L’attuale conflitto Russia-Ucraina ha mostrato in modo inequivocabile, oltre alla possibilità di una terza guerra mondiale dalle catastrofiche conseguenze, la barbarie moderna della sopraffazione di alcuni esigui gruppi di potere (sostenuti dalle elites finanziarie) a scapito della maggioranza delle persone inermi. Si è sempre più costretti ad accettare “democraticamente” risoluzioni dettate da organismi sovranazionali (UE, ONU, NATO, ecc.) che ci spingono a subire politiche, visioni del mondo senza che il popolo sia stato degnamente informato né tantomeno consultato. L’apparire di personaggi non eletti democraticamente, caldeggiati dall’intero sistema mediatico mainstream e da parlamenti in quasi totale servitù nei loro confronti, ha condotto milioni di persone a subire decisioni importanti sul loro destino, come ad esempio l’appoggio militare ad una delle due contendenti. Del concetto di barbarie (“La barbarie di Berlino”, Rubbettino 2022) parlò più di un secolo fa Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), intervenendo con vigore agli albori della prima guerra mondiale. Credo che, considerando il contesto storico-politico di inizio ‘900 ovviamente mutato, l’analisi del grande scrittore inglese possa ancora essere di aiuto.

La pazzia e il “fact-checking”

L’ossessione moderna e mondana di parlare tutti delle stesse cose (per circa due anni il tema Covid ha letteralmente invaso tutti i luoghi del vivere quotidiano), con medesime argomentazioni – mascherina sì, mascherina no – , le stesse frenetiche premure, hanno portato a divisioni bipartisan nella nostra società: ieri c’era lo schieramento “no vax” contro “pro vax”, oggi “no Putin” contro “filo Putin”. A seconda della narrativa (storytelling) veicolata dagli organi di informazione statali e privati, dalle televisioni ai giornali fino ai cosiddetti social, siamo stati inondati, con un linguaggio sempre più anglicizzato, di fake news (bufale) controllate ipoteticamente dal fact-checking (verifica dei fatti), che avrebbe dovuto estendere “l’andare a vedere come stanno le cose” che la scuola fenomenologica, Husserl in testa, invitava a verificare in ambito filosofico.

Dinanzi a questa mole pazzesca di informazioni (più o meno attendibili) che condiziona ineluttabilmente i pensieri e i comportamenti della gente, credo sia opportuno attingere ai pozzi di acqua fresca, costituiti dai grandi classici della letteratura o della filosofia e dal patrimonio religioso e artistico che si è succeduto nei secoli. Nell’introduzione alla “Barbarie di Berlino” del 1914, Chesterton iniziava con queste parole: “A meno che non siamo tutti pazzi, anche dietro la faccenda più sconcertante c’è una storia. D’altro canto, se fossimo tutti pazzi non esisterebbe neppure la pazzia”. La pazzia agli inizi della prima guerra mondiale richiama la pazzia odierna del conflitto Russia-Ucraina: non mancano ragioni da una parte o dall’altra, ma ciò che le caratterizza è esattamente l’elemento sconcertante, la sproporzione tra mezzi e fini, la carne umana fatta a brandelli. Proprio perché si accampano ragioni a giustificare la guerra, si manifesta ciò che Chesterton scrisse in Ortodossia del 1908: “Il pazzo non è colui che ha perso la ragione, ma quello che ha perso tutto tranne la ragione”. Tornando alla realtà evidente del conflitto, Chesterton avrebbe suggerito, come egli scrisse, che i fatti non sono tutta la verità e che quindi il fact-checking non è sufficiente per poter leggere la realtà vera che sta dietro la realtà fattuale, come suggeriva lo scrittore londinese: “Ciò detto, è del tutto vero che dietro questi fatti stanno delle verità. Verità terribili, di natura spirituale”. Era necessario quindi indagare le vere origini del conflitto, come egli fece, cercando di rintracciare quello che allora egli chiamava “il male europeo moderno”, trovare cioè “la sorgente da cui il veleno è sgorgato su tutte le Nazioni della terra”.

Da che parte stare?

L’enigma che oggi ci si pone è: “Da che parte stare?”. Questo dubbio oggi sembrerebbe trovare una facile risposta in coloro, i cosiddetti pacifisti, che sventolando bandiere e stringendosi la mano, troverebbero la soluzione nel manifestare il desiderio della pace contro la guerra. Ma quali contenuti ha questa “volontà di pace” se non riguarda la vita interiore, la conversione reale del cuore? Non c’è forse il pericolo che un legittimo desiderio di pace si trasformi nell’ideologia pacifista? Non si dovrebbe piuttosto seguire la traccia indicata da Chesterton, ossia cercare la scaturigine spirituale del male europeo moderno nelle pieghe della storia? Appare quindi evidente che non sia sufficiente schierarsi per almeno due motivi: primo, appare grossolano e superficiale difendere una delle parti, soprattutto quando le ragioni che tendono a giustificare la guerra aumentano di giorno in giorno e sono sempre meno oggettivamente verificabili; secondo, appare riduttivo comprendere il singolo terribile fatto della guerra senza un contesto più ampio, soprattutto dove sarebbe necessario studiarne le cause di natura spirituale. Come abbiamo constatato con la pandemia, non si tratta di stare da una parte o dall’altra, ma comprendere, dietro i fatti, l’origine non solo materiale (se provenga dal laboratorio cinese di Wuhan o meno) del Covid. La spiegazione materiale non è sufficiente a farci comprendere la natura dei fatti, che vela sempre una causa spirituale.

La barbarie moderna

Quando Chesterton apostrofava i prussiani come barbari, intendeva considerarli come i nemici giurati della civiltà occidentale: “Il pericolo prussiano è che è pronto a combattere per vecchi errori come se fossero nuove verità”. L’interventismo contro il pericolo prussiano vide suo fratello Cecil (1879-1918) combattere e perire al fronte per la difesa della civiltà cristiana contro la barbarie, la barbarie di Berlino. Questa battaglia a baluardo della civiltà cristiana verteva sul concetto di “promessa”: “La promessa non esiste in natura ed è il marchio dell’uomo. Facendo riferimento esclusivo alla civiltà umana, si può davvero dire che in principio era la Parola. Il giuramento è per l’uomo ciò che il canto è per l’uccello, o l’abbaiare per un cane: è la sua voce, ciò che lo rende riconoscibile”. Chesterton riscontrava la barbarie laddove veniva a mancare la promessa, il voto, il giuramento: intravedeva nella barbarie moderna l’incapacità di mantenere l’impegno. Questa difesa dei voti, degli impegni assunti davanti a Dio e agli uomini lo faceva perorare l’indissolubilità del vincolo coniugale, come attestava nel libro: “La superstizione del divorzio”. Chesterton desiderava lottare contro la barbarie moderna che individuava nella temuta Prussia: “Ci battiamo per la fiducia e le alleanze, per la memoria salda e il possibile incontro degli uomini, per tutto ciò che rende la vita diversa da un incubo fuori controllo”. Egli definiva il pericolo prussiano come un “intellettualismo” che stava distruggendo alcune idee necessarie all’umanità. Oltre al vincolo e alla promessa della parola data, vedeva nell’elemento prussiano da sconfiggere l’incapacità di capire il sano patriottismo popolare, la mancanza di empatia e di reciprocità: “Il barbaro non può abbracciare le cose con lo sguardo, né guardarle da due punti di vista, e perciò diventa una bestia cieca e un divoratore di uomini…il barbaro è un uomo che non solo non può amare, ma neppure odiare il prossimo suo come se stesso”. La barbarie moderna si configurava quindi, agli occhi di Chesterton, come distruttiva dei legami forti e spirituali della civiltà cristiana. Rimandando alla lettura di questo pamphlet diretto contro la barbarie, chiediamoci anche noi quale sia il significato, oggi, di “barbarie moderna”, in modo da riscoprire e valorizzare i principi e i valori fondamentali oltre la patina superficiale dei fatti che, come abbiamo visto, spesso occultano le radici spirituali più profonde.

Fabio Trevisan

 

 

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