[Nota redazionale] Pubblichiamo una nostra traduzione dell’Editoriale del fascicolo n. 153 della rivista ”Catholica” dal titolo “Un État planétaire?” a firma del direttore Bernard Dumont. Non sono stati tradotti i riferimenti in nota. In calce al testo indichiamo le precedenti nostre traduzioni degli editoriali di Bernard Dumont.

Con l’apparizione della pandemia si ha l’idea di assistere ad un cambiamento d’epoca, segnato da una limitazione inattesa e brutale della vita quotidiana della maggior parte dei Paesi governati da un presunto Stato di diritto, con uno stato di eccezione rinnovato senza fine, prendendo congedo da un formalismo democratico prima considerato poco meno che “sacro”, con un intervento psichico sulle popolazioni di rara intensità e, per completare il quadro, nella scomparsa pressoché completa dell’autorità della Chiesa trasformata in camera di risonanza degli imperativi di questo nuovo ordine di cose. Malgrado questo concorso impressionante di elementi, conviene comunque dubitare di trovarsi già in un mondo totalmente nuovo e di aver ormai lasciato indietro un mondo completamente superato. Questa semplificazione di tipo propagandistico non rende pienamente conto dei fatti, ma ha per effetto di paralizzare in anticipo ogni contestazione.

Si è così spinti ad interrogarsi sui poteri dominanti il mondo attuale, le condizioni del loro esercizio, le loro modalità di organizzazione e i fini che si propongono. Questo lavoro di chiarificazione e di sintesi è impegnativo, e dovrà andare oltre le semplici intuizioni, spesso imprudentemente trasformate in perentorie affermazioni non documentate, o addirittura in deliri immaginativi, che finiscono per nutrire una propaganda che orienta contro i “cospirazionisti” tutti gli sforzi per comprendere la realtà presente.

Pierre-André Taguieff riassume in questo modo la situazione: “[…] se il complottismo  si diffonde e risponde ad una domanda sociale, lo stesso accade per un discorso anti-complottista semplicistico, che a sua volta, per il suo carattere militante, per le sue analisi sommarie e il suo tono polemico, suscita reazioni anti-anticomplottiste negli studi dotti, le quali sembrano addirittura venire in soccorso di alcune ‘teorie complottiste’”. Si potrebbe anche aggiungere che le affermazioni contraddittorie dei governanti e dei loro esperti non possono che rinforzare la difficoltà di raggiungere la verità, e il dubbio universale che ne risulta. A chi credere? a chi elucubra o a chi mente?

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Questo clima tocca essenzialmente le categorie dell’informazione e della “comunicazione pubblica”, ambiti nei quali verità e propaganda tendono a confondersi. Ma ormai, dopo un certo numero di anni, la questione è ricondotta, ad un livello più generale, alla senzazione persistente che i governi cosiddetti democratici non sono i reali governanti e che sotto le apparenti forme costituzionali si installa, o si è già installato, un sistema parallelo che rimane nell’ombra ma che detiene il potere effettivo dentro ogni Stato e più ancora nelle organizzazioni sopranazionali e internazionali. Questa è la problematica dello Stato profondo, espressione in origine riservata ai ricercatori in scienze politiche e ripresa ora da un pubblico più vasto per indicare un fenomeno di cui vale la pena conoscere la natura.

All’origine queste parole non erano che la traduzione dell’espressione turca “derin devlet”. Mike Lofgren, che ha studiato l’argomento nell’ambito degli Stati Uniti, spiega così questa origine mentre ne legittima la trasposizione: “Il termine ‘Stato profondo’ venne inventato in Turchia e sarebbe un sistema composto da elementi di alto livello dentro i servizi di informazione, dell’esercito, della sicurezza, del sistema giudiziario e del crimine organizzato. Nell’ultimo romanzo dello scrittore britannico John Le Carré, A delicate Truth, un personaggio descrive lo Stato profondo come ‘la cerchia sempre più larga di esperti non governativi provenienti dal mondo delle banche, dell’industria e del commercio, che sono stati autorizzati ad accedere a informazioni altamente riservate, non disponibili in questa misura nemmeno a Whitehall e a Westminster’. Utilizzo quindi questa espressione per indicare una associazione ibrida di elementi del governo e di persone provenienti dagli alti livelli della finanza e dell’industria e che è effettivamente in grado di governare gli Stati Uniti senza fare riferimento al consenso dei governati espresso attraverso il processo politico formale”.

Questa definizione è ben più precisa degli slogans del Fronte popolare che denunciano le “200 famiglie” padrone dell’economia francese. Il riduzionismo demagogico e l’utilizzo di cifre tonde rispondono ad una comodità ideologica, ma sono anche in rapporto col dominio del liberalismo economico e il legame tra grandi industriali e personale politico.

Un modo più preciso di comprendere cosa significa lo Stato profondo conduce al cuore stesso dell’apparato politico-amministrativo. Qui esso indica e denuncia la pesantezza amministrativa (ministeri, polizia, stati maggiori dell’esercito) che frena o fa deviare le decisioni del potere centrale. Emmanuel Macron una volta vi ha fatto allusione in un discorso agli “ambasciatori e ambasciatrici”, il 27 agosto 2019: “Noi abbiamo così uno Stato profondo”. L’affermazione metteva in causa la resistenza opposta da alcuni alti funzionari all’apertura diplomatica verso la Russia. Essa potrebbe essere anche applicata a settori dello Stato che danno prova di zelo intempestivo, perfino autonomizzandosi in gruppi di pressione interni, per esempio a partire da legami acquisiti al tempo della frequentazione di grandi scuole, o per affinità ideologiche, appoggiandosi eventualmente su certe organizzazioni – il sindacato della magistratura costituisce il caso limite di una associazione intra-amministrativa apertamente neo-marxista funzionante come gruppo di pressione dentro l’apparato statale. Una analoga osservazione può essere fatta a proposito delle reti massoniche, specialmente attraverso la moltiplicazione della pratica di ricorrere a esperti senza uno statuto definito. Per “Stato profondo” si indicherà quindi un certo disordine funzionale dentro l’apparato dello Stato, risultante sia da questo tipo di relazioni extrastatutarie, sia da una violazione della neutralità degli alti funzionari, evadendo nell’uno come nell’altro caso dall’ordine legale-costituzionale in corso. Al limite, ciò dovrà includere anche lo spionaggio, oppure la corruzione quando supera una soglia critica, o, al contrario, una forma di opposizione interna organizzata, usata per evitare gli effetti di decisioni pericolose per il Paese. Ma allora il termine “Stato” nell’espressione Stato profondo  non sarebbe che una semplice enfasi, senza voler intendere con ciò un reale concorrente dell’apparato ufficiale. È verso questo aspetto relativamente minore della questione dello Stato profondo – con o senza questo nome – che si sono orientate da molto tempo le analisi, compreso il caso degli Stati Uniti, dove tuttavia l’intrico tra privato e pubblico ha da molto tempo favorito l’emergenza di un “complesso militar-industriale” che comprende i responsabili della diplomazia armata, le grandi compagnie industriali, i think thanks o i media attraverso i quali esercitare la propria influenza, assieme al possesso di immense risorse finanziarie. Per descrivere queste filiere e questi agganci inconfessati è stata utilizzata l’immagine dei rizomi. In una tavola di sfumature, questo complesso ha dovuto situarsi su un altro piano, trattandosi nella fattispecie di una sorta di quasi-Stato parallelo. Il “complesso” gode de facto di una autonomia di definizione degli obiettivi e della possibilità di nascondersi dietro decisioni formalmente legali ma per fini diversi di quelli che sono ufficialmente stabiliti.

In Europa e in Francia in particolare, l’evoluzione generale delle strutture statali, il loro scollegamento da una cittadinanza nazionale originaria, l’integrazione sempre più forte tra i servizi governativi e gli organismi privati, nazionali o meno, la disintegrazione del modello statale in vigore fino al terzo del XX secolo, tutto questo ha favorito l’aumento in potenza di una realtà parallela che risponde ad altre regole etiche e di responsabilità rispetto a quelle previste dal diritto comune. Questo modello extra-legale permette ogni sorta di azioni criminose che mai dovrebbero essere compiute in uno Stato di diritto. Dall’azione illegale protetta dal segreto allo slittamento nell’impresa criminale il passo è breve. Ecco allora perché parlare di ibridazione, che è il significato originario del concetto turco di Stato profondo. In un libro intitolato Théories des hibrides, un alto funzionario di polizia, Jean-François Gayraud, si è interessato delle organizzazioni terroristiche islamiste. Ciò che egli scrive sul funzionamento e le relazioni di questi ambienti ideologico-criminali può essere applicato in senso analogico alle realtà di cui ci stiamo interessando qui. Egli distingue tre livelli di ibridazione tra gruppi politici che ricorrono al terrorismo e organizzazioni criminali: la cooperazione, la convergenza, la fusione. La prima forma rimane discreta e prudente, la seconda e la terza non sono realmente distinte, in quanto definiscono sia degli Stati criminali propriamente detti, sia organizzazioni mafiose strutturate come degli Stati (l’autore pensa all’Afghanistan, all’UCK in Albania ecc.). Egli conclude che molti ibridi sono delle incarnazioni di Giano, il dio a due volti dell’antico pantheon. Il legame tra crimine organizzato ed entità politiche terroriste è la figura ultima dello Stato profondo, ma il principio rimane lo stesso, con il rischio di passare dallo stadio della deviazione funzionale di certi corpi amministrativi alla cancrena generalizzata che infetta uno Stato detto di diritto del quale non resterebbero che le apparenze presentabili.

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L’estensione attuale del concetto di Stato profondo è dovuta alle circostanze. I sostenitori del complottismo lamentano il passaggio da un certo numero di indici a una generalizzazione, o anche che si cerchi a chi giovi il crimine per imputarlo a costui senza accertare le responsabilità. Ma allora essi stessi fanno un passo inverso, eliminando subito parte dei fatti senza considerarli separatamente dall’interpretazione. In un “campo” come nell’altro si pone quindi una questione di metodo, anche se in modo diverso. Considerare che possa esistere oggi un cambiamento dell’organizzazione politica ben oltre un semplice problema di disciplina all’interno dei servizi statali non è per niente assurdo. Ciò piuttosto rimanda a intenzioni chiaramente espresse (per esempio da consiglieri del principe come Jacques Attali), a fatti accertati (come l’azione sovversiva effettuata al coperto di organizzazioni internazionali o non governative), ai nuovi sistemi di controllo della popolazione tramite nuove tecniche di schedatura, di sorveglianza, d’impianto di “nuovi valori” contrari al senso comune. A partire da tutto ciò è quantomeno possibile approfondire le possibili connessioni.

Proseguendo, si deve ricordare che il regime democratico moderno ha sempre conosciuto un dualismo costitutivo: da un lato l’affermazione della sovranità popolare esercitata tramite le elezioni, dall’altro il possesso del potere reale da parte di una oligarchia, che intende ottenere periodicamente la conferma del proprio potere proprio grazie alle elezioni, ma libera per il resto di agire a proprio modo per i propri interessi più vari. Teodoro Klitsche de la Grange ne aveva studiato, ne Il doppio Stato (Rubbettino, Soveria Mannelli 2021) l’aspetto giuridico: “La ricerca intrapresa, relativa come necessario ai presupposti teorici delle strutture e istituzioni dello Stato moderno e al diritto positivo, ci ha fatto constatare che il diritto in vigore non è applicato che episodicamente da parte dell’apparato pubblico, sia per mancanza di efficacia, sia per cattiva volontà; che questa situazione è favorita e in grande misura creata proprio dalla classe dirigente; che il diritto ‘formale’ ha come funzione di contribuire, insieme ad altri strumenti meglio appropriati ai suoi obiettivi, al miglioramento dell’immagine del potere, e nello stesso tempo ad assicurare la ‘garanzia’ dei rapporti sociopolitici e dei poteri corrispondenti. Il diritto più frequentemente applicato lo è in maniera episodica, spesso come strumento degli interessi del potere”. L’opportunismo prevale sul rispetto della legge. Gli anni trascorsi ci hanno permesso di verificare che il diritto degli uni non è identico al diritto degli altri, e che il rispetto dei testi è aleatorio.

Questo regime dualistico, lungamente mantenuto al riparo dalle lotte tra i partiti all’interno della classe politica, si collocava dentro il quadro dello Stato-nazione. Adesso abbiamo cambiato lo spazio, così come il regime. Molte novità si lasciano intravvedere.

La più evidente è lo stato di eccezione permanente già ricordato, che comporta un nuovo rapporto tra il sistema del potere e il “popolo sovrano”, oggetto di una vera e propria rieducazione mentale e comportamentale (limitazione della libertà di spostarsi, pressione ossessiva sull’obbligo di vaccinarsi, telelavoro generalizzato ecc.). I sogni più strani che immaginano una società cibernetica non sono certo realizzabili oggi …. ma, dal punto di vista del sistema collettivo e soprattutto di chi lo governa, una gestione in qualche modo automatizzata della popolazione è desiderabile e sarebbe molto meno costosa di dover dispiegare grandi sforzi ad ogni appuntamento elettorale. Almeno ci si può aspettare dal popolo sovrano così dematerializzato una maggiore docilità al mantenimento dello statu quo, il che lascerebbe le mani libere a una minoranza di attori senza scrupoli. Si noterà la coincidenza tra lo stato di eccezione permanente e l’aggravamento della confusione dei valori, effettuati per diverse vie ma confluenti nei medesimi effetti di sradicamento, che si tratti della lotta alla famiglia, della confusione dei sessi o dell’impianto di un modello plurietnico. I due processi sono, almeno nei fatti, contestuali.

Guy Hermet aveva studiato questa transizione ad una nuova era in un libro dal titolo molto evocativo, pubblicato cinque anni fa, e che richiederebbe una lettura nelle condizioni attuali: L’hiver de la democratie ou le nouveau régime. Quest’opera premonitrice, passava in rassegna le cause del salto qualitativo che sperimentiamo oggi, la sua preparazione di fondo, si può dire. L’autore metteva l’accento in particolare su uno dei fattori che facilitano la transizione: la diseducazione di massa che priva i cittadini della capacità di identificare la vera natura degli avvenimenti, questo “pensiero debole comunicabile in trenta secondi alla televisione”. Inoltre il vuoto dei programmi elettorali, l’impossibilità di comprendere in cosa si differenzino l’un l’altro e la moltiplicazione vergognosa di affari interrotti senza esito hanno abbassano il tasso di partecipazione elettorale a livelli sempre più deboli. Guy Hermet è arrivato così a parlare di un ritorno ad una forma di regime basato sul censo: da un lato il “populismo” – ossia la versione arretrata dell’organizzazione collettiva e la forma istituzionale corrispondente -, dall’altro l’“Alta democrazia”, per allusione all’alta nobiltà. Si constatano grandi somigliane nella trasformazione in questo senso dei diversi Paesi “democratici” e in molte organizzazioni internazionali e sopranazionali – ONU, OMS, UE – che conoscono lo stesso tipo di ibridazione constatabile negli Stati che ne sono membri, sicché si è autorizzati ad ammettere che il passaggio da una configurazione mondiale ad un’altra è senz’altro più di una semplice ipotesi. È così nata una superstruttura mondiale, caratterizzata dall’assorbimento della politica nell’economia, che presenta un apparato di governance ben più confuso di un governo mondiale propriamente detto.

Si può parlare ancora di Stato a proposito di questa organizzazione nell’ombra, o nella penombra? E come concepire la sua unità e la sua capacità di durare?

Circa il primo punto, non è esatto pensare che l’emergenza della governance mondiale segni lo smantellamento di tutto l’apparato dello Stato, piuttosto il contrario. Questo apparato è di una grande utilità rimanendo dell’idea che Max Weber aveva di esso: “Lo Stato è l’istituzione che detiene, in una data collettività, il monopolio della violenza legittima”. Questo monopolio permette molte cose, soprattutto se è possibile esercitarlo o di influire a distanza su di esso. Così il fascio di poteri che costituiscono lo Stato profondo mondiale cercherà sempre più di fare degli apparati statali nazionali gli strumenti delle proprie imprese e in particolare del controllo delle popolazioni mediante tutti i mezzi idonei.

Circa il secondo punto – l’unità e la capacità di durare – siamo sicuramente nella fase ascendente di questo strano tentativo di dominio sull’umanità intera, ma senza dubbio esso avviene su una base meno unificata di quanto si immagini. L’avvenire radioso che intravediamo è quello che sant’Agostino descriveva nella Città di Dio (IV, 4): “Cosa sono i regni senza la giustizia, se non delle grandi bande di briganti?”. E cosa fanno i briganti tra di loro se non una lotta di tutti contro tutti? Sembra che se i protagonisti di oggi traggono partito dalla pandemia, se utilizzano senza vergogna le risorse delle costrizioni statali, peccano di temerarietà: le reazioni che essi suscitano, gli ostacoli giuridici che incontrano, gli esperti scientifici dietro i quali si nascondono malgrado il sospetto di parzialità che li attornia, sono altrettanti ostacoli alla realizzazione rapida dei loro disegni. Il “complotto” è allora a cielo aperto, e va meglio così.

[Traduzione dal francese di Stefano Fontana]

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