Che cos’è una donna? Tutti dovrebbero essere in grado di rispondere. Tuttavia, al giorno d’oggi, questa è diventata una domanda alquanto spinosa negli USA. Lo ha voluto raccontare Matt Walsh, commentatore politico statunitense, prima con un documentario ed ora nell’omonimo libro What is a woman? (DW Books, Nashville 2022).

La ragione per cui la gente ha difficoltà a rispondere alla domanda del titolo è, secondo Walsh, perché «un’ideologia rabbiosa, vendicativa e insensata ha preso il sopravvento. Di conseguenza chi conosce la risposta è spaventato dal dirla». Questa ideologia è la teoria di genere, ormai nota anche in Italia.

Walsh ha dunque incontrato ed intervistato sulla teoria di genere esperti in ogni campo, medici, terapeuti, psichiatri, psicologi, politici, attivisti e le stesse persone transgender senza mai polemizzare o scontrarsi apertamente. Ha inteso ascoltare genuinamente le loro idee per capirle in modo definitivo. Ma come scrive «ho iniziato a rendermi conto che il problema non era la mia capacità di comprensione. Nulla di quel che dicevano aveva senso. Le loro argomentazioni collassavano, non con martellate o forti spinte ma con semplici domande, perché il nucleo della ideologia di genere è vuoto».

Non si tratta infatti di una teoria salda e coerente, monolitica, anzi risulta alquanto contraddittoria non appena la si analizza, a partire dalla sua storia. Una decennale stratificazione di concetti nati nelle accademie americane del XX secolo, che riunisce Alfred Kinsey, John Money e Judith Butler: il primo, padre della sessuologia moderna, intendeva la preferenza sessuale come uno spettro, variabile da individuo a individuo ma in sé stabile; Money fu il primo ad adottare il termine “genere” in ambito sessuale e a separarlo dal sesso (biologicamente inteso), dandogli un’origine sociale; la Butler oggi sostiene che il genere sia “performativo”, un processo di attiva espressione di sé  e perciò dinamico, mutevole, fluido.

Chi propone questa teoria però non è in grado di fornire vere definizioni ai termini “genere” e “identità di genere”, non sa dire come distinguere una identità genuina da una errata o mendace, non spiega come mai, sebbene genere e sesso sarebbero distinti, il percorso di “affermazione del genere” richieda ormoni e chirurgia, solo per fare alcuni esempi delle innumerevoli aporie.

Potrebbero apparire eccentriche fantasie che occupano solamente le conversazioni dei professori universitari se non fosse che negli USA  negli ultimi anni questi temi sono entrati pesantemente nelle scuole (nei programmi dell’educazione sessuale e non solo), con una decisa accelerazione avvenuta nel 2013 in occasione della pubblicazione della quinta edizione del Manuale Diagnostico Statistico (DSM), “testo sacro” della psichiatria, che riclassificò il disturbo d’identità di genere in disforia di genere. Da allora infatti ogni attività rivolta ai più piccoli non sarebbe stata più fare propaganda ad una condizione patologica ma ad una semplice variante naturale della sessualità.

Tutto questo, inducendo nei ragazzi e nei bambini una enorme confusione, sta portando ad un’impennata nell’incidenza della disforia di genere, che ha assunto l’andamento di un vero e proprio contagio. Una volta ottenuta la “diagnosi” (di fatto sono creduti sulla parola), iniziano un percorso di “affermazione del genere” che porta all’assunzione di bloccanti della pubertà, ormoni dell’altro sesso e asportazioni chirurgiche di seni e genitali già in giovanissima età. Il tutto omettendo deliberatamente i pesanti effetti avversi e le complicazioni di queste procedure ed ignorando del tutto gli effetti e gli esiti, sia fisici che psicologici, a lungo termine. Lo racconta in modo toccante Scott Newgent: nata femmina, intraprese in età adulta il percorso per “diventare uomo”, che in realtà, come ha rivelato nell’intervista a Walsh, la porterà presto alla morte a causa delle infezioni ricorrenti cui è soggetta.

Naturalmente gli attivisti si fanno scudo di buoni sentimenti. Scrive Walsh: «vogliono solamente fermare la discriminazione, vogliono soltanto accettazione e rispetto. Ma le loro azioni, leggi e regole rivelano ambizioni più grandi. Il loro regime anti-discriminazione discrimina le donne e tenta di eliminare qualsiasi distinzione tra maschio e femmina. Il loro desiderio di accettazione richiede conferme e bandisce il dissenso. Richiedono il tuo rispetto, ma si rifiutano di rispettare i dettami della biologia, l’innocenza dei bambini o il legame tra genitori e figli».

Matt Walsh ritiene tuttavia che questa sia una battaglia culturale che i conservatori possono vincere, proprio a motivo dell’inconsistenza delle argomentazioni della teoria di genere. Sostiene che se alle opinioni emotive e relativistiche si oppongono fatti e logica si potranno riportare alla realtà coloro che si sono smarriti nell’errore. E considera fondamentale l’azione su due fronti: da un lato la pressione all’ambito politico perché non ceda sul piano legislativo o amministrativo all’ideologia di genere, dall’altro il presidio della scuola, per preservare i più piccoli da queste teorie deleterie, anche togliendoli dagli istituti pubblici se necessario.

Su tutto deve prevalere la formazione e la preparazione perché «possiamo sapere ogni giorno che gli ideologi transgender si sbagliano ma se non sappiamo il perché, le nostre convinzioni sono impotenti».

Per chi, infine, se lo stesse domandando, l’autore non elude la domanda che muove tutta la sua inchiesta. Niente di più semplice: una femmina umana adulta.

Samuele Salvador

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