecchio mondo” non è stato più trasmesso. Di questa civiltà, in realtà, essi non sanno nulla. Sanno solo che è detestabile e colpevole. Sono quindi molto disponibili all’ideologia del de-costruttivismo arrivata dagli Stati Uniti. Senza speranza nel proprio tempo, ignoranti e inaccessibili al sapere e alle virtù della visione francese della vita, non riconoscono nessun’altra autorità al di sopra dell’individuo e dei suoi diritti, e vogliono soddisfare le esigenze delle “minoranze” e delle “diversità” che essi considerano evidentemente come “vittime”. La maggior parte delle municipalità governate dal EELV hanno istituito una politica dei diritti culturali. Si fa carico ai poteri pubblici di riconoscere e garantire alle minoranze la “visibilità”. Bisogna capire cosa significhi questa piccola parola “visibilità” in un Paese come la Francia che faceva della riservatezza, della discrezione, una virtù per eccellenza. Il burkini traduce questa volontà. Si tratta di dire: “noi siamo là e voi dovete considerarci … ; siamo visibili e dobbiamo essere riconosciuti per quello che siamo, così come siamo”. Assistiamo ad un mutamento di civiltà.

“Si buttano via molto facilmente le cose grandi che non si comprendono più”, diceva Balzac. Questa frase dipinge bene quanto stiamo vivendo. Non siamo più capaci di apprezzare i tesori di civiltà che i nostri avi ci hanno lasciato. Io rimpiango, per esempio, che i cattolici – e penso soprattutto all’eredità della pittura – non controbattono più al processo che è regolarmente intentato contro il cristianesimo di avere contribuito all’assalto alla natura. Ho preparato l’arringa ma non l’ho ancora scritta.

Dove si colloca la ragione profonda di questa visione?

Secondo una ecologia che ha il vento in poppa e vuole imporsi come dottrina ufficiale, tutto sarebbe cominciato ad andare male per la natura all’età neolitica, quanto l’uomo è diventato sedentario e ha iniziato a coltivare la terra. Dobbiamo difendere l’homo faber, ossia l’uomo che ha addomesticato la natura, colui che ha fatto della natura, che non ci è spontaneamente amica, una “domus”, un focolare, una casa. Questo sarebbe stato l’inizio della fine per la natura. Ma c’è un “patto”, secondo la bella espressione di Bertrand de Jouvenel, tra la natura e l’uomo che viene qui inaugurato, patto che la rivoluzione industriale comincerà a infrangere (è allora che nasce l’ideologia) e più ancora le Trente Glorieuse fissazioni dell’efficacia, della redditività e della funzionalità.

All’uomo che pianifica il suo soggiorno terrestre, si sostituisce oggi il sogno di un uomo che si fonde con la natura, diluito, immerso nella grande vasca dei viventi. Il rifiuto della ragione, l’eliminazione della coppia soggetto/oggetto, la fusione contro l’esplorazione, la contemplazione – ragione, soggetto/oggetto, contemplazione: categorie eminentemente occidentali, altro segnale della determinazione a cancellare e a rimpiazzare la nostra civiltà. Oggi tutti i musei si convertono a delle esposizioni cosiddette “immersive”.

Cosa fare davanti a tutto questo?

Dopo quarant’anni di indifferenza verso la natura, pensavo che saremmo finiti per dare ragione a du Bellay: “Felice chi come Ulisse …”, che alla fine avremmo riconosciuto, con Simone Weil, che l’anima umana ha bisogno essenziale di radicamento. Dopo gli anni della globalizzazione e del nomadismo, potevamo attenderci di essere rimpatriati sulla terra e nella nostra terra. L’emergenza climatica poteva riuscire dove noi abbiamo fallito, noi che, libro dopo libro, abbiamo denunciato il peccato originale del progressismo che consiste nell’attribuire delle virtù emancipatrici allo sradicamento. Invece, gli ecologisti rimangono mondialisti. Un appuntamento mancato, finora. Ma manteniamo la speranza, noi che siamo attaccati alla fisionomia delle nazioni, alle radici, e convinti che l’uomo ha bisogno di essere irrigato da una linfa vitale. Formiamo, coltiviamo, sviluppiamo il vocabolario della nostra sensibilità, purtroppo atrofizzato, operando sulla natura, ovviamente, ma anche frequentando le opere d’arte che sono delle scuole di percezione. Letteratura, musica, pittura ci insegnano a sentire e a vedere le cose, in tutte le loro sfumature. Non possiamo, non dobbiamo dissociare la causa della natura da quella della cultura. L’ecologia dovrà comportare di essere sensibili a tutto quello che è bello, fragile e deperibile.

[Traduzione dal francese di Stefano Fontana]

 

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