A dieci anni dalla pubblicazione di Amoris laetitia, riteniamo opportuno rilanciare un libro che aveva cercato di cogliere la portata profonda dell’Esortazione apostolica di papa Francesco: Esortazione o rivoluzione? Tutti i problemi di Amoris laetitia del nostro direttore, Stefano Fontana, pubblicato da Fede & Cultura (Verona, 2019, € 15).

La ricorrenza del decennale sarebbe già, da sola, una buona ragione per tornare su questo testo, ma c’è una seconda ragione che rende questa rilettura particolarmente attuale. Proprio in questi giorni, dal 7 al 14 ottobre 2026, papa Leone XIV ha convocato in Vaticano i Capi delle Chiese Orientali cattoliche e i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo per un incontro intitolato significativamente A dieci anni da Amoris laetitia: annunciare il Vangelo con le famiglie oggi «al fine di procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali».
È precisamente in questo contesto che il libro del prof. Stefano Fontana merita di essere ripreso. Non per presumere quale sarà l’esito dell’incontro convocato da Leone XIV, né per attribuire al Pontefice intenzioni che egli non ha espresso. Ma perché, se dopo dieci anni la Chiesa sente la necessità di interrogarsi nuovamente sulla pastorale familiare «alla luce di Amoris laetitia», diventa ancora più importante comprendere che cosa quell’Esortazione abbia effettivamente introdotto nella vita ecclesiale.
Fontana non legge Amoris laetitia come un documento isolato, né come una semplice raccolta di indicazioni pastorali sulla famiglia. La sua tesi è molto più radicale: l’Esortazione avrebbe rappresentato l’attuazione di un vero e proprio cambio di paradigma, realizzato non attraverso una formale negazione della dottrina precedente, ma attraverso la trasformazione della prassi.
In questo senso Esortazione o rivoluzione? si inserisce in una più ampia riflessione del prof. Fontana con La nuova Chiesa di Karl Rahner. Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo e Chiesa agnostica e secolarizzazione. L’antica eresia e la disgregazione della fede; e recentemente con Ateismo cattolico? Quando le idee sono fuorvianti per la fede e Verità o interpretazione. Critica all’ermeneutica cattolica.
Il punto decisivo dell’analisi è che nella Chiesa di oggi non si ritiene necessario cambiare esplicitamente una dottrina per modificarne gli effetti. È sufficiente modificare la prassi, ammettere eccezioni, introdurre nuovi criteri di discernimento e lasciare che, poco alla volta, ciò che inizialmente appariva come un’eccezione pastorale produca una diversa comprensione della norma stessa.
Quando cambiano le parole, può cambiare anche la morale
Uno degli aspetti più interessanti del libro è l’attenzione dedicata al linguaggio dell’Esortazione. La teologia cattolica classica ha sempre attribuito grande importanza alla precisione delle parole. Termini come peccato, grazia, legge naturale, adulterio, conversione, colpa, coscienza e stato di grazia non sono intercambiabili con espressioni genericamente sociologiche o psicologiche. Ognuno di essi rinvia a una precisa concezione dell’uomo, della libertà e del rapporto con Dio.
Per questo la sostituzione progressiva di alcune categorie non può essere considerata un semplice aggiornamento stilistico. Il prof. Fontana richiama, per esempio, il crescente ricorso alle parole «fragilità» e «debolezza» in luogo della categoria di peccato.
Naturalmente ogni peccatore è anche fragile e la Chiesa ha sempre conosciuto la debolezza dell’uomo. Ma le due nozioni non coincidono. La fragilità descrive una condizione; il peccato introduce una dimensione propriamente morale. Nel secondo caso entrano in gioco l’oggetto dell’atto, la libertà, la responsabilità e la necessità della conversione.
Se il peccato viene progressivamente reinterpretato soltanto come fragilità, il rischio è che anche la missione della Chiesa venga modificata. Essa non appare più anzitutto come Madre che accoglie il peccatore per condurlo alla conversione e alla vita nuova, ma come una realtà chiamata essenzialmente ad accompagnarlo nella situazione in cui si trova.
Accogliere, accompagnare e discernere sono certamente dimensioni autenticamente cristiane. La questione decisiva è però verso che cosa si accompagni l’uomo. La misericordia cristiana non consiste nell’affermare che il peccato non esiste più, ma nell’offrire al peccatore la possibilità reale di esserne liberato. È qui che il problema linguistico diventa problema teologico.
Lo stesso vale per la tendenza a descrivere situazioni matrimoniali oggettivamente irregolari come forme «imperfette» rispetto alla pienezza del matrimonio cristiano. Una cosa è riconoscere gli elementi umanamente positivi presenti nelle persone coinvolte; altra cosa è suggerire che una condizione oggettivamente contraria all’ordine morale possa essere considerata una tappa verso il bene. Se il male morale viene trasformato semplicemente in un bene ancora incompleto, la conversione perde progressivamente la propria ragion d’essere.
Fontana dedica particolare attenzione anche ad alcune espressioni entrate nel linguaggio ecclesiale contemporaneo: le «pietre morte da scagliare», il confessionale che «non è una sala di tortura», l’Eucaristia che «non è un premio per i perfetti».
Ma proprio per questo lo slogan può diventare fuorviante. La dottrina cattolica non contrappone infatti «perfetti» e «deboli»: distingue invece tra chi può accostarsi degnamente al Sacramento e chi è consapevole di trovarsi in stato di peccato mortale.
La questione viene quindi spostata. Da una precisa distinzione sacramentale si passa a una contrapposizione emotivamente molto efficace tra una Chiesa misericordiosa e una Chiesa che pretenderebbe la perfezione prima di concedere i sacramenti.
Le note che hanno cambiato la prassi
Il libro si occupa anche delle famose note a piè di pagina 329 e 351 di Amoris laetitia. La questione riguarda soprattutto i divorziati risposati civilmente che continuano una convivenza more uxorio.
La disciplina ribadita da san Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio al n. 84, permetteva, quando gravi motivi impedissero una separazione, l’accesso ai sacramenti è ammesso a condizione dell’impegno a vivere in continenza.
L’esegesi dei testi delle due note mostra che esse alludono alla possibilità di accedere alla comunione anche in mancanza della condizione posta da Giovanni Paolo II e quindi aprono la porta, senza dichiararlo, alla novità.
Fontana insiste su una distinzione fondamentale della morale cattolica: quella tra la gravità oggettiva di una azione e la responsabilità soggettiva della persona. Quest’ultima può essere diminuita da ignoranza, timore, condizionamenti o altre circostanze. La Chiesa lo ha sempre insegnato. Ma un’attenuante soggettiva non trasforma automaticamente un atto oggettivamente disordinato in un atto moralmente buono.
Analogamente, la disciplina sacramentale relativa a una situazione pubblica non coincide semplicemente con il giudizio sull’anima di una persona, che appartiene in ultima analisi a Dio. Concentrare tutta l’attenzione sulle attenuanti soggettive ha permesso di spostare il problema: dalla conformità oggettiva della condotta alla legge alla situazione interiore della singola persona.
Il nodo di Veritatis splendor
Il libro confronta Amoris laetitia con l’enciclica di San Giovanni Paolo II del 1993 Veritatis splendor, la quale aveva riaffermato alcuni punti essenziali della morale cattolica proprio davanti alla diffusione di teorie che tendevano a subordinare la norma morale alle circostanze, alle conseguenze o alla valutazione soggettiva. Stefano Fontana sostiene che Amoris laetitia introduce molti elementi che trasformano quella visione.
La prima trasformazione riguarda il passaggio dal comandamento all’«ideale». Un comandamento morale obbliga. Un ideale, invece, rappresenta qualcosa verso cui ci si può progressivamente avvicinare. Presentare il matrimonio cristiano, la fedeltà coniugale o la castità prevalentemente come ideali rischia quindi di suggerire che la norma indichi una perfezione desiderabile ma non sempre concretamente esigibile.
La concezione cattolica classica è diversa. Dio non propone semplicemente all’uomo una meta ideale: gli comanda il bene e, nello stesso tempo, gli offre la grazia necessaria per compierlo. Da qui nasce la progressiva scomparsa della legge naturale dall’orizzonte morale e in particolare la dottrina degli intrinsece mala, gli atti cioè che per il loro oggetto non possono diventare moralmente buoni in virtù dell’intenzione o delle circostanze. Le circostanze possono certamente modificare la responsabilità del soggetto, ma non cambiano la natura morale dell’atto. È una distinzione essenziale. E conduce direttamente al problema della coscienza. La coscienza non crea il bene e il male. Essa giudica l’atto concreto alla luce di una verità morale che la precede.
Stefano Fontana teme che la nuova impostazione finisca per attribuire alla coscienza una funzione radicalmente nuova: stabilire cosa Dio le chiede dentro una situazione di vita che contraddice la norma morale. A quel punto il rapporto si capovolge: non è più la coscienza che deve conformarsi alla verità, ma è la norma che viene reinterpretata attraverso la situazione della coscienza.
Anche il concetto cristiano di misericordia ne risulta modificato. La misericordia autentica non nega il peccato: lo perdona. E proprio perché lo perdona chiama l’uomo a lasciarselo alle spalle. Il Cristo che non condanna l’adultera è lo stesso Cristo che le dice: «Va’ e d’ora in poi non peccare più».
La rivoluzione attraverso la prassi
Questa è forse la tesi più originale del libro. Per comprendere Amoris laetitia, sostiene il nostro Autore, bisogna abbandonare l’idea che una rivoluzione ecclesiale debba necessariamente presentarsi sotto forma di una solenne negazione della dottrina precedente. La trasformazione contemporanea procede diversamente. Non afferma: «La dottrina precedente è falsa». Dice piuttosto: la dottrina rimane, ma occorre considerare le situazioni, discernere, accompagnare, integrare e avviare processi. Se però il risultato pratico di questi processi contraddice stabilmente ciò che la precedente disciplina riteneva conseguenza necessaria della dottrina, prima o poi sarà anche la comprensione della dottrina a cambiare.
Questo spiega la ricezione tanto diversa di Amoris laetitia nelle varie Chiese locali. In alcuni episcopati è stato ammesso, a determinate condizioni, l’accesso alla Comunione dei divorziati risposati che continuano a vivere more uxorio; altri episcopati hanno invece mantenuto sostanzialmente la disciplina precedente.
Stefano Fontana dedica a questo proposito alcune pagine significative anche ai Dubia presentati dai cardinali Walter Brandmüller, Raymond Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, e dei quali quasi sicuramente non si parlerà nell’incontro voluto da Leone XIV.
Dieci anni dopo, la domanda è ancora aperta
Ed eccoci nuovamente all’ottobre 2026. Cosa è accaduto in questi dieci anni? Amoris laetitia ha prodotto soltanto un rinnovamento pastorale oppure ha modificato anche il modo di intendere alcuni princìpi della morale cattolica?
La diversità delle applicazioni nelle Chiese locali è stata una ricchezza pastorale oppure ha prodotto una frammentazione della disciplina sacramentale? La distinzione tra norma oggettiva e responsabilità soggettiva è stata preservata oppure progressivamente sfumata? La coscienza viene ancora concepita come giudizio dell’uomo davanti a una verità morale che lo precede oppure rischia di trasformarsi nel luogo nel quale la norma stessa viene ridefinita? E soprattutto: il rapporto tra Amoris laetitia e Veritatis splendor può essere realmente spiegato in termini di sviluppo omogeneo?
Sono domande che il libro di Stefano Fontana poneva già allora e che, a dieci anni di distanza, non hanno affatto perduto la loro importanza.
Una critica che nasce dall’amore per la Chiesa
C’è infine una ragione più profonda per riprendere in mano questo libro.
Nella grande tradizione cattolica, il rispetto per il ministero petrino non ha mai significato che ogni scelta prudenziale, ogni formulazione non infallibile o ogni orientamento pastorale debbano essere sottratti a qualsiasi esame.
San Tommaso d’Aquino ammette la possibilità di una correzione pubblica dei prelati quando sia in pericolo la fede; san Roberto Bellarmino riconosce la legittimità della resistenza quando il danno arrecato alla Chiesa diventi grave; analoghe considerazioni si trovano, con le necessarie distinzioni, in Suárez, Vitoria, Gaetano e nella grande tradizione scolastica richiamata da Fontana.
Questo non autorizza né il disprezzo del Papa né una contestazione permanente dell’autorità ecclesiastica. Significa piuttosto riconoscere che il Papa serve una Tradizione che non nasce con lui e non termina con lui.
Per questo la domanda posta da Fontana conserva intatta la propria forza: Esortazione o rivoluzione? È questa distanza storica a rendere oggi il volume forse ancora più interessante di quando fu scritto. Non lo riproponiamo, dunque, per nostalgia delle polemiche del passato ma perché è il momento adatto per tornare alle domande fondamentali.
Che cosa significa sviluppo della dottrina? Qual è il rapporto corretto tra dottrina e pastorale? Può una prassi essere realmente cattolica se conduce stabilmente a conseguenze incompatibili con ciò che la Chiesa aveva precedentemente insegnato? Qual è il ruolo della coscienza? Che cosa significa autentica misericordia? E fino a che punto si può parlare di continuità quando la medesima situazione morale riceve risposte sacramentali opposte nelle diverse Chiese locali?
Stefano Fontana offre risposte nette, talvolta severe, certamente controcorrente. Si può discutere ciascuna delle sue conclusioni, ma è difficile negare che le domande da lui poste siano ancora davanti alla Chiesa.
Per questo, a dieci anni da Amoris laetitia e nei giorni in cui Leone XIV ha convocato l’incontro con i presidenti degli episcopati mondiali, vale la pena tornare a Esortazione o rivoluzione? Per amore della Chiesa: perché amare la Chiesa non significa rinunciare alle domande, ma desiderare che in ogni tempo essa rimanga fedele alla Verità che ha ricevuto da Cristo.
Ester Maria Ledda
(Foto di Josh Applegate, Unsplash)
